La giornalista, ricordata per la sua generosità e il suo coraggio, ha documentato per decenni l’occupazione e i crimini israeliani.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Amal Khalil, corrispondente di lunga data del quotidiano Al-Akhbar, nel villaggio di Jebbayn, nel sud del Libano, il 29 marzo 2024 (AFP).
Rayhan Uddina – Londra e Corrispondente MEE a Beirut -23 aprile 2026
Amal Khalil, giornalista di lunga esperienza, era nata durante la lunga occupazione israeliana del Libano meridionale . E’ stata uccisa lì quarant’anni dopo dalle forze di invasione israeliane.
«Amal era presente in ogni casa. Ogni famiglia in Libano l’ha persa», ha detto in lacrime Ali Khalil, suo fratello, il giorno dopo che era stata presa di mira e uccisa da Israele.
“Amal assomigliava al sud in ogni suo dettaglio: la sua dolce brezza, le sue valli, le sue montagne e le sue vecchie case. Assomigliava a tutto questo.”
Khalil viene ricordata con affetto dai suoi colleghi come una persona generosa, coraggiosa e pionieristica.
“Desidero esprimere la mia gratitudine per tutto ciò che ha fatto per noi giovani giornalisti”, ha dichiarato a Middle East Eye Hussein Chaabane, giornalista investigativo e giurista libanese.
“Era generosa, anche se eravamo concorrenti. Non esitava mai a condividere un contatto, un consiglio , e lei conosceva benissimo il sud.”
“Conosceva quell’ambiente come le sue tasche e condivideva questo amore e questa dedizione con chiunque ne avesse bisogno.”
Khalil, 42 anni, è stata uccisa mercoledì mentre si recava a documentare un precedente attacco israeliano nella città di al-Tayri.
‘Conosceva [il sud] come le sue tasche e condivideva questo amore e questa dedizione con chiunque ne avesse bisogno.’– Hussein Chaabane, giornalista
Un primo attacco ha colpito un veicolo parcheggiato davanti a Khalil e alla fotografa freelance Zeinab Faraj, costringendole a rifugiarsi in una casa vicina.
Secondo il ministero della Salute, un secondo attacco ha poi colpito la casa. I soccorritori hanno recuperato Faraj, che aveva riportato una ferita alla testa, ma sono stati bersagliati da colpi d’arma da fuoco prima che potessero raggiungere Khalil.
Ore dopo, hanno recuperato Khalil, morta sotto le macerie.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha definito l’omicidio un crimine di guerra e ha affermato che il Libano non risparmierà alcuno sforzo per perseguire i colpevoli a livello internazionale.
“L’uccisione di Amal è stata l’uccisione di una donna della resistenza”, ha dichiarato a MEE il regista libanese Bachir Abou Zeid.
“Israele l’ha uccisa perché era una giornalista della resistenza, non semplicemente perché era una giornalista.”
Scrittrice plasmata dalla professione
Khalil era nata nel 1984 ad al-Baisariyah, nel distretto di Saida, nel Libano meridionale.
Era cresciuta durante la guerra civile e l’occupazione israeliana di gran parte del Libano meridionale, e aveva raccontato di aver visto villaggi occupati in lontananza, quando era bambina. La sua città natale fu riconquistata dalle forze israeliane poco prima della sua nascita.
Khalil è cresciuta leggendo As-Safir, un popolare quotidiano libanese ora non più pubblicato, attraverso il quale, a suo dire, aveva appreso delle difficoltà della gente comune, dei prigionieri e delle persone fatte sparire con la forza, e della guerra civile.
Aveva studiato letteratura araba nella città di Saida e, all’insaputa dei genitori, si era recata a Beirut, dove si era impegnata nell’attivismo comunista.
Fu allora che la sua carriera di scrittrice iniziò a decollare, e scrisse diversi articoli per la rivista al-Hasnaa.
“Una storia che ricordo in particolare è quella del numero speciale di San Valentino, che parlava di come le persone queer celebravano l’amore in una società conservatrice”, aveva ricordato in un’intervista rilasciata a gennaio a The Public Source, una testata con sede a Beirut.
Khalil entrò a far parte del neonato quotidiano Al-Akhbar nell’aprile del 2006, pochi mesi prima che il primo numero andasse in stampa. Avrebbe poi lavorato lì per 20 anni.
Poche settimane dopo, Israele lanciò una guerra di 33 giorni contro il Libano, un momento che Khalil descrisse come un punto di svolta nella sua carriera.
Inizialmente si era unita al giornale per scrivere di questioni femminili e culturali. Ma, sullo sfondo della guerra, raccolse le storie degli sfollati e dei bombardamenti israeliani.
Fu un tema ricorrente che la accompagnò per tutta la sua vita professionale.
