Non c’è innovazione alimentare che tenga di fronte a un genocidio. Non c’è burger di proteine vegetali, trancio di carne coltivata, che valga il silenzio su Gaza.
Grazia Parolari – Invictapalestina – 29 Aprile 2026
Si svolgerà a Milano Rho, dall’11 al 14 Maggio, TUTTOFOOD, la Fiera di riferimento per il settore agroalimentare in collaborazione, tra gli altri, con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Alimentare. Secondo una comunicazione circolata informalmente la Fiera, riservata agli addetti del settore, dovrebbe ospitare anche un’iniziativa legata a prodotti plant-based israeliani. Uno show cooking con aziende “green” come Redefine Meat, Chunk Foods, Vgarden e Mima Foods. Israele tuttavia non compare nella lista dei Paesi espositori, così come, nel momento in cui scrivo, lo show cooking non è presente nelle pagine dedicata agli eventi, sollevando il sospetto che la partecipazione israeliana non voglia essere resa troppo visibile.
Ovviamente, la presenza di queste aziende a una fiera internazionale del food non è un’eccezione anzi, si inserisce perfettamente nella strategia che ne sta alla base: presentare il cibo plant-based come innovazione e la tecnologia alimentare come speranza di un futuro sostenibile. Una narrazione preconfezionata, che attribuisce automaticamente a questi eventi l’etichetta di “progresso e sostenibilità”.
Ed è qui che si apre la questione politica. Perché questa narrazione non descrive soltanto prodotti o tecnologie: separa sistematicamente l’innovazione dal contesto in cui nasce, fornendole un preciso quadro di legittimità.
Nel caso israeliano questo meccanismo è particolarmente evidente. La promozione globale del settore plant-based e food tech si inserisce infatti nell’operazione di costruzione dell’immagine del Paese come laboratorio tecnologico d’avanguardia, sensibile al benessere animale, all’ambiente e alla sostenibilità, il tutto per nascondere e oscurare ciò che questo Stato pratica nella realtà: l’occupazione coloniale della Palestina, il regime di apartheid, il genocidio ancora in corso a Gaza, l’attacco al Libano, un’ideologia espansionistica e razzista che ne costituisce il fondamento.
Il veganwashing come depoliticizzazione dell’etica
Israele si è costruito negli anni la fama di “Paese più vegan del mondo”, laboratorio mondiale della carne coltivata, avanguardia della sostenibilità alimentare, Paese con il più alto numero di vegani e di servizi ad essi dedicati. Tel Aviv viene spesso definita la capitale mondiale del veganismo, mentre la favola dell’esercito più vegan del mondo è stata ampiamente diffusa e celebrata, portata come ennesimo esempio della “moralità” dell’IDF.
Che poi il veganismo abbia alla base il rifiuto di ogni tipologia di violenza, sfruttamento o oppressione, sembra essere un dettaglio non considerato.
Del resto la costruzione di questa immagine può funzionare solo attraverso una selezione precisa della realtà: da un lato si enfatizza la riduzione della sofferenza animale come segno di progresso etico; dall’altro si tace completamente il fatto che questa infrastruttura tecnologica e industriale operi dentro un sistema politico segnato da occupazione militare, apartheid e controllo coloniale del territorio, tutti elementi che impattano radicalmente non solo sulla vita delle persone, ma anche sulla vita di quegli stessi animali la cui sofferenza sembrerebbe stare così tanto a cuore agli innovatori tecnologici
Techwashing: la tecnologia come alibi
Israele è anche diventato il sinonimo di Start-Up Nation — laboratorio globale, eccellenza nel food tech, nella cybersecurity, nelle biotech. In questa narrazione, il contesto politico smette di essere rilevante. Se sei all’avanguardia nell’innovazione, le domande su quello che succede a Gaza diventano fastidiose, fuori luogo, addirittura ideologiche.
Ma la tecnologia non è mai neutrale. Nasce all’interno di precisi rapporti di potere, con risorse che provengono da specifici finanziatori, beneficiando di situazioni eticamente e moralmente inaccettabili.
Le Fiere: dove il conflitto sparisce
TUTTOFOOD, come tutte le grandi Fiere internazionali, funziona come una zona franca. Al suo interno solo il mercato conta: l’innovazione, il prodotto, l’investimento. Le questioni politiche o etiche vengono neutralizzate in automatico, perché il linguaggio economico le rende semplicemente non pertinenti.
Ecco quindi che le aziende israeliane plant based sono accettate e proposte come qualsiasi altro brand del settore, senza obiezioni o proteste interne anzi, riservando loro spazi e opportunità
Eppure, quando uno show cooking israeliano va in scena a TUTTOFOOD, non rappresenta solo un semplice evento culinario, ma un tassello di un’operazione sistematica di legittimazione che usa il linguaggio del cibo, della sostenibilità e dell’innovazione per normalizzare una realtà che normalizzata non dovrebbe essere.
Non c’è innovazione alimentare che tenga di fronte a un genocidio. Non c’è burger di proteine vegetali, trancio di carne coltivata, che valga il silenzio su Gaza. Chi organizza, chi espone, chi partecipa, consapevolmente o meno, diventa semplicemente complice.
Veganismo e complicità
C’è poi una riflessione finale
Il veganismo è portatore di un’etica che, nella sua forma più coerente, non si ferma alla forchetta: interroga il potere, le strutture, chi decide cosa viene prodotto e a quale costo.
Tuttavia negli ultimi anni qualcosa sembra essersi inceppato. Il veganismo è diventato sempre più spesso uno stile di vita, un’identità di consumo, una dieta, una lista di ingredienti da evitare. Pulito, rassicurante, perfettamente compatibile con il mercato. E il mercato non ha problemi a venderti valori finché non gli fai domande scomode.
Redefine Meat, così come gli altri alimenti plant based proposti nello show cooking, è un prodotto vegano. Tecnicamente perfetto. Ma viene da un Paese che sta scientemente attuando un genocidio. Comprarlo, promuoverlo (così come comprare e promuovere prodotti “made in Israel”), significa separare l’etica dalla politica, esattamente come fa il veganwashing. Significa cadere nella sua trappola.
La coerenza non si misura solo su cosa si mette nel piatto. Si misura su cosa si è disposti a boicottare.

