Come la psicologia moderna sta trasformando un esercito genocida in un esercito “moralmente ferito”

Al loro ritorno da Gaza, i soldati israeliani stanno affrontando una crisi di salute mentale, e la diagnosi di “danno morale”, ovvero il disagio che si prova quando le azioni violano i propri principi morali, viene utilizzata per assolvere dalla colpa i responsabili del genocidio.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Soldati israeliani si dirigono verso veicoli militari nella Striscia di Gaza, 10 marzo 2024 (Foto: © Abir Sultan/EFE via ZUMA Press APA Images)

Di Rami Rmeileh  6 maggio 2026 

Un mese prima dell’inizio del genocidio a Gaza, il 7 ottobre, si registrava già una crescente crisi di salute mentale tra i soldati israeliani e un aumento dei tassi di suicidio nell’esercito. Già allora, lo Stato era alla ricerca di soluzioni tecnologiche e cliniche, sperimentando interventi come il blocco del ganglio stellato, iniettato nel collo per disattivare la risposta di “attacco o fuga” del sistema nervoso, l’addestramento al combattimento per simulare la resilienza e la guerra guidata dall’intelligenza artificiale, progettata per allontanare i soldati dal confronto diretto.

Eppure, l’ultima guerra, definita da alcuni come una “guerra esistenziale contro l’incertezza morale”, ha reso impossibile evitare il combattimento diretto. Sia in Libano che a Gaza, le forze di occupazione israeliane hanno continuato a inviare le loro truppe sul terreno, invadendo, uccidendo e violentando, e talvolta documentando i propri crimini. Ora che molti sono tornati a casa, e l’adrenalina degli assassini si è placata, la nebbia della loro distruzione si è diradata e il cielo si è schiarito, permettendo a tutti di vedere la distruzione e l’annientamento che hanno perpetrato; Ora che non sentono più le risate e le grida di giubilo dei loro compagni criminali che festeggiano il bombardamento delle case, e ora che i corpi di coloro che hanno ucciso si sono trasformati in un odore che li perseguita, la loro psiche urla, tormentata.

Numeri e testimonianze rivelano che Israele sta affondando nelle conseguenze della propria violenza, e i media la definiscono una crisi di salute mentale. I suicidi tra i soldati delle Forze di Occupazione Israeliane sono in costante aumento , il disturbo da stress post-traumatico è diventato una diagnosi di routine e le linee telefoniche di emergenza sono sovraccariche . I media israeliani parlano di “trauma di guerra” e “primo soccorso emotivo”. Psichiatri e membri della Knesset israeliani mettono in guardia contro un'” epidemia “.

Ma invece di chiedersi quale tipo di perverso ordine politico-coloniale produca questo livello di collasso psichico, il Paese e le istituzioni psichiatriche come l’American Psychological Association (APA) si affrettano a medicalizzare il problema per contenere e gestire le conseguenze morali delle proprie azioni. L’American Psychiatric Association ha ora riconosciuto il “danno morale” come un legittimo ambito di attenzione clinica. Clinici, giornalisti e studiosi israeliani hanno iniziato ad adottare il termine per i soldati di ritorno da Gaza. Si sta preparando un nuovo contenitore diagnostico per assorbire, neutralizzare e, in ultima analisi, assolvere dalla colpa i responsabili, proprio nel momento in cui la parola “genocidio” sta entrando nel dibattito giuridico e morale dominante .

L’esercito genocida trasformatosi in suicida

Per anni, le Forze di Occupazione Israeliane si sono orgogliosamente presentate come un esempio di successo nella prevenzione dei suicidi , citando una media di tredici suicidi tra i soldati all’anno, basandosi su un basso tasso annuo e su confronti selettivi con altri eserciti. Questa narrazione è crollata con il genocidio in corso a Gaza. Le cifre ufficiali delle IOF hanno registrato 17 presunti suicidi nel 2023 e 21 nel 2024 , il numero più alto in oltre un decennio. Un rapporto del Centro di Ricerca e Informazione della Knesset, pubblicato nell’ottobre 2025 su richiesta del deputato Ofer Cassif, ha rilevato che tra gennaio 2024 e luglio 2025, 279 soldati hanno tentato il suicidio e 36 sono morti. Quasi quattro su cinque erano soldati combattenti, un cambiamento significativo rispetto agli anni precedenti, quando i combattenti rappresentavano meno della metà dei suicidi. E solo il 17% di coloro che sono morti era stato visitato da un operatore sanitario specializzato in salute mentale nei due mesi precedenti al decesso.

