Meta sta monetizzando gli insediamenti israeliani e la violenza contro i palestinesi, sopprimendo al contempo le loro voci sui social.
Di Jalal Abukhater – 21 aprile 2026
Il dibattito sulle piattaforme di social media e sulle aziende che le possiedono deve spostarsi verso la responsabilità. Per troppo tempo, le aziende tecnologiche sono sfuggite alle proprie responsabilità, nonostante le crescenti prove che le piattaforme social violano attivamente i diritti digitali e contribuiscono a causare danni, in particolare nel caso della Palestina, dove tali danni sono persistenti, sistemici e sempre più pericolosi, in quanto coincidono con una violenza senza precedenti nel mondo reale.
Negli ultimi anni, 7amleh ha documentato e dimostrato ripetutamente come le piattaforme Meta non siano riuscite a rispettare nemmeno gli standard più elementari dei diritti umani. Dalla diffusione di incitamento all’odio e discorsi d’odio in ebraico alla censura sproporzionata delle voci palestinesi, il modello che abbiamo osservato è stato confermato. Alla base, il problema dei fallimenti di Meta era strutturale: politiche discriminatorie e pratiche di applicazione inique erano al centro del problema.
Sulla base della nostra mole di prove già raccolte, le recenti scoperte di 7amleh hanno evidenziato qualcosa di ancora più allarmante. La nostra ultima ricerca ha dimostrato che Meta non solo permette la circolazione di contenuti dannosi, ma li premia anche economicamente. Attraverso i suoi programmi di monetizzazione, Meta ha permesso a pagine che promuovono la violenza dei coloni, l’incitamento all’estremismo e l’attività di insediamento illegale nei territori palestinesi e siriani occupati di generare profitto. Ciò include contenuti che, secondo le stesse politiche dell’azienda, non dovrebbero essere monetizzati.
In questo contesto, la monetizzazione si riferisce alla possibilità per gli amministratori delle pagine di guadagnare direttamente dai contenuti tramite pubblicità, pagamenti basati sull’interazione e altri strumenti finanziari offerti dalla piattaforma. In teoria, questo sistema è regolato da rigide politiche che vietano di trarre profitto da contenuti dannosi o illegali. In pratica, tuttavia, tali garanzie si stanno rivelando inefficaci su larga scala.
È stato riscontrato che pagine che promuovono l’espansione degli insediamenti, un’attività ampiamente riconosciuta come illegale dal Diritto Internazionale, beneficiano di questi strumenti di monetizzazione. Altre si dedicano a espliciti incitamenti o retorica estremista, eppure continuano a generare profitti senza subire conseguenze.
Ciò che vediamo qui è un fallimento strutturale, che solleva ancora una volta seri interrogativi sul ruolo di Meta nel consentire e perpetuare il danno contro i palestinesi nel contesto del Genocidio e della Pulizia Etnica in corso.
Allo stesso tempo, i contenuti palestinesi e in lingua araba subiscono una sistematica esclusione da queste stesse opportunità di monetizzazione. Testate giornalistiche indipendenti, come Arab48, hanno faticato ad accedere o a mantenere la monetizzazione, pur operando nel rispetto degli standard giornalistici. Questa disparità riflette una duplice dimensione di discriminazione digitale, in cui le voci palestinesi vengono sia soppresse che svantaggiate economicamente proprio sulle piattaforme che affermano di offrire pari opportunità.
Ripetutamente, sottolineiamo come Meta, società madre delle piattaforme di social media più diffuse al mondo, non abbia rispettato i propri obblighi ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani. Questi principi sono chiari: le aziende devono evitare di causare o contribuire a violazioni dei diritti umani e devono intervenire quando si verificano danni. Meta non ha fatto né l’una né l’altra cosa.
Anzi, l’azienda ha ripetutamente omesso di implementare misure di salvaguardia efficaci, nonostante anni di avvertimenti da parte della società civile, del proprio Consiglio di vigilanza e di valutazioni indipendenti sui diritti umani, tra cui il rapporto del 2022 condotto da Business for Social Responsibility (Impresa per la Responsabilità Sociale).
Sono stati presi impegni per migliorare la moderazione dei contenuti, in particolare in ebraico, e per affrontare i pregiudizi sistemici. Eppure, le prove dimostrano che i contenuti dannosi continuano a proliferare, spesso incontrollati, e in alcuni casi vengono persino monetizzati.
Nel contesto del Genocidio in corso a Gaza, quando le piattaforme social amplificano la Disumanizzazione, favoriscono l’incitamento all’odio e consentono di trarre profitto da attività dannose, ciò indica gravi fallimenti che assumono una dimensione ben più seria, considerando che le piattaforme sono diventate parte dell’infrastruttura attraverso cui la violenza viene normalizzata e perpetuata.
Come minimo, Meta deve rispondere di questo. L’azienda deve condurre una revisione immediata e trasparente dei suoi sistemi di monetizzazione, in particolare in Israele e nei Territori Occupati. Deve identificare e sospendere le pagine che violano le proprie politiche e garantire che non vi siano incentivi finanziari legati a contenuti dannosi o illegali. Più in generale, deve affrontare la discriminazione strutturale insita nei suoi sistemi di moderazione e monetizzazione.
Ma la responsabilità non può fermarsi all’azione volontaria. Gli organi di regolamentazione, i responsabili politici e gli organismi internazionali devono intervenire per garantire che le piattaforme che operano su questa scala siano soggette a standard vincolanti. Quando i sistemi aziendali contribuiscono a causare danni concreti, ci devono essere delle conseguenze.
Abbiamo accertato se le piattaforme di Meta stiano causando danni. Tuttavia, ora la questione è se l’azienda e i governi che la regolamentano siano disposti ad agire, perché momenti come questo aggravano il danno e richiedono un intervento urgente e un percorso verso la responsabilizzazione.
-Jalal Abukhater è uno scrittore palestinese e difensore dei diritti umani con sede a Gerusalemme. Attualmente è responsabile delle politiche presso 7amleh – Centro arabo per la promozione dei social media.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

