Coastal Lines Press: I palestinesi raccontano le loro storie al mondo attraverso riviste autoprodotte

Quello che era iniziato come un diario privato è diventato un movimento: gli scrittori di Gaza pubblicano zine artigianali che raggiungono il pubblico di ogni continente

Fonte: English version

Amy Fallon – 12 Marzo 2026

Shahd Alnaami non scriveva prima del genocidio. Fu soltanto dopo aver perso un’amica — una delle oltre 70.000 persone uccise nella guerra di Israele contro Gaza — che cominciò a mettere parole sulla pagina.

«È nostro dovere ricordarli e fare in modo che tutti li ricordino», racconta al The New Arab tramite Zoom, parlando dal tetto della casa di suo zio a Gaza. L’abitazione di famiglia, lì accanto, è stata distrutta dai bombardamenti, e quella terrazza è diventata il suo angolo di quiete.

«La scrittura è l’arma che siamo in grado di impugnare.»

Dopo aver mostrato il suo diario ad alcuni amici universitari, questi la incoraggiarono a condividere le sue storie con il mondo. La scrittrice, poetessa e traduttrice palestinese iniziò a contattare chiunque potesse offrirle un’opportunità di pubblicare il suo lavoro.

La risposta «andò ben oltre la mia immaginazione», e ricevette un’email da Leila Boukarim, autrice di libri per l’infanzia con sede a Berlino, che le propose di realizzare una zine — un piccolo libro d’arte artigianale, stampato individualmente come una rivista, che raccoglie tipicamente racconti, saggi e poesie. Il termine è un diminutivo di fanzine e affonda le radici nelle riviste pubblicate dagli appassionati di fantascienza a Chicago negli anni Trenta e Quaranta.

Leila curò la raccolta di narrativa e poesia di Shahd, in formato mezzo lettera. Shahd si rivolse poi a un’amica, Aude Abou Nasr, che si offrì di disegnare le illustrazioni di copertina, mentre Zeina Azouqah si occupò del design grafico.


‘Zines from Gaza’ è un’iniziativa editoriale di Coastal Lines Press [Amy Fallon]
Coastal Lines Press è un collettivo di scrittori di Gaza [Amy Fallon]

Le zine come salvagente

Shahd ricevette numerosi messaggi da persone desiderose di distribuire gratuitamente la pubblicazione, e nel maggio scorso la zine uscì nel mondo. Da lì nacque il collettivo Coastal Lines Press. I suoi membri si descrivono come «vascelli in mare», che viaggiano di costa in costa tracciando linee di connessione umana e solidarietà.

Finora il collettivo ha pubblicato 21 zine in 13 lingue, collaborando con circa 35-40 autori — la maggior parte ancora a Gaza, insieme ad altri originari di lì ma residenti all’estero — con ulteriori pubblicazioni già in cantiere.

«I lettori ci hanno detto che questo ha cambiato le loro vite, che le zine hanno costruito ponti tra il loro mondo e Gaza, ponti che altrimenti non sarebbero mai esistiti», racconta Leila al The New Arab.

Dei circa 300 volontari — editor, traduttori, illustratori, addetti alla comunicazione e altri ancora — che lavorano al progetto, aggiunge: «Per tanti di noi questo è stato un salvagente. Un motivo per alzarsi dal letto la mattina.»

Tra gli altri scrittori che hanno pubblicato zine c’è Abdelfatteh Fadel, studente di medicina, che dice di stare «imparando a curare i corpi mentre cerca di scrivere per venire a patti con il dolore che porta dentro di sé», ed Esraa El-Banna, studentessa di inglese, che nella sua pubblica fumetti.

Shahd, studentessa di letteratura inglese e traduzione all’Università Islamica, scrive dal tetto della casa di suo zio — un edificio anch’esso colpito dai bombardamenti, ma ancora in piedi. Inizia su un quaderno, annotando i suoi pensieri prima di trascriverli al computer, mentre in sottofondo i suoni della guerra non si fermano.

«In televisione si parla di cessate il fuoco, ma sul campo non esiste», continua. «Ci svegliamo ogni giorno con il rumore degli spari e delle esplosioni.»

