Perché l’euforia israeliana sulla guerra all’Iran rivela una profonda illusione

Mentre l’industria delle armi esulta e i sondaggi registrano un rinnovato ottimismo dell’opinione pubblica, l’aggressività di Israele nella regione rivela una dipendenza dalla violenza che nessuna vittoria militare potrà mai curare

Fonte. English Version

Immagine di copertina: Un obice semovente israeliano spara verso il Libano meridionale da una posizione nell’Alta Galilea, nel nord di Israele, il 15 marzo 2026 (Odd Andersen/AFP).

Antony Loewenstein – 19 Marzo 2026

Chi gioisce per la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran?

Con il Medio Oriente in fiamme, da Teheran a Manama, l’industria bellica israeliana si sfrega le mani in vista di future vendite agli Stati del Golfo, molti dei quali hanno subito nelle ultime settimane attacchi diretti di missili e droni iraniani.

Il settore della difesa israeliano ha individuato le vulnerabilità delle nazioni del Golfo e vuole sfruttarle in fretta.

«Dobbiamo ammettere onestamente che, dal ristretto punto di vista israeliano, la situazione non è affatto negativa per noi in questo momento», ha dichiarato al quotidiano economico israeliano Calcalist un ex alto funzionario della difesa.

Il giornale riferisce che quest’uomo, a guerra conclusa, si recherà nel Golfo per vendere nuovi sistemi di difesa, scudi antimissile e altre armi ai governi della regione, esausti dal conflitto. I sistemi di difesa aerea israeliani sono già stati dispiegati da Cipro, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Azerbaigian nel corso di questa guerra.

In nessuno di questi reportage si riconosce — né tanto meno si discute — che paesi come gli Emirati si sono resi quasi completamente dipendenti da Washington e Tel Aviv: le ultime settimane ne hanno rivelato tutta la fallacia.

«Sarà un affare colossale, a tutti gli effetti», ha dichiarato un altro funzionario israeliano della difesa.

Il settimo esportatore mondiale di armi

Questo ottimismo ha una base concreta. Israele è oggi il settimo maggiore esportatore di armi al mondo. Secondo i nuovi dati dello Stockholm International Peace Research Institute, Israele detiene il 4,4 percento del commercio globale di armamenti, superando la Gran Bretagna nella classifica dei primi dieci.

È solo uno dei motivi per cui la stragrande maggioranza degli israeliani sostiene la guerra contro l’Iran, convinta dalla retorica del governo che la dissoluzione o il soffocamento dei mullah di Teheran migliorerà la posizione strategica di Israele in Medio Oriente.

Finora non vi è alcun segnale che ciò accadrà — e non sorprende che la maggior parte dei palestinesi con cittadinanza israeliana non si senta protetta dagli attacchi iraniani in arrivo, a causa della mancanza di rifugi anche per loro. È, dopotutto, una democrazia riservata ai soli ebrei.

Il morale degli israeliani è alle stelle dall’inizio della guerra, secondo un recente sondaggio. Prima del conflitto, circa il 37 percento degli israeliani si dichiarava ottimista riguardo al futuro del paese; oggi quella percentuale è salita a circa il 50 percento.

Il filo-governativo Jerusalem Post ha commentato la svolta così: «Nonostante la guerra, molti israeliani hanno mostrato un rinnovato senso di ottimismo, dimostrando resilienza di fronte alle avversità.»

È una comoda illusione, del tutto sganciata dalla realtà.

Dipendenti dalla guerra

Gli israeliani sono dipendenti dalla guerra, convinti dalla menzogna che basti un altro conflitto per conquistare la sicurezza.

Ogni guerra dal 1948 — quando le forze ebraiche attuarono la pulizia etnica di villaggi e città palestinesi durante la fondazione di Israele — ha alimentato l’illusione della vittoria.

«Nessuna guerra nella storia di Israele, ad eccezione della prima, le ha portato un risultato duraturo», ha scritto il giornalista israeliano Gideon Levy su Haaretz. «Nessuna. Zero. La maggior parte erano guerre di scelta, e la scelta di intraprenderle è stata sempre la peggiore.»

Basti pensare al premier israeliano Benjamin Netanyahu che afferma che la guerra contro l’Iran sta trasformando Israele in una «superpotenza globale».

L’obbedienza all’esercito israeliano è radicata nei media mainstream israeliani. Quasi nessuno si interroga sulla moralità, la legalità o la necessità strategica di lanciare guerre senza fine contro un numero sempre crescente di paesi nella regione.

Oggi il «nemico» è Hezbollah, Teheran e gli Houthi. Se queste forze venissero sconfitte, nel prossimo decennio ne emergeranno altre — perché è questo l’inevitabile risultato di Israele che semina morte ovunque nella regione.

Sento spesso commentatori dei media occidentali parlare della vivacità del dibattito nei media israeliani e per strada. È una menzogna pericolosa, nel passato come certamente oggi.

Il sostegno al genocidio di Gaza e alla pulizia etnica dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania è stato pressoché unanime. Il dissenso è rarissimo. Appoggiare l’esercito israeliano è la religione di stato. Avallare la supremazia ebraica è la legge del paese.

Il richiamo della diaspora

Sto attualmente approfondendo le origini del sionismo nel XIX secolo e il modo in cui affrontò la presenza di una larga maggioranza araba in Palestina.

Poche voci espressero preoccupazione per l’inevitabilità di un conflitto con i non ebrei. Il sentimento dominante era che la vita per gli ebrei nella diaspora europea fosse insostenibile, che l’antisemitismo dilagasse in modo innegabile nel continente e che l’autodeterminazione ebraica fosse l’unica soluzione.

Oltre 120 anni dopo quei dibattiti, il richiamo della diaspora rispetto a uno stato ebraico torna prepotentemente in scena. La ragione è evidente: la posizione di Israele in Medio Oriente può essere garantita soltanto attraverso una violenza brutale e incessante contro un numero sempre crescente di nemici.

Un’altra guerra. Un’altra «vittoria». Un altro assassinio mirato. Eppure la legittimità è l’unica cosa che continua a mancare.

Israele e il sionismo non potranno mai accontentarsi di altro che non sia la piena capitolazione dei propri rivali — il che richiede bilanci militari colossali e una retorica genocida all’altezza.

Il generale israeliano in pensione Uzi Dayan, intervenendo sul canale israeliano 14, ha delineato di recente quella che, a suo avviso, dovrebbe essere la prossima mossa di Israele in Libano: «Dobbiamo agire in fretta e con tutta la forza — occupare il territorio, espellere tutti, distruggere tutto e trasformarlo in una zona di morte, cioè un luogo in cui nessuno possa muoversi.»

È lo stesso linguaggio che avrebbe potuto essere usato durante l’invasione del Libano nel 1982 o contro Hezbollah nel 2024.

Anno nuovo, stessa violenza, risultati illusori.

Questo è il dilemma israeliano, e non troverà mai soluzione finché lo Stato ebraico sarà pienamente sostenuto dalle potenze occidentali e arabe. La minaccia della Grande Israele è reale e in crescita.

La principale minaccia alla pace in Medio Oriente oggi è lo Stato di Israele.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, documentarista e co-fondatore di Declassified Australia. Ha scritto per The Guardian, The New York Times, The New York Review of Books e molte altre testate. Il suo ultimo libro è The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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