La risposta delle Forze di Occupazione Israeliane è stata finora la negazione. Uno psicologo a capo dell’Unità di Risposta al Combattimento ha dichiarato alla stampa che “il tasso di suicidi nell’esercito è più o meno stabile negli ultimi cinque o sei anni” e ha addirittura affermato che è diminuito nell’ultimo decennio. Un’affermazione che riflette una sfacciata negazione della possibilità che Israele possa commettere un genocidio e rimanere psicologicamente integro.

Anche queste statistiche sono parziali. Contano solo coloro che indossavano l’uniforme al momento del decesso. Secondo il Ministero della Salute, come riportato inizialmente dalla CNN citando un rapporto ora rimosso, in Israele muoiono ogni anno più di 500 persone per suicidio e oltre 6.000 tentano il suicidio, con una stima del 23% di casi non denunciati. Il rapporto rimosso è stato ora sostituito da un tentativo di “smentire le voci di un aumento dei tassi di suicidio “. 

Queste cifre non includono i riservisti che hanno partecipato alla campagna di genocidio a Gaza, sono tornati a casa e in seguito si sono suicidati da civili. Haaretz ha monitorato almeno una dozzina di casi simili, spesso riguardanti uomini con chiari sintomi di disturbo da stress post-traumatico o grave disagio psicologico. Una volta congedati, le loro morti scompaiono nelle statistiche civili, scollegate da Gaza sia nei registri delle Forze di Difesa Israeliane che nella memoria collettiva israeliana.

Le famiglie scoprono che ai figli che Israele ha acclamato come “eroi” viene negato persino un riconoscimento simbolico quando muoiono per mano propria dopo la fine della guerra. Il caso del medico riservista Roi Wasserstein ha attirato molta attenzione mediatica. Si è suicidato pochi mesi dopo la sua ultima missione a Gaza. Poiché quel giorno non era in servizio attivo, le Forze di Occupazione Israeliane inizialmente si sono rifiutate di riconoscerlo come soldato caduto; doveva essere sepolto come civile. Solo dopo le proteste dell’opinione pubblica il Capo di Stato Maggiore ha promesso limitate riforme legislative per i “casi eccezionali”. Ma questa promessa è restata ferma alle parole, e i soldati continuano a crollare psicologicamente.

Nel frattempo, il dipartimento di riabilitazione del Ministero della Difesa ammette che quasi 11.000 soldati sono entrati nei suoi programmi psicologici dal 7 ottobre e che oltre un terzo di tutti i casi di disturbi mentali nella storia militare israeliana sono stati registrati in questo periodo. Entro il 2028, il ministero prevede di curare circa 100.000 “veterani” disabili, almeno la metà dei quali affetti da disturbi psicologici. Il genocidio perpetrato da Israele lascia “una scia di soldati traumatizzati, con un aumento anche dei suicidi”.

Il danno morale arriva a salvare il colpevole

Dagli anni ’90, gli psicologi descrivono il danno morale come il disagio che si manifesta quando le azioni di una persona – o la sua inerzia – violano le sue convinzioni morali più profonde. Si tratta di un concetto diverso dal classico disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e non necessariamente legato al terrore di fronte a una minaccia, bensì a vergogna, odio verso sè stessi, senso di tradimento e perdita di significato.

