Perché i Regimi arabi hanno deluso la Palestina e perché porsi questa domanda oscura su strutture di potere, complicità e allineamenti politici regionali più profondi.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Interpretazione artistica della normalizzazione dei rapporti tra il mondo arabo e Israele nel contesto del genocidio in corso a Gaza. (Design: Palestine Chronicle)
Di Ramzy Baroud – 24 marzo 2026
Ho sempre trovato interessante, e a volte rivelatore, quando attivisti e intellettuali occidentali di lungo corso, compresi coloro che si considerano profondamente impegnati per la Palestina, sollevano lo stesso punto ricorrente: i governi arabi devono opporsi a Israele e agli Stati Uniti in solidarietà con i loro fratelli palestinesi.
L’argomentazione è spesso avvolta da una domanda perplessa: perché gli arabi e i musulmani non fanno nulla per la Palestina?
Ciò che rende la questione particolarmente sconcertante è che venga spesso posta da analisti e storici stimati, persone che dovrebbero riconoscere che il problema è ben più strutturale che sentimentale.
A prima vista, la domanda potrebbe non sembrare bizzarra. I palestinesi sono legati ai loro vicini da storia, geografia, demografia, religione, lingua, memoria collettiva e da un’esperienza condivisa di Dominio Occidentale e violenza coloniale israeliana.
Inoltre, i dirigenti israeliani parlano apertamente in termini espansionistici e agiscono di conseguenza, sia in Palestina, in Libano, in Siria o altrove. Le persone che subiscono questa violenza sono spesso le stesse comunità autoctone della Regione: arabi, musulmani e cristiani.
Anzi, le stesse istituzioni arabe e musulmane invocano costantemente la Palestina come causa centrale. I vertici arabi continuano a descrivere la Palestina come una questione fondamentale e l’opinione pubblica in tutta la Regione rimane in larga parte concorde su questo punto.
Ad esempio, l’Indice di Opinione Araba 2024-25 ha rilevato che l’80% degli intervistati in 15 Paesi arabi concordava sul fatto che “la Causa Palestinese è una causa araba collettiva”, non esclusivamente palestinese. Lo stesso sondaggio ha rilevato che il 44% considerava Israele la maggiore minaccia alla sicurezza araba e il 21% indicava gli Stati Uniti, ben al di sopra dell’Iran, fermo al 6%.
Quindi sì, la questione della solidarietà araba e musulmana non nasce dal nulla. A livello di sentimento popolare, è del tutto razionale. Riflette un’intuizione morale e politica secondo cui la Palestina dovrebbe essere un punto di unità.
Ma ecco cosa manca a questa argomentazione. Al di là delle aspettative sentimentali, molti governi arabi non sono attori neutrali in attesa di essere persuasi alla solidarietà. Sono già posizionati, strutturalmente e strategicamente, all’interno dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti. Alcuni sono Regimi clienti nel senso classico del termine. Altri sono così dipendenti dalla protezione, dalla convalida o dalla collaborazione militare americana che definirli “alleati” non rende giustizia alla gerarchia insita nella relazione.
Il problema, quindi, non è l’esitazione. Si tratta di allineamento.
Il Genocidio di Gaza ha offerto un esempio devastante di questa realtà. Mentre i palestinesi venivano affamati e bombardati, le risposte ufficiali arabe sono rimaste frammentate, caute e in gran parte subordinate alle priorità strategiche di Washington.
Alcuni governi hanno poi inasprito la loro retorica, ma le prime reazioni sono state profondamente rivelatrici. Il Bahrein, ad esempio, ha condannato pubblicamente la Resistenza palestinese per il 7 ottobre, anziché, quantomeno, assumere una posizione anche solo lontanamente proporzionata alla portata della violenza e del Genocidio israeliano. L’Egitto, nel frattempo, ha lasciato circolare la narrazione secondo cui avrebbe avvertito Israele in anticipo di “qualcosa di grosso”, una narrazione che ha spostato l’attenzione sull’azione palestinese piuttosto che sull’impunità israeliana.