Nella sua zine, Shahd descrive la quotidianità a Gaza. Alcune pagine sono devastanti — come la perdita della sorellina e migliore amica Rahaf, uccisa nel dicembre 2024. Le due si erano scambiate le camere da letto appena quattro giorni prima.

Ma Shahd scrive anche di difficoltà che, al confronto, potrebbero sembrare minori.

«Per esempio, l’elettricità», dice. «Prima del genocidio avevamo circa otto ore al giorno e ci lamentavamo. Poi è arrivato il genocidio e non c’era più elettricità.»

I creativi che vogliono fare volontariato per Coastal Lines Press non devono essere professionisti: basta avere un grande cuore e compilare un modulo sul sito. I volontari condividono i propri dati, dopodiché Leila li aggiunge a un gruppo Slack dove annuncia i nuovi scrittori e assegna i collaboratori, coordinando il processo dalla bozza alla pubblicazione.

Ogni progetto diventa due versioni della stessa zine: un libretto fisico e un’edizione digitale. Poiché il formato è aperto, i volontari in tutto il mondo possono stamparne copie autonomamente, aggirando così i canali editoriali tradizionali. I libretti possono essere venduti localmente e i proventi inviati direttamente all’autore tramite un QR code incluso in ogni zine: tutti i guadagni vanno agli autori.

C’è «qualcosa di molto diverso nell’acquistare una zine fisica, portarla a casa, metterla sul tavolo del salotto e averla lì, a ricordarti di leggerla», rispetto all’esperienza digitale, sottolinea Leila.

«C’è bisogno di prendersi il tempo per stare con ogni pezzo, ogni parola, ogni virgola, e lasciarsi coinvolgere», aggiunge. E guardando al futuro: «Credo che vedremo sempre di più questo fenomeno, persone che fuggono dai social media» — anche perché l’intelligenza artificiale sta spingendo le persone a cercare altri canali di apprendimento, di educazione, di forme d’arte.

A ogni vendita di una zine, gli acquirenti sono incoraggiati a contattare direttamente l’autore — e il più delle volte lo fanno. Da lì nasce una conversazione. «Penso che sia magia», dice Leila. «È assolutamente necessario creare queste connessioni umane con persone che sono state così disumanizzate dai media e dai politici, che sembrano ritenere ‘accettabile’ ucciderle.»

Ogni giorno quasi nuovi volontari si iscrivono per dare vita a un’altra zine. E nonostante tutto, le riunioni virtuali settimanali che Leila tiene con gli autori non sono sempre pesanti. «Spesso ridiamo», racconta — anche nel buio più fitto.

Leila esita a definire il lavoro del collettivo radicale. Eppure nel mondo di oggi, dice, spesso sembra tale. Di recente un volontario le ha detto qualcosa che le è rimasto impresso: Coastal Lines, ha detto, sembrava «il contrario dell’ego».

Solidarietà senza confini

A Berlino si è formata una rete solida di volontari attorno al progetto. Molti hanno stretto legami profondi con gli scrittori con cui collaborano, amicizie che attraversano i confini.

Leila racconta che molti volontari «vogliono che questo vada oltre ogni aspettativa», e crede che quanto Coastal Lines Press ha realizzato finora sia solo l’inizio.

«Questo è più di un semplice collettivo; è un’iniziativa dal basso», afferma Leila. «Per me si tratta di un vero e proprio movimento.»

Per Shahd, il tema preferito è la speranza — un tema che dice tutto sulla resilienza dei palestinesi che vivono sotto il genocidio e l’occupazione, e che si rifiutano di arrendersi nonostante circostanze inimmaginabili.

«C’è sempre speranza in tante cose, e ciò che mi ha aiutato a sopravvivere a tutti gli orrori che abbiamo vissuto è proprio la speranza, perché ho sempre saputo vedere la luce», dice Shahd al The New Arab.

«La speranza può aiutarci ad attraversare questi momenti, a essere orgogliosi di noi stessi e a trovare la forza di andare avanti.»

Non scriveva prima del genocidio, ma ora lo fa — e continuerà a farlo.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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