Lo psichiatra Jonathan Shay, nel suo lavoro con i veterani del Vietnam presso il Dipartimento degli Affari dei Veterani degli Stati Uniti, definì il danno morale come il risultato di un “tradimento di ciò che è giusto” da parte di un’autorità legittima in una situazione ad alto rischio, indicando esplicitamente la responsabilità della leadership e della struttura, nonché dell’autotradimento. In seguito, Brett Litz e i suoi colleghi diedero al concetto una formulazione più sistematica, descrivendo il danno morale come la conseguenza psicologica, sociale e spirituale del compiere atti che violano convinzioni morali profondamente radicate, del non riuscire a prevenirli o dell’essere testimoni di essi. In queste prime formulazioni, la dimensione strutturale rimaneva presente. Il danno morale era legato alla cultura militare, alle regole di ingaggio e alle decisioni politiche che collocavano i soldati in ambienti moralmente corrosivi. Col tempo, tuttavia, il concetto si è diffuso oltre il campo di battaglia. Ha iniziato ad apparire in contesti civili, dagli scandali di abusi all’interno di istituzioni religiose alla violenza sessuale in diverse istituzioni, dove il tradimento dell’autorità produce una profonda rottura morale. Con la diffusione del termine, il suo linguaggio critico di responsabilità strutturale si è progressivamente trasformato in una categoria clinica gestibile.

Di recente, il concetto è stato ripreso con forza. La letteratura clinica ha elogiato il riconoscimento da parte dell’American Psychiatric Association dei “problemi morali, religiosi o spirituali” come legittimo ambito di trattamento, presentando tale iniziativa come un’apertura verso nuove prospettive di valutazione e intervento. I ricercatori legati a programmi accademici che mirano a integrare le scienze sociali con questioni di virtù e significato hanno contribuito a consolidare questo riconoscimento all’interno del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), conferendo al termine una legittimità formale nella classificazione psichiatrica tradizionale. Non esiste alcun legame istituzionale tra queste iniziative e Israele, eppure la rapidità con cui il termine è stato adottato dai media israeliani, dai commenti clinici e persino dal dibattito parlamentare rivela qualcosa che va oltre la normale diffusione di un concetto accademico. Nel contesto della Striscia di Gaza, il termine viene utilizzato per descrivere il trauma subito dai soldati a seguito di atti a cui hanno partecipato o a cui hanno assistito: uccisioni di massa, attacchi contro i civili, distruzione sistematica e il senso di colpa che ne consegue, insieme alla distruzione dell’immagine che avevano di sé stessi e della “legittimità” delle loro azioni.

Il termine indica anche l’erosione della fiducia nell’istituzione militare e nell’ideologia che ha giustificato questa violenza, soprattutto il sionismo, presentato loro come fondamento della legittimità che li ha spinti a compierla. Un termine che per anni era rimasto in gran parte confinato all’assistenza ai veterani, o alle discussioni sull’abbandono e il tradimento da parte di comandanti e istituzioni militari, talvolta all’interno di contesti morali e religiosi più ampi, è improvvisamente diventato il quadro di riferimento principale per comprendere le conseguenze del genocidio nella Striscia di Gaza per i soldati israeliani.

Il “danno morale” non annulla la capacità di agire come a volte può fare il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Riconosce la violazione morale. Nel contesto di uno stato coloniale di insediamento come Israele, costruito sull’ideologia sionista e sulla militarizzazione permanente, la sua integrazione nei quadri istituzionali e la sua trasformazione in una categoria diagnostica trattabile lo rendono uno strumento per regolare la coscienza, anziché aprire la strada alla responsabilità. Una volta inserito nei manuali diagnostici, assorbito nei protocolli di trattamento e compresso nei titoli dei media, la violenza che rivela viene nuovamente contenuta. La colpa legata al genocidio e alla violenza coloniale diventa una questione psicologica individuale. La coscienza del carnefice diventa il principale oggetto di preoccupazione, mentre la struttura del colonialismo di insediamento e la dottrina sionista che hanno prodotto questa violenza passano in secondo piano.

 Questo non significa che la sofferenza psicologica sia inventata. Significa che il modo in cui viene inquadrata non è mai innocente e che il quadro di riferimento scelto ha delle conseguenze. Il PTSD suscita empatia per coloro che sono stati esposti al pericolo. Il “danno morale” suscita empatia per coloro che hanno violato i propri valori. Senza verità, responsabilità e cambiamenti strutturali, entrambi possono diventare linguaggi attraverso i quali il potere assorbe la propria crisi e sopravvive.

