Israele continua a violare i suoi obblighi previsti dall’accordo di cessate il fuoco, in particolare per quanto riguarda l’ingresso di aiuti umanitari e merci commerciali.
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Immagine di copertina: Camion carichi di cibo, dopo essere entrati nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom, attraversano Khan Yunis, domenica 1 febbraio 2026. (AP/Abdel Kareem Hana)
Dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani – 16 marzo 2026
Territorio Palestinese – Israele continua a usare la Fame Come Arma nel suo Genocidio in corso contro i civili nella Striscia di Gaza, contribuendo alla loro distruzione. Questa politica esaurisce i mezzi essenziali di sopravvivenza e spinge con la forza gli sfollati controllando rigorosamente la quantità e il tipo di cibo e beni consentiti nell’enclave, nonché limitando gli approvvigionamenti umanitari e commerciali, aggravando la crisi umanitaria e rischiando una nuova Carestia diffusa.
Israele sta sfruttando l’attenzione della comunità internazionale sulla guerra che esso e gli Stati Uniti hanno scatenato contro l’Iran per stringere l’assedio della Striscia di Gaza e continuare a usare la Fame in un modo che aggrava la catastrofe umanitaria e rafforza l’impatto devastante del Genocidio in corso contro i civili. Israele ha chiuso completamente i valichi con la Striscia nei primi giorni della guerra, riaprendone in seguito solo uno e riducendo il numero di camion autorizzati ad entrare.
Il 28 febbraio, Israele ha chiuso tutti i valichi con la Striscia di Gaza, sospeso l’ingresso di aiuti, carburante e merci e interrotto il coordinamento delle missioni umanitarie nelle aree in cui le forze israeliane sono ancora schierate o nelle vicinanze, nonché le evacuazioni mediche, il rimpatrio dei residenti dall’estero e l’attività del personale umanitario.
Inoltre, il 3 marzo, le autorità israeliane hanno riaperto il Valico di Kerem Shalom per quantitativi limitati di carburante e aiuti umanitari in arrivo tramite Egitto e Israele, mentre i trasferimenti di aiuti dalla Cisgiordania e dalla Giordania sono rimasti sospesi fino al 5 marzo. Anche alcune importazioni commerciali sono state autorizzate a riprendere attraverso lo stesso valico, ma in quantità ridotte rispetto al periodo precedente, che aveva già rappresentato solo circa il 40% dei volumi concordati nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco.
Dalla riapertura di Kerem Shalom, le autorità israeliane hanno consentito l’ingresso a Gaza di poche decine di camion fino alla fine della scorsa settimana, rimanendo comunque inferiori di circa 30 camion al giorno rispetto alla media giornaliera consentita prima della guerra con l’Iran.
Israele continua a violare i suoi obblighi previsti dall’accordo di cessate il fuoco, in particolare per quanto riguarda l’ingresso di aiuti umanitari e merci commerciali. L’accordo prevede l’ingresso di circa 600 camion al giorno, di cui 50 per il trasporto di carburante. Tuttavia, I’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha verificato che il numero effettivo di camion entrati non supera il 41% del totale concordato.
La violazione più grave dell’accordo riguarda il carburante: solo il 14,8% della quantità concordata è stato autorizzato a entrare, causando gravi disagi a settori vitali come ospedali, reti idriche e igienico-sanitarie, servizi di soccorso e trasporti.
Secondo i dati raccolti, un totale di 37.369 camion sono entrati nella Striscia di Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’11 ottobre 2025. Di questi, 20.926 erano camion per aiuti umanitari, pari al 56%; 15.312 erano camion commerciali, pari al 41%; e 1.131 erano autocisterne per il trasporto di carburante, pari al 3%, a dimostrazione di una grave inadempienza rispetto agli impegni presi.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo avverte che le autorità israeliane presentano cifre fuorvianti riguardo al volume degli aiuti umanitari in ingresso a Gaza e si rifiutano di sottoporre le procedure di ingresso a un monitoraggio internazionale indipendente, ostacolando la verifica e la rendicontazione, aggravando la crisi degli approvvigionamenti umanitari e mantenendo il pieno controllo sul tipo e sulla quantità di merci ammesse nella Striscia.
La continua chiusura del Valico di Rafah al transito di viaggiatori dall’inizio della guerra con l’Iran, nonostante solo 1.934 persone lo abbiano attraversato in entrambe le direzioni durante la precedente apertura, a fronte di un totale previsto di 6.600, riflette un tasso di conformità di appena il 29,3% e indica una deliberata restrizione degli arrivi e una mancanza di impegno nei confronti del protocollo umanitario che regola il funzionamento del valico.
Questa restrizione non solo costituisce una violazione dell’accordo di cessate il fuoco, ma potrebbe anche configurarsi come una grave violazione del Diritto Internazionale Umanitario, incluso l’uso della Fame contro i civili. In un contesto più ampio, essa rientra in atti che possono configurarsi come Genocidio, in particolare attraverso l’imposizione deliberata di condizioni di vita volte a provocare la distruzione fisica di una popolazione, in tutto o in parte, e l’inflizione di gravi danni fisici e psicologici.
La gravità di questa misura è aggravata dalla sistematica distruzione delle risorse alimentari locali e delle catene di approvvigionamento a Gaza, che priva gli abitanti della possibilità di fare affidamento su risorse interne e rende la loro sopravvivenza quasi interamente dipendente dagli aiuti esterni. L’interruzione o la limitazione deliberata di questo flusso di aiuti espone i civili a gravi privazioni di cibo e altri beni di prima necessità.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo afferma che Israele continua a perpetrare un Genocidio nella Striscia di Gaza attraverso un assedio totale, bloccando l’ingresso di aiuti umanitari e beni essenziali e impedendo la ricostruzione di case e infrastrutture civili e alimentari, imponendo deliberatamente condizioni di vita che portano alla distruzione fisica, totale o parziale, infliggendo gravi danni e costringendo la popolazione allo sfollamento.
Il protrarsi di queste politiche aggrava l’insicurezza alimentare e minaccia un ritorno alla Carestia a causa della diffusa distruzione delle infrastrutture, del collasso della produzione alimentare locale e dell’interruzione dei servizi essenziali, tra cui acqua, servizi igienico-sanitari, assistenza sanitaria, trasporti, stoccaggio e distribuzione. Ciò priva la popolazione della capacità di compensare le carenze o di fare affidamento sulle risorse interne e rende il suo accesso a cibo, medicine e altri beni di prima necessità dipendente da ciò che Israele permette di far entrare dall’estero.
La comunità internazionale deve intraprendere azioni immediate ed efficaci, tra cui l’imposizione di sanzioni a Israele, la revoca dell’assedio di Gaza e la garanzia dell’ingresso immediato e senza restrizioni di aiuti umanitari, carburante e beni commerciali in base alle reali necessità. Deve istituire meccanismi indipendenti di monitoraggio internazionale dell’ingresso e della distribuzione; aprire tutti i valichi per merci e persone, compresi quelli per le evacuazioni mediche e la rotazione del personale umanitario; consentire alle Nazioni Unite e alle organizzazioni umanitarie di operare in sicurezza e senza ostacoli; permettere l’ingresso dei materiali necessari per ripristinare i servizi di base e le infrastrutture civili e alimentari; ed esercitare una forte pressione su Israele affinché ponga fine all’uso dell’assedio e della Fame contro i civili e rispetti pienamente il Diritto Internazionale e i meccanismi di responsabilità.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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