Paragrafo’La pressione per spezzarmi era implacabile, ma non ho ceduto.’– Amal Khalil
Khalil risiedeva principalmente nella città di Sour, conosciuta anche come Tiro, dove si occupava di inchieste di interesse pubblico.
“Indagare sui casi di corruzione e sui problemi sociali della zona, senza risparmiare nessuno, nemmeno la mia famiglia, mi ha portato a degli scontri”, ha raccontato.
“Sono stata minacciata, aggredita e intimidita. La pressione per spezzarmi è stata incessante, ma non ho ceduto.”
Sebbene al-Akhbar fornisse una copertura favorevole a Hezbollah e alla resistenza contro Israele, Khalil disse di non aver subito nessuna limitazione nello scrivere
Aveva ricordato che nel 2011 al-Akhbar si era opposto alla richiesta di Hassan Nasrallah, allora leader di Hezbollah, di non pubblicare i documenti di WikiLeaks riguardanti Nabih Berri, presidente del parlamento.
Nel corso del tempo, era diventata la corrispondente di fiducia di al-Akhbar per tutto il sud del Paese, coprendo, tra le altre zone, Sour, Bint Jbeil e Nabatieh.
Faccia a faccia con le truppe israeliane
Khalil sapeva fin troppo bene che le forze israeliane hanno l’abitudine di prendere di mira i giornalisti libanesi.
Nel 2010, scrisse un necrologio per il suo collega Assaf Abu Rahhal, ucciso dai bombardamenti israeliani.
Ricordò un soldato libanese che le porse la carta d’identità insanguinata di Abu Rahhal. “Era tutto ciò che restava di Assaf. Non dimenticherò mai quel giorno”, disse.
Khalil rimase incrollabile nel suo sostegno alla sinistra e alla resistenza contro l’occupazione.
Negli ultimi anni aveva iniziato a produrre più contenuti video, imparando a montare i film da sola, nonostante avesse insistito sul fatto di non volervi apparire.
“Sono qui per raccontare le storie della gente, non per diventare io stessa il protagonista della storia.”– Amal Khalil
“Per me era semplice: sono qui per raccontare le storie delle persone, non per diventare io stessa la protagonista della storia”, diceva .
Durante la guerra di Israele contro il Libano del 2023-2024, scoppiata quando Hezbollah attaccò Israele in segno di solidarietà con i palestinesi massacrati a Gaza , aveva documentato attacchi israeliani contro civili e infrastrutture civili.
“Fin dal primo giorno del genocidio, Amal ha criticato Israele attraverso i suoi reportage”, ha affermato Abou Zeid.
“La sua documentazione, i suoi spostamenti da una zona all’altra e la sua capacità di amplificare la storia delle persone di quelle terre e del sud.”
Dopo l’annuncio del cessate il fuoco nel febbraio dello scorso anno, aveva denunciato le violazioni quasi quotidiane della tregua da parte di Israele.
Nel corso della sua carriera, Khalil si era trovata più volte faccia a faccia con le forze israeliane. Il momento in cui vi andò più vicina, aveva raccontato, fu nel novembre del 2024, quando le forze israeliane aprirono il fuoco per allontanare lei e i suoi colleghi da un bulldozer.
“Non ho mai accettato le limitazioni israeliane”
Colleghi e amici ricordano che Amal si rifiutò di sottomettersi agli ordini israeliani o alle limitazioni imposte alla sua libertà di movimento.
“Amal non ha rispettato nemmeno per un istante le istruzioni israeliane su dove poteva andare”, ha dichiarato Abou Zeid.
“Amal non era una giornalista nel senso convenzionale del termine. Il suo amore per la terra e per la sua gente superava ogni altra cosa.”
Khalil stessa aveva afferemato, dopo la guerra del 2024, che alcune persone le avevano consigliato di limitare i suoi spostamenti, ma che la sua fede e la sua educazione rivoluzionaria le avevano insegnato a resistere “a viso aperto all’oppressione”.
‘Il suo amore per la terra e per il suo popolo superava ogni altra cosa’.– Bachir Abou Zeid, regista
“Il mio sostegno alla popolazione del sud, la mia presenza tra loro sin dalla guerra del luglio 2006, è sempre stata la scelta giusta. Hanno sempre dimostrato di essere all’altezza della fiducia riposta in loro”, ha affermato.
“Diventeranno più forti, più saldi e più fedeli a questa bussola incrollabile, verso la verità e verso la Palestina.”
Chaabane ha affermato che la sua morte è stata una prova per coloro che sono rimasti.
“Amal non ha mai accettato i limiti che gli israeliani cercavano di imporle; anzi, li ha spinti oltre i loro limiti”, ha affermato.
“La sua morte lascia un vuoto, un vuoto enorme, che dovremo colmare.”
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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