“Vivere per sempre di spada”: comprendere l’enorme sostegno degli israeliani alla guerra contro l’Iran.

Un recente sondaggio ha rilevato che il sostegno degli israeliani alla guerra contro l’Iran raggiunge la cifra impressionante del 93%. Tra Genocidio, Pulizia Etnica e annessioni, gli israeliani pensano che sia giusto così. Una guerra costante per sostenere la nostra continua espansione.

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Immagine di copertina: Israeliani partecipano alla marcia con le bandiere in occasione della Giornata di Gerusalemme, il 18 maggio 2023. (Foto: Ilia Yefimovich/dpa via ZUMA Press/APAimages)

Di Jonathan Ofir – 22 marzo 2026 

Il sostegno degli ebrei israeliani alla guerra di aggressione illegale contro l’Iran è quasi totale. Un recente sondaggio dell’Istituto Israeliano per la Democrazia (4 marzo) lo ha registrato a un impressionante 93%. Naturalmente più alto a destra (97%), è comunque del 93% al centro e addirittura di un travolgente 76% a sinistra. L’opposizione è a un trascurabile 3%. Ricordiamo inoltre che il 68% degli elettori ebrei israeliani alle ultime elezioni si definiva di destra, e questa percentuale sta salendo al 75% tra i nuovi elettori.

Questo sostegno eccessivo alla guerra in Iran rivela una verità intrinseca della società israeliana, dimostrata da questa citazione del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel 2015, pronunciata in Parlamento:

“Mi chiedono se vivremo per sempre di spada: sì”.

Questa affermazione era collegata alla sua dichiarazione secondo cui “in questo momento dobbiamo controllare tutto il territorio per il prossimo futuro”.

Netanyahu, quindi, lega il “vivere di spada” all’espansione territoriale. Questa è una costante nella politica israeliana: il territorio prima della sicurezza, e poi la pretesa che il mantenimento delle conquiste sia una questione di sicurezza.

Quel territorio è, ovviamente, la Palestina dal fiume al mare, ma va ben oltre. Il mese scorso, il capo dell’opposizione centrista israeliana Yair Lapid ha confermato che le ambizioni territoriali dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto sono parte integrante del Sionismo, perché “il Sionismo si basa sulla Bibbia” e “il nostro atto di proprietà sulla terra d’Israele è la Bibbia”. Lapid era sostanzialmente d’accordo con l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, Sionista Cristiano, il quale in precedenza aveva affermato che Israele avrebbe potuto semplicemente “prendersi tutto”, dal fiume al fiume, per l’appunto.

Beh, sapete, il fiume Eufrate, nel suo punto più meridionale, scorre a soli 16 chilometri dall’Iran, e il bacino congiunto del Tigri e dell’Eufrate, dove termina, si trova anch’esso in Iran. Quindi si potrebbe argomentare estendendo il quadro e includendo l’Iran, oltre a Turchia, Siria, Libano, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita ed Egitto. Dopotutto, non è una scienza esatta. E se c’è una cosa in cui Israele eccelle, è l’espansione.

La giornalista israeliana di origine iraniana Orly Noy ha scritto un eccellente articolo su +972 Magazine, intitolato “Siamo in guerra, quindi esistiamo” (1 marzo). In questo articolo, ha fatto riferimento alla drammatica dichiarazione di Netanyahu di giugno:

“Solo otto mesi fa, in seguito al cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu dichiarò che ‘nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente, abbiamo conseguito una vittoria storica, che durerà per generazioni’. A quanto pare, questa ‘vittoria storica’ non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni”.

Ma questa volta è diverso: “Questa volta, l’attacco è arrivato con un obiettivo aggiuntivo: liberare il popolo iraniano dal Regime oppressivo degli Ayatollah. Perché è risaputo che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di riversare la libertà sui popoli della Regione con aerei da combattimento e bombardieri”.

Gli israeliani sono presumibilmente favorevoli all’eliminazione di una minaccia esistenziale. Ma l’Iran non è proprio così. Il problema non è che il Regime iraniano sia pazzo, ma piuttosto che agisca con calcolo nella sua sfida politica a Israele. Nel 2012, l’ex capo del Mossad Meir Dagan definì il Regime iraniano “un Regime molto razionale”.

È Israele che ha bisogno di mascherare la propria follia con l’eroismo. Pertanto, ora si trova impegnato in una missione moralmente impeccabile per “salvare l’Iran da se stesso”. Le sue recenti aggressioni contro l’Iran sfruttano l’associazione con l’eroico leone, senza dubbio anche per fare leva sul sentimento monarchico iraniano, la cui bandiera reca proprio questo simbolo.

Il leone si è alzato, il leone ha ruggito

Naturalmente, tra i sostenitori di questa presunta guerra di liberazione figurava anche il liberale (ma con una forte impronta biblica) Lapid: “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF, con tutti noi al loro fianco”, scrisse.

Tra i sostenitori c’era anche l’ala più a sinistra dello spettro politico Sionista, Yair Golan, rappresentante dei Democratici, la fusione tra il Partito Laburista e il partito ancora più a sinistra Meretz:

“L’IDF e le forze di sicurezza operano con forza e professionalità. Hanno il nostro pieno appoggio”.

Certo, Golan, il Generale dell’esercito, l’esponente di sinistra che ha auspicato di far morire di fame la popolazione di Gaza e che sperava che “7 milioni di palestinesi che vivono tra il mare e il fiume semplicemente scomparissero”, appoggia quell’operazione militare di liberazione.

Qualsiasi leader in Israele sa che, almeno per un certo periodo, è possibile ottenere il sostegno dell’intero spettro politico Sionista attraverso la guerra. Sarebbe quasi da folli non iniziare una guerra, se si fosse un leader israeliano alle prese con la crisi di consenso, i sondaggi, le cause legali e le elezioni di quest’anno, come nel caso di Netanyahu. Mentre alcuni sondaggi suggeriscono una vittoria per l’attuale coalizione di Netanyahu alle prossime elezioni, altri prevedono una situazione di stallo con i partiti di opposizione, e Netanyahu cerca un elemento decisivo che possa superare questo ostacolo.

Quel che è certo è che la visione Sionista del Grande Israele e oltre continua. Il Genocidio continua, la Pulizia Etnica continua, le annessioni continuano, e gli israeliani sembrano convinti che questo sia proprio ciò che deve essere. Una guerra costante, per sostenere la nostra continua espansione. Perché viviamo in una “villa nella giungla”, come diceva l’ex Primo Ministro Ehud Barak. La percezione di una guerra di civiltà contro la barbarie è antica quanto il Sionismo stesso.

Jonathan Ofir è un direttore d’orchestra, musicista, scrittore e blogger israelo-danese, che scrive regolarmente per Mondoweiss.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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