Ancora più rivelatrice è stata la dimensione economica. Mentre le operazioni di Ansarallah nel Mar Rosso interrompevano l’accesso marittimo a Israele in segno di dichiarata solidarietà con Gaza, si è sviluppato un corridoio terrestre per trasportare merci via camion dai porti del Golfo fino alla Giordania e infine in Israele.
Qualunque linguaggio diplomatico i governi arabi utilizzassero nelle comunicazioni pubbliche, commerciali e logistiche, veniva silenziosamente adattato in modo da aiutare Israele ad assorbire la pressione e a mantenere la continuità.
Non si trattava di un’anomalia. Era continuità.
Per decenni, i principali Regimi arabi sono stati profondamente coinvolti nel sostenere la potenza militare americana nella Regione. Le installazioni statunitensi in Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e altrove hanno a lungo rappresentato l’infrastruttura attraverso cui Washington proietta la propria forza in tutto il Medio Oriente. Queste basi sono ora la linfa vitale della guerra israelo-americana contro l’Iran.
Ecco perché la costante richiesta che i Regimi arabi “sviluppino” una posizione più decisa sulla Palestina è in definitiva fuorviante. La loro posizione è già stata definita. In molti casi, ha assunto la forma di normalizzazione, coordinamento della sicurezza, ospitalità militare, facilitazione logistica e adattamento politico alle priorità statunitensi. L’azione è già stata intrapresa. Semplicemente, non è stata intrapresa a favore della Palestina.
Eppure, nonostante questa realtà, la domanda continua a ripresentarsi. Perché persiste?
Parte della risposta risiede nella persistente convinzione che la solidarietà araba e musulmana con la Palestina sia storicamente logica e politicamente difendibile.
Un’altra parte risiede nel fatto che le ambizioni di Israele non si fermano alla Palestina. I dirigenti e le istituzioni israeliane esprimono ripetutamente visioni che coinvolgono l’intera Regione, sia attraverso una superiorità militare permanente, sia attraverso la frammentazione degli Stati confinanti, sia attraverso la normalizzazione di una guerra senza fine.
Queste realtà rendono la questione emotivamente e strategicamente rilevante, anche se in definitiva risulta fuori luogo quando viene rivolta ai Regimi anziché ai popoli.
C’è anche una ragione più profonda: il fallimento storico dell’Occidente. I governi occidentali sono strutturalmente schierati a favore di Israele, e molti intellettuali, attivisti e persone comuni sono giunti alla conclusione, a ragione, che se la giustizia non arriverà da Washington, Londra, Berlino o Parigi, allora sicuramente dovrà venire dal mondo arabo e musulmano. L’istinto è comprensibile. Ma confonde l’opinione pubblica con i Regimi.
Questa aspettativa errata rende l’attuale guerra contro l’Iran ancora più significativa.
La guerra contro l’Iran potrebbe davvero diventare un campanello d’allarme. Mentre l’offensiva congiunta israelo-americana contro Teheran vacilla, nelle capitali arabe potrebbero emergere nuove consapevolezze: né Washington né Israele possono garantire in ultima analisi la sopravvivenza del Regime o la stabilità regionale.
A livello della gente comune, la guerra ha anche generato un familiare senso di orgoglio per la Resistenza, non dissimile da quello provato da molti durante la strenua resistenza a Gaza e in Libano. Questo potrebbe ancora dare origine a nuovi dibattiti, forse persino a una nuova immaginazione politica collettiva.
Fino ad allora, faremmo meglio a comprendere i Regimi arabi in base alle loro reali priorità, non alle nostre aspettative. Non stanno “tradendo” la Palestina in senso emotivo, perché la libertà palestinese, la sconfitta del Sionismo e lo smantellamento del Dominio Imperiale non sono mai stati centrali nella loro agenda di governo.
Al contrario, la loro priorità assoluta è la preservazione dello status quo regionale, a qualunque costo umano. E se il mantenimento di quest’ordine richiede la lenta distruzione della Palestina, molti di loro hanno già dimostrato di essere disposti a pagarne il prezzo.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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