Austerità, disoccupazione di massa e debito crescente attanagliano la Cisgiordania, mentre le entrate non versate aggravano una crisi economica che dura da anni. Le Forze di Difesa Israeliane avvertono che la situazione potrebbe innescare un’inasprimento della tensione.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Ramallah, la scorsa settimana. L’Autorità Palestinese non è in grado di pagare gli stipendi completi a circa 170.000 dipendenti e decine di migliaia di pensionati. Credito: Zain Jaafar / AFP
Di Amira Hass – 6 maggio 2026
L’Autorità Palestinese (ANP) e i suoi abitanti stanno affrontando una crescente e soffocante stretta economica, poiché Israele continua a trattenere circa 14 miliardi di shekel (4,1 miliardi di euro) di entrate fiscali dovute all’ANP.
Israele sostiene che questi fondi, riscossi come dazi doganali sulle importazioni palestinesi, vengano utilizzati per finanziare il terrorismo. Con l’accumulo mensile delle somme trattenute nelle casse israeliane, il governo dell’ANP a Ramallah è stato costretto ad adottare misure di austerità sempre più severe. Questa pressione economica persiste da quasi tre anni. L’ANP continua a fare affidamento sulla quasi miracolosa capacità della popolazione di resistere alla diminuzione delle risorse, sperando in un aiuto da parte dei donatori internazionali.
I fondi trattenuti si sono accumulati dal 2019 e ogni mese vi si aggiungono circa 400 milioni di shekel (116,8 milioni di euro). Secondo quanto riportato da Haaretz, Avi Bluth, capo del Comando Centrale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ha recentemente avvertito il Primo Ministro Benjamin Netanyahu che il continuo blocco di questi fondi potrebbe contribuire a un’inasprimento del conflitto in Cisgiordania. Un altro fattore importante che aggrava la situazione economica è il divieto imposto da Israele ai lavoratori palestinesi, nonostante le notizie secondo cui la maggior parte delle agenzie di sicurezza, ad eccezione della polizia, sia favorevole alla revoca del divieto.
Prima del 7 ottobre 2023, circa 172.000 palestinesi lavoravano in Israele, guadagnando almeno un miliardo di shekel al mese, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese. Attualmente, circa 50.000 palestinesi lavorano per datori di lavoro israeliani. Di questi, solo circa 14.000 possiedono un permesso di ingresso in Israele. I restanti lavorano senza permesso o negli insediamenti israeliani, che sono soggetti a diverse normative di ingresso.
I lavoratori senza permesso corrono rischi gravissimi, persino mortali. Alcuni vengono presi di mira da soldati o poliziotti, mentre altri rimangono feriti nel tentativo di attraversare la barriera di separazione. I dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UN.OCHA) indicano che tra la fine del 2023 e febbraio 2026, 17 palestinesi sono stati uccisi e 262 feriti in tali circostanze.
La perdita di opportunità di lavoro in Israele, unita al blocco delle entrate fiscali, ha innescato un effetto a catena sull’economia. L’Autorità Palestinese non è in grado di pagare integralmente gli stipendi di circa 170.000 dipendenti del settore pubblico e decine di migliaia di pensionati. Questi gruppi, insieme agli ex lavoratori in Israele, hanno ridotto le spese, saltato pagamenti e accumulato debiti. Molti hanno già esaurito i propri risparmi.
Settori chiave come l’edilizia, il commercio, i trasporti e l’industria hanno subito una contrazione, riducendo ulteriormente le entrate fiscali. L’Autorità Palestinese ha inoltre bloccato tutti i progetti di sviluppo. La disoccupazione in Cisgiordania è aumentata vertiginosamente, passando da 129.000 disoccupati nel 2023 a 290.000 alla fine del 2025, su una forza lavoro di 1,01 milioni di persone. I sistemi di istruzione e sanità funzionano solo parzialmente, con conseguente calo della qualità delle prestazioni in entrambi i settori. La disoccupazione, l’aggravarsi della povertà e il collasso dei sistemi sanitari e scolastici nella Striscia di Gaza, tutti fattori che rientrano nella valutazione complessiva dell’economia palestinese, superano qualsiasi parametro convenzionale.
Le principali entrate residue dell’Autorità Palestinese provengono dalle tasse e dalle imposte riscosse nelle sue enclavi (denominate aree A e B), che rappresentano solo il 32% del reddito totale. Una delle principali conseguenze della politica israeliana è stata il ritardo e la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, già tagliati dal 20 al 50%. Recentemente, l’Autorità Palestinese ha introdotto un pagamento mensile uniforme di 2.000 shekel (584 euro) per tutti i lavoratori, compreso il personale di sicurezza.
Nelle zone rurali, i residenti disoccupati si sono dedicati all’agricoltura per sostentarsi. Tuttavia, molti coloni negli avamposti illegali e negli insediamenti autorizzati impediscono ai palestinesi di accedere ai loro pascoli, campi e frutteti. Israele continua inoltre a impedire a migliaia di agricoltori l’accesso ai terreni situati tra la barriera di separazione e la Linea Verde. Di conseguenza, l’agricoltura non può compensare il più ampio declino economico. Le restrizioni alla circolazione, tra cui circa 1.000 posti di blocco, barriere e varchi in tutta la Cisgiordania, rallentano ulteriormente l’attività economica e aumentano i costi per vari settori.
Alcuni Paesi occidentali hanno finanziato programmi di formazione per aiutare i funzionari dell’Autorità Palestinese a migliorare la riscossione delle imposte locali. Allo stesso tempo, il governo del Primo Ministro Mohammad Mustafa ha introdotto misure di sostegno limitate, come sconti sulle tasse automobilistiche e sulle patenti di guida per i dipendenti pubblici.
Il bilancio di emergenza dell’Autorità Palestinese