Michel Foucault ci insegna che il potere moderno si protegge producendo le diagnosi stesse attraverso cui la società comprende la sofferenza. Le istituzioni assistenziali non sono mai neutrali: generano categorie che mantengono intatte le strutture politiche. La rapida adozione del concetto di “danno morale” si inserisce perfettamente in questo schema. Il senso di colpa, che altrimenti potrebbe essere rivolto verso l’esterno – verso i palestinesi, verso la violenza di Stato, verso la brutalità dell’occupazione – viene ridefinito come un problema interno, clinico. E una volta medicalizzato, diventa meno minaccioso per l’ordine politico. Si lega all’individuo, quindi diventa curabile, e si distacca dalla politica. In questo modo, il danno morale rischia di diventare meno un linguaggio di responsabilità e più una nuova biotecnologia in grado di contenere i crimini perpetrati da Israele.

In Israele, clinici e giornalisti descrivono sempre più spesso soldati di ritorno da Gaza che “si rendono conto di ciò che hanno fatto” solo dopo che l’adrenalina si è esaurita. Haaretz ha dedicato articoli a psicologi come Yossi Levi-Belz, che curano uomini che, tornati a casa, scoprono che la versione ufficiale non corrisponde più alle immagini che hanno in mente. Alcuni studi accademici hanno iniziato a esplorare come il trauma morale spinga alcuni veterani all’attivismo politico come forma di riparazione morale , mentre altri si chiudono in se stessi, incapaci di esprimere la propria sofferenza senza autoaccusarsi.

Questa focalizzazione si inserisce in una lunga storia in cui la psichiatria, attraverso il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e modelli correlati, ha trasformato gli autori di crimini in Vietnam, Iraq e Afghanistan in oggetti di compassione. Ma nel contesto di un’occupazione in corso, dove non esiste una condizione “postbellica”, ciò che viene esposto è più difficile da contenere. Se la colpa era marginalizzata nell’era del PTSD, oggi viene assorbita. Questo schema non è certo nuovo. I gruppi dominanti hanno a lungo tradotto la responsabilità politica in un vocabolario psicologico. I dibattiti sulla “colpa bianca” nei contesti postcoloniali hanno ridefinito il razzismo strutturale come un fardello emotivo sopportato dai bianchi, spostando l’attenzione dalla giustizia riparativa alla gestione del disagio. Allo stesso modo, l’ascesa del discorso sulla “depressione maschile” in alcuni contesti ha talvolta riformulato la critica femminista come fonte di angoscia per gli uomini, trasformando la questione del potere di genere in una storia di mascolinità ferita. Ogni volta, il confronto politico viene attenuato all’interno del linguaggio terapeutico.

Dal ‘trauma’ al ‘danno morale ‘

Prima che il termine “trauma” diventasse il linguaggio dominante della psichiatria contemporanea, altri concetti erano già stati utilizzati per descrivere il crollo psicologico dei soldati causato dalla guerra. Durante la Prima Guerra Mondiale, termini come “shock da bombardamento” e “nevrosi di guerra” comparvero per descrivere soldati che tremavano, perdevano la parola, soffrivano di paralisi, incubi e incapacità di continuare a combattere. Fin dall’inizio, la questione non è mai stata puramente medica e la preoccupazione non si è mai concentrata su coloro che subivano in prima linea la violenza perpetrata dai soldati, né sui soldati stessi. Medici e autorità militari discutevano spesso se queste condizioni fossero lesioni neurologiche causate da esplosioni o segni di codardia, debolezza e fallimento morale. I vertici militari temevano spesso che riconoscere il crollo psicologico come una lesione significasse ammettere che la guerra stessa potesse distruggere gli uomini inviati a combatterla, e che tale riconoscimento potesse indebolire la disciplina, l’obbedienza e l’autorità di comando tra le truppe. È proprio in quel momento che il trauma si presentò come il magico strumento politico in grado di riconoscere la sofferenza e di gestirla al tempo stesso.

