«Siamo stati lasciati soli»: lungo la «Linea Gialla» di Israele, i libanesi si sentono abbandonati dallo Stato.

Nei villaggi più vicini alle zone occupate, gli abitanti temono ulteriori avanzate militari israeliane e ripongono la loro fiducia in Hezbollah.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Personale della protezione civile libanese cerca i dispersi vicino al ponte Qasmiyeh, danneggiato dai bombardamenti, nei pressi della città meridionale di Tiro © Kawnat HAJU / AFP

Di Laurent Perpigna Ibana Sour, Libano – 28 aprile 2026

Sul lungomare di Sour, importante città costiera del Libano meridionale , la scena si ripete ogni giorno. Da via Nabih Berri, decine di persone osservano la costa meridionale libanese, visibile a occhio nudo fino alla città di confine di Naqoura.

Sui loro volti si legge ansia, persino incredulità. Una donna del posto indica delle grandi rocce bianche in lontananza: le scogliere di al-Bayada, a soli otto chilometri di distanza, ora una postazione avanzata delle truppe israeliane nell’ambito della loro continua invasione del Libano meridionale.

Anche se i soldati non sono visibili, l’occupazione del territorio è un duro colpo per gli abitanti di Sour, aggravato dalla costante sensazione di essere osservati.

«Israele ha sempre voluto conquistare Naqoura. Il promontorio offre una vista su tutta la costa. Eravamo costantemente sotto sorveglianza dei droni; ora sappiamo che ci osservano direttamente da lì», ha detto Lina, sconsolata. Il suo appartamento si affaccia su quelli che lei chiama «i territori appena occupati».

Nelle strade circostanti, molti residenti sfollati dai villaggi più vicini alla Linea Blu – il confine tracciato dalle Nazioni Unite nel 2000 per segnare il ritiro di Israele dal Libano meridionale – hanno trovato rifugio, nonostante i gravi danni inflitti qui dalle forze israeliane.

Per molti, la loro terra è stata resa inabitabile dai bombardamenti o è ora sotto occupazione.

In seguito a una parziale apertura dell’area alla stampa da parte di Hezbollah , i giornalisti possono, per alcune ore, spingersi più a sud di Sour.

La strada costiera che si snoda lungo il litorale è quasi deserta. Solo una manciata di veicoli si fa strada in un paesaggio devastato, costellato di foto di combattenti di Hezbollah uccisi dall’apertura del fronte libanese l’8 ottobre 2023.

All’orizzonte appare un posto di blocco presidiato da una manciata di soldati libanesi.

Le truppe israeliane si trovano a non più di un chilometro di distanza, ad al-Bayada, la prima località lungo la costa settentrionale a essere inclusa nella “Linea Gialla” israeliana, tracciata a circa 10 chilometri all’interno del Libano meridionale.

Questa linea di demarcazione, imposta da Israele dopo l’attuazione di un cessate il fuoco di 10 giorni, ricalca il modello visto a Gaza, impedendo agli abitanti di decine di comunità di confine di tornare alle proprie case.

Questa fotografia, scattata nel nord di Israele, mostra soldati israeliani che camminano lungo la strada tra case distrutte nel sud del Libano, il 27 aprile 2026 (AFP).

A poca distanza nell’entroterra si trova il villaggio di al-Mansouri.

La scena si ripete in tutto il Libano meridionale: strade deserte ed edifici crollati si estendono a perdita d’occhio. Tutto è in macerie, compresa la moschea del villaggio, con il minareto spezzato.

Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco il 17 aprile, si è consumata un’altra tragedia. Un piccolo gruppo di abitanti del villaggio, rientrati immediatamente dopo l’annuncio della tregua, è stato preso di mira dalle forze israeliane.

Un residente, parlando in forma anonima a Middle East Eye, ha raccontato quel giorno.

«Ci ​​siamo dispersi in diverse parti del villaggio dopo essere stati attaccati.»

«Né le forze di sicurezza, né la Croce Rossa sono state autorizzate ad entrare nel nostro villaggio, in questa terra per la quale abbiamo versato tanto sangue. Siamo stati lasciati soli.»

I residenti affermano che ogni tentativo di andarsene in auto veniva accolto dal fuoco israeliano, sia da terra che dall’aria.

Seguì poi un assedio di quattro giorni, durante il quale sopravvissero nutrendosi esclusivamente di limoni.

Mohammad, sulla trentina, non era presente al momento dell’accaduto. Con lo sguardo perso nel vuoto, spiegA di aver ricostruito gli ultimi istanti di vita del padre grazie alle testimonianze di chi era presente.

Mohammad ha raccontato che suo padre è rimasto intrappolato in un cerchio di fuoco prima che venisse colpito l’edificio in cui si era rifugiato.

Dal 2 marzo, oltre 2.500 persone sono state uccise negli attacchi israeliani. Tra le vittime figurano 277 donne, 177 bambini e 100 operatori sanitari, secondo il ministero della Salute libanese.

‘Linea Gialla’

Ufficialmente, al-Mansouri non rientra nella “Linea Gialla”, sebbene ora si trovi ai suoi margini.

