Israele temeva Amal Khalil, proprio come temeva Shireen Abu Akleh

La giornalista libanese Amal Khalil è stata uccisa perché si è rifiutata di farsi intimidire e di tacere.

Fonte: English Version

Di Yara Hawari – 26 aprile 2026

Il 22 aprile, il Regime israeliano ha assassinato un’altra giornalista. Il suo nome era Amal Khalil. Era una nota giornalista libanese, nata nei primi anni dell’ultima occupazione israeliana del Libano meridionale, che ha trascorso anni a documentare la vita delle persone nel Sud del Paese, tra invasioni e bombardamenti israeliani.

Amal era molto conosciuta e amata in tutto il Libano. Come ha detto suo fratello, Ali Khalil, al suo funerale, era presente in ogni casa.

Per due anni, Amal ha ricevuto minacce dirette dal Regime israeliano. In un’intervista, ha ricordato una telefonata di un agente del Mossad che la minacciò di decapitarla se non avesse smesso di fare servizi dal Sud. Conoscevano dettagli intimi della sua vita e volevano che sapesse di essere sotto sorveglianza.

Eppure, lei continuò a fare il suo lavoro, sapendo che da un giorno all’altro il Regime israeliano avrebbe potuto mettere in atto le sue minacce. Amal era il tipo di persona che Israele teme di più: quella che non si lascia intimidire e ridurre al silenzio, quella che non si lascia mettere alle strette, quella che sfida apertamente il brutale potere israeliano.

Non ci sono dubbi sul fatto che l’esercito israeliano l’abbia presa di mira direttamente. Al Akhbar, il giornale per cui lavorava Amal, ha diffuso i dettagli della sua uccisione. Secondo quanto riportato, Amal si trovava in missione vicino alla strategica città di Bint Jbeil, di cui aveva spesso scritto in passato.

Bint Jbeil è stata teatro di una battaglia cruciale tra le forze del Regime israeliano e i combattenti di Hezbollah prima del cessate il fuoco. È un luogo simbolo di resistenza per molti libanesi: durante l’invasione del 2006, ha respinto con successo numerosi tentativi di conquista da parte delle forze del Regime israeliano.

Amal viaggiava in auto con la fotografa indipendente Zeinab Farraj quando un veicolo che le precedeva è stato colpito da un drone israeliano. Le due donne si sono rifugiate in un edificio vicino, dove hanno chiamato parenti e colleghi per chiedere aiuto. Poco dopo, l’edificio è stato bombardato dalle forze israeliane.

Il Primo Ministro libanese ha rilasciato una dichiarazione in cui chiedeva l’intervento della Croce Rossa. L’organizzazione ha inviato una squadra che è riuscita a trarre in salvo Zeinab, rimasta ferita, dall’edificio. Sono stati però bersagliati dal fuoco nemico e non sono riusciti a recuperare Amal. Al loro ritorno, l’hanno trovata morta.

L’assassinio di Amal ricorda in modo agghiacciante quello della veterana giornalista palestinese e corrispondente di lunga data di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh. Quattro anni fa, anche lei si trovava in un luogo simbolo della Resistenza contro le forze di invasione del Regime israeliano: la città palestinese di Jenin. È stata colpita alla testa mentre cercava riparo dal fuoco israeliano insieme a un collega.

Dalla sua uccisione, oltre 250 giornalisti e operatori dei media palestinesi sono stati uccisi, prevalentemente durante il Genocidio a Gaza. Molti di loro sono stati presi di mira mentre svolgevano il proprio lavoro, altri sono stati attaccati mentre si trovavano a casa con le loro famiglie. È il caso di Mohammed Abu Hatab, ucciso insieme a 11 membri della sua famiglia in un Bombardamento aereo israeliano sulla sua abitazione nel novembre 2023.

La persecuzione dei giornalisti palestinesi e libanesi da parte del Regime israeliano è ben documentata, e l’uccisione di Amal è l’ultimo episodio di una serie di morti che, dall’ottobre 2023, ha reso questo il conflitto più letale per la stampa nella storia. Ciò che colpisce di questo primato non è solo la sua portata, ma anche le condizioni che lo hanno reso possibile.

L’impunità non è semplicemente un fallimento della giustizia a posteriori, bensì una struttura di permissivismo che plasma ciò che i Regimi credono di poter fare prima ancora che accada. Il Regime israeliano ha imparato, attraverso decenni di esperienza, che non esiste atto che possa commettere che gli costi significativamente il sostegno dei suoi alleati occidentali, e ne ha tratto la conclusione ovvia. Sarebbe un errore definire il Regime israeliano come l’unico Regime violento nella storia dei progetti coloniali di insediamento e dei Regimi imperiali. Ciò che lo distingue, tuttavia, non è tanto la natura della violenza quanto la sfrontatezza con cui viene perpetrata, e questa sfrontatezza è a sua volta frutto dell’impunità.

Questo è un Regime che non si preoccupa più di nascondere le proprie azioni. I giornalisti non vengono semplicemente presi di mira, ma braccati e uccisi. Il messaggio che viene trasmesso non è casuale, è l’obiettivo principale.

Amal era consapevole del rischio che correva e lo ha corso comunque, come hanno fatto i giornalisti locali in Libano e Palestina, perché qualcuno deve testimoniare ciò che sta accadendo a quelle persone. Il Regime israeliano l’ha uccisa per questo.

Il mondo che afferma di dare valore alla libertà di stampa la piangerà brevemente, proprio come ha fatto con Shireen, per poi continuare a fornire la copertura che rende inevitabile il prossimo omicidio.

 -Yara Hawari è Analista Capo della Rete Politica Palestinese Al-Shabaka. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Politica del Medio Oriente presso l’Università di Exeter, dove ha tenuto vari corsi universitari e di cui continua ad essere ricercatrice onoraria. Oltre al suo lavoro accademico, incentrato sugli studi indigeni e sulla storia tramandata, è una assidua commentatrice politica che scrive per vari media tra cui The Guardian, Foreign Policy e Al Jazeera English.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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