Nella sua opera fondamentale “Burnout”, Hannah Proctor ci insegna che il trauma diventa politico prima ancora di diventare clinico, perché la psichiatria, le istituzioni umanitarie e gli stati giocano tutti un ruolo nel decidere quali forme di sofferenza vengono nominate, finanziate, curate e persino ricordate. Da quando il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è entrato nel DSM nel 1980, il trauma è diventato uno dei principali linguaggi attraverso cui la violenza viene spiegata in reparti ospedalieri, disastri, occupazioni e altre crisi umanitarie causate dall’uomo. Se da un lato, come linguaggio, può offrire riconoscimento alle persone che soffrono, dall’altro è importante riconoscere che esso plasma anche il modo in cui quel dolore viene compreso e spesso depoliticizzato attraverso la centralità della questione: chi è autorizzato ad apparire come vittima e quali storie e racconti vengono spazzati via sotto il tappeto dell’imperialismo e del colonialismo.

I veterani del Vietnam, ad esempio, costrinsero lo Stato americano ad ammettere che la guerra li aveva seguiti anche a casa, rimanendo radicata nei loro corpi, nelle loro famiglie e nelle loro società. Manifestandosi sotto forma di dipendenze, famiglie distrutte, violenza domestica, paura, rabbia, senso di colpa e suicidio. Negli anni ’70, questi soldati si mobilitarono e chiesero che le loro “sofferenze” venissero curate e risarcite, e che la loro miseria postbellica fosse riconosciuta. Gruppi come i Veterani del Vietnam contro la guerra fecero pressioni a New York e cercarono di parlare apertamente del loro senso di colpa e di reindirizzarlo verso il governo. Come afferma un veterano : “Abbiamo scoperto che comprendere la guerra spostava la colpa e il senso di colpa che il veterano spesso si attribuiva, indirizzandoli verso il governo e le agenzie governative come l’esercito o il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, dove la colpa giusta (e dove deve ancora oggi) risiedere”.

Nell’ambito delle attività di lobbying per quella che viene spesso definita “sindrome post-Vietnam”, essa è entrata ufficialmente nella classificazione e nel riconoscimento psichiatrico negli anni ’80, diventando in seguito la base per trattamenti, richieste di invalidità e risarcimenti. Ma questo riconoscimento ha anche prodotto un pericoloso cambiamento e un riassetto morale nel modo in cui gli americani ricordavano la guerra . Nei film, nei romanzi e nella memoria collettiva, il soldato americano traumatizzato è spesso diventato la principale vittima del Vietnam. Persino massacri come quello di My Lai sono stati raccontati attraverso il dolore dei soldati che vi hanno assistito, che li hanno compiuti o che in seguito se ne sono pentiti. I civili vietnamiti uccisi dalle truppe americane, tra cui donne, bambini e anziani, sono stati forzatamente dimenticati e cancellati . Le loro morti sono diventate lo sfondo di una narrazione americana incentrata su colpa, dolore e redenzione.

Per comprendere ciò, dobbiamo riconoscere che il senso di colpa è stato estromesso dalle discussioni sul PTSD e persino dalle diagnosi ufficiali. Le prime discussioni sulla “sindrome post-Vietnam” riconoscevano che alcuni soldati soffrivano perché avevano ucciso, eseguito ordini criminali, assistito ad atrocità o preso parte ad atti che in seguito avrebbero percepito come moralmente intollerabili. Il senso di colpa del sopravvissuto era presente nei criteri del DSM-III per il PTSD, poi rimosso dai criteri principali nel DSM-III-R. Con la pubblicazione del DSM-IV nel 1994, il senso di colpa era stato messo da parte e il PTSD era stato inquadrato principalmente attorno alla paura, all’impotenza e all’esposizione alla minaccia. La sofferenza del soldato – e i suoi sintomi – rimanevano visibili, mentre la questione di cosa il soldato avesse fatto diventava più facile da eludere.

Questo strumento psichiatrico si dimostrò efficace e divenne al contempo un sedativo e un linguaggio capace di placare la coscienza pubblica quando le immorali crisi imperialiste iniziarono a manifestarsi nei reparti ospedalieri o nei tribunali militari. Offrì inoltre un modo pratico per tradurre la violenza politica in sofferenza individuale. Un modello che presto divenne noto , come lo definì lo psicoterapeuta tedesco David Becker, come “la Coca-Cola della psichiatria”, in cui il trauma si trasformò in un prodotto globale pronto all’uso, esportato come parte di un più ampio progetto di imperialismo culturale, svincolato dalle condizioni politiche che generavano la sofferenza.

Come ci insegna Hannah Proctor, il trauma è poi diventato parte dell’ascesa di un'”industria del trauma” intrecciata con la psichiatria umanitaria. Il trauma – e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) – come diagnosi e interventi sono diventati trasportabili, esportabili, standardizzati e distribuiti sotto l’autorità della cura e della competenza. I finanziamenti hanno iniziato ad affluire e le ONG si sono rapidamente adattate, iniziando a esportare programmi per il PTSD in vari contesti politici, spesso trattando la sofferenza come un problema di salute mentale individuale, slegato dalla violenza che l’aveva prodotta.

Nel corso di questo processo, il vocabolario e il linguaggio delle lotte anticoloniali e antimperialiste sono stati gradualmente erosi e sostituiti. Se i precedenti vocabolari rivoluzionari si riferivano a violenza, repressione, oppressione, colonialismo, imperialismo e, soprattutto, resistenza, il linguaggio che ha finito per dominare parla invece di vittime, trauma, resilienza, guarigione, trattamento, estremisti e terroristi. In questo cambiamento, il colonialismo diventa trauma individuale, depressione e ansia. L’occupazione diventa sofferenza. Il terrorismo sponsorizzato dallo Stato diventa una crisi di salute mentale. Il problema non è più l’ordine che produce danni psichici e fisici, ma il soggetto ferito che diventa un oggetto da curare e riabilitare al suo interno, e talvolta biasimato per non essere stato abbastanza “resiliente”.

Questo è uno dei tanti modi in cui la psichiatria si interseca con la politica, spesso riconoscendo il dolore pur rimanendo neutrale rispetto alla violenza che lo ha generato. Molti studiosi e pensatori hanno scritto ampiamente su questa relazione.

Il momento attuale, tuttavia, rivela un’ulteriore mutazione della stessa violenza psichiatrica. Ancora una volta, la psichiatria si avvicina ai carnefici per salvarli, offrendo ai loro atti disumanizzanti un antidoto e un linguaggio che li aiuta a eludere la verità: che sono genocidi, che meritano di essere ritenuti responsabili e che la loro stessa psiche li sta punendo per ciò che hanno fatto. Ancora una volta, i crimini vengono tradotti in lesioni, la responsabilità viene sostituita da cure, riconoscimento e ulteriori ricerche e analisi, e il trauma del soldato viene ribattezzato danno morale.

Trasformare un esercito genocida in una popolazione di pazienti

È proprio qui che il concetto di danno morale si insinua come un nuovo discorso seducente per i media israeliani e per gli psichiatri. Sembra reintrodurre il senso di colpa nel linguaggio clinico, ma in una forma attentamente controllata che non si trasforma in una confessione. Il senso di colpa diventa un sintomo. Il soldato non è più semplicemente colpevole di aver commesso crimini atroci; è “moralmente ferito”. La sua angoscia è una condizione da riconoscere da parte dei media, da studiare da parte di ricercatori e università e da curare da parte degli psichiatri. Mentre gli atti genocidi che hanno prodotto tale danno – la distruzione di interi quartieri, l’uso di scudi umani e il fuoco indiscriminato – scompaiono sullo sfondo. La diagnosi ricentra la sofferenza degli israeliani e spinge ulteriormente fuori dal quadro quella dei palestinesi.

Nei prossimi anni, quando un numero crescente di tribunali internazionali e l’opinione pubblica si orienteranno verso la definizione di genocidio per la campagna israeliana a Gaza, si stanno già ponendo le basi per una contro-narrazione: “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane non sono criminali; sono vittime di fardelli morali insormontabili”. Non hanno scelto questa situazione, le azioni di Hamas del 7 ottobre li hanno costretti a farlo, oppure sono stati traditi dai loro superiori e indotti a compiere atti immorali in tempi disperati. Sono traumatizzati. “L’esercito più morale del mondo” merita cure, non un giudizio. Questa è la funzione politica del danno morale . Non sfida il sistema, ma lo potenzia, anticipando e contenendo la critica. Riunendo carnefici, spettatori e vittime in un’unica categoria di “moralmente feriti”, il nuovo discorso offusca le distinzioni che contano per la giustizia. Permette a uno stato colonizzatore di riconoscere che qualcosa è andato terribilmente storto a livello di coscienza, senza mai chiedersi se il problema risieda nel progetto stesso. Trasforma la coscienza in un problema tecnico/medico che i terapeuti devono risolvere, sedare o tranquillizzare.

Etichettando i soldati come “moralmente feriti”, Israele può inquadrare la loro sofferenza senza affrontare direttamente le cause. E quando le cause vengono menzionate, è probabile che siano ricondotte al 7 ottobre – o presentate come risposte ad esso – proprio come evidenziato in un recente articolo di Forbes .

Nel frattempo, molti di questi soldati “moralmente feriti” che hanno preso parte ad atti genocidi si rivolgono agli animali salvati, considerandoli esseri viventi che li giudicano silenziosamente per ciò che hanno fatto e li aiutano a “guarire”. Come riporta un articolo , “la fattoria è diventata un’oasi per decine di veterani che hanno partecipato alle sue sessioni, che oltre alla consulenza tradizionale includono la terapia con cani e altri animali, con in sottofondo il cinguettio degli uccelli e il chiocciare delle galline”.

Questo spostamento verso la diagnosi riorganizza anche la sofferenza di coloro che sono accusati di crimini di guerra all’interno del meccanismo assicurativo, assistenziale e di governo neoliberale. Con il linguaggio del danno morale, i carnefici vengono ridefiniti come pazienti. Una volta che il “danno” è stato identificato, gli psichiatri possono ancorarlo a una categoria clinica riconosciuta, sulla quale le compagnie assicurative fanno affidamento per rimborsare i pazienti e, in definitiva, sedarli. Una strategia non esclusiva degli stati coloniali di insediamento, ma comune nei regimi neoliberali , dove il disagio – sia esso prodotto da crimini di guerra o da violenza strutturale – viene ridefinito come un disturbo da gestire, curare e spesso sedare, mentre le condizioni politiche che lo hanno generato rimangono saldamente in piedi.

La mente dice la verità che lo Stato non può ammettere

Qualsiasi discussione sulla moralità deve iniziare – e finire – con la crisi morale della psichiatria stessa. Frantz Fanon lo aveva capito e ci aveva avvertito da tempo che questa disciplina non era mai moralmente neutrale. Lavorando come psichiatra nell’Algeria coloniale, aveva visto il linguaggio clinico tradurre la violenza politica in patologia individuale. Torturatori e torturati entravano negli stessi reparti, la loro sofferenza descritta come sintomi piuttosto che come prodotto di un sistema coloniale fondato sul dominio e sull’occupazione. La psichiatria spesso appariva umana e imparziale, eppure silenziosamente restituiva le persone proprio a quell’ordine che le aveva costantemente violate. Per Fanon, questo era un problema irrimediabile della disciplina stessa. La psichiatria non si poneva al di fuori del potere, al di fuori del colonialismo; organizzava il modo in cui il potere veniva percepito – a livello cognitivo, fisico e psicologico – per poi confinarlo all’interno di un linguaggio che serviva al sistema. Chiamò questo fenomeno sociogenesi: sofferenza mentale plasmata dal mondo politico. Il colonialismo, scrisse, era un “fertile fornitore di ospedali psichiatrici” perché produceva contraddizioni che la psiche non era in grado di assorbire. Ciò che in clinica si manifestava come ansia o esaurimento nervoso era inseparabile dall’ordine sociale che lo aveva generato.