«Stiamo cercando di capire cosa sta succedendo. Gli israeliani hanno postazioni molto vicine, in cima alla collina che domina la città. Possono vedere l’intero villaggio», ha detto Moussa Zein, un residente di 65 anni tornato di recente.

“Il cessate il fuoco viene violato decine di volte al giorno, mentre il nostro governo si perde in trattative con il nemico”.– Mohammad, villaggio di al-Mansouri

Come molti altri, Moussa preferirebbe restare, un desiderio limitato più dall’entità della distruzione e dalla mancanza di acqua ed elettricità che dal rischio di attacchi israeliani, che continuano quotidianamente nel Libano meridionale nonostante il cessate il fuoco.

«Le nostre vite, e quelle dei nostri genitori, sono state segnate da guerre e invasioni. Per molto tempo nessuno ci ha fatto caso. Ma ora il mondo intero ha capito che Hezbollah è solo un pretesto per l’espansione territoriale di Israele», ha affermato Mohammad.

A riprova di ciò, cita le dichiarazioni rilasciate la scorsa estate dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a I24, in cui affermava di essere guidato da una “missione storica e spirituale” e di essere “profondamente” impegnato nella visione della Terra Promessa e del Grande Israele .

“L’occupazione non può durare. Crediamo nella resistenza. È l’unica cosa che può proteggerci”, ha detto Mohammad.

“E il cessate il fuoco viene violato decine di volte al giorno, mentre il nostro governo si perde in colloqui con il nemico”, ha aggiunto, riferendosi ai recenti colloqui tra Tel Aviv e Beirut a Washington, i primi in trent’anni.

Le cicatrici degli attacchi israeliani

A pochi chilometri a sud-est di al-Mansouri, gli abitanti di Majdal Zoun, anch’esso ai margini della “Linea Gialla”, condividono le stesse preoccupazioni.

La cittadina, arroccata su una collina e solitamente abitata da circa 5.000 persone, è ora quasi deserta. I segni dei bombardamenti israeliani sono ovunque, rendendo difficile trovare una sola casa intatta.

Un gruppo di giovani donne, costrette a rifugiarsi a Sour, vi fanno ritorno ogni giorno.

«Questo è il nostro villaggio. Non vogliamo abbandonarlo, perciò andiamo avanti e indietro ogni giorno. Crediamo nella resistenza. Non lo lasceremo in mano al nemico», dicono quasi all’unisono.

Dal cimitero del villaggio, guardano verso Sour.

Giovani donne si riuniscono nel cimitero di Majdal Zoun, nel Libano meridionale (Laurent Perpigna Iban/MEE)

“La posizione geografica di Majdal Zoun attirerà l’attenzione del nemico. Temiamo che possano tentare di impadronirsene molto presto”, hanno aggiunto.

Un drone ronza sopra le loro teste. Lanciano occhiate ansiose al cielo.

Sul margine meridionale di Majdal Zoun, a soli due chilometri di distanza, è visibile a occhio nudo Shama, un villaggio abitato. La sua fortezza, che ospita il santuario di Shamoun al-Safa, la tomba dell’omonimo profeta, è stata gravemente danneggiata.

A metà aprile, il Ministero della Cultura libanese ha annunciato di aver presentato una “denuncia urgente all’UNESCO”, chiedendo un intervento immediato per proteggere il sito archeologico.

Diverse bandiere israeliane sono visibili da lontano, sebbene durante la visita di Middle East Eye non sia stato osservato alcun movimento di truppe.

‘Contiamo sulla resistenza’

A pochi chilometri a est si trova il villaggio di Tayr Harfa, anch’esso occupato dalle forze israeliane. Esplosioni riecheggiano regolarmente, con colonne di fumo che si levano in lontananza.

«Stanno facendo saltare in aria le case. Dopo aver bombardato i villaggi, sono determinati a radere al suolo tutto, proprio come hanno fatto a Gaza», ha detto Ali, 39 anni.

Ali teme per il futuro del suo villaggio, ora circondato sul fianco meridionale dall’esercito israeliano.

«Purtroppo non ci aspettiamo nulla dall’esercito libanese. Contiamo sulla resistenza. Altrimenti anche Majdal Zoun cadrà.»

Ali ha parlato di “azioni eroiche” compiute dai combattenti di Hezbollah che, prima del cessate il fuoco, avevano inflitto  perdite alle forze israeliane e avevano impedito loro di avanzare ulteriormente.

Lo scontro continua. Il 23 aprile, Hezbollah ha affermato di aver abbattuto un drone di sorveglianza nella zona.

Pochi chilometri più a nord, il villaggio di Qlaileh piange la morte di diversi combattenti di Hezbollah caduti in battaglia. Una donna accarezza dolcemente, quasi meccanicamente, il ritratto del figlio, con gli occhi pieni di lacrime.

Accanto a lei, Rana, 30 anni, ha detto: “Non voglio che il loro sacrificio sia stato vano. Possiamo contare solo su noi stessi, quindi lotteremo per difendere la nostra terra. Possiamo contare solo su noi stessi.”

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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