Altri, altrove, ci hanno a lungo avvertito che la psicologia e la psichiatria non sono mai state scienze neutrali, poiché sono nate all’interno delle formazioni politiche ed economiche che hanno creato il mondo moderno – l’impero, la gerarchia razziale, il capitalismo – e hanno contribuito a rafforzare tali formazioni.

Anche quando l’American Psychological Association si è finalmente scusata nel 2021 per aver rafforzato la supremazia bianca negli Stati Uniti, le scuse sono state circoscritte, senza affrontare il profondo legame globale della psicologia con il dominio coloniale, l’occupazione militarizzata o la produzione di conoscenze razzializzate. La psicologia non ha mai assunto il potere come proprio campo di indagine e, pertanto, ha a lungo svolto il ruolo di stabilizzatore del potere, non di suo critico.

A partire dal XIX secolo, le amministrazioni coloniali si servirono di categorie psicologiche e psichiatriche per classificare e controllare le popolazioni soggette al loro dominio. Gli africani schiavizzati che fuggivano dalla prigionia venivano considerati malati di mente, affetti da drapetomania ; le rivolte anticoloniali venivano descritte come prova di irrazionalità tribale, “mania religiosa” e difetti biologici, come documentato negli studi sul Kenya coloniale e altrove; le cosmologie e i sistemi di guarigione indigeni venivano reinterpretati come prova di “coscienza primitiva” o credenze patologiche, parte del più ampio progetto di etnopsichiatria che collocava intere culture su una scala evolutiva di sviluppo mentale. La psichiatria delle origini era profondamente intrecciata con l’eugenetica , offrendo legittimità scientifica alla sterilizzazione e all’istituzionalizzazione delle popolazioni razzializzate, nonché alla rimozione forzata dei bambini indigeni e al loro internamento in istituzioni “civilizzatrici”. In diversi contesti, la disciplina tradusse le lotte di liberazione e le rivendicazioni politiche in sintomi clinici, trasformando la resistenza in patologia. E nelle rare occasioni in cui la disciplina rivolgeva lo sguardo alla psiche del colonizzatore, lo faceva tipicamente per scagionare, non per interrogare – per presentare gli autori di violenza come vittime della propria sofferenza.

Sessant’anni dopo, l’avvertimento di Fanon e quello di molti indigeni che hanno subito la violenza della psichiatria risuonano di nuovo urgenti. Mentre gli psichiatri e i politici israeliani si confrontano con l’aumento dei suicidi, la crescente diffusione delle diagnosi di disturbo da stress post-traumatico e il linguaggio sempre più diffuso del danno morale, la psichiatria si scontra con i limiti della propria neutralità. La questione non è più solo come soffrono i soldati, ma perché quella sofferenza debba essere medicalizzata. In questo contesto, l’ascesa del concetto di danno morale non è altro che una strategia di sopravvivenza della disciplina stessa, volta ad assorbire la propria crisi morale.

Se il concetto ha un’utilità politica, il suo valore risiede nei fatti che mette in luce: l’epidemia psicologica che sta emergendo tra i soldati israeliani indica una realtà che lo Stato si rifiuta di ammettere; Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. E uno Stato colonizzatore che conduce una guerra genocida devasterà le popolazioni che prende di mira, ma danneggerà anche molti di coloro che vengono reclutati per portarla avanti. E per questo, invece di abbandonare il prezzo psicologico della disumanizzazione prodotto dal sionismo, le cosiddette guerre esistenziali di Israele si stanno spostando verso un futuro in cui un esercito di robot viene preparato per sostenere le sue prossime campagne genocidarie.

Rami Rmeilehè uno psicologo palestinese che opera nell’ambito della psicologia critica e della psicologia della liberazione, con particolare attenzione alle politiche della salute mentale, alla violenza coloniale e alla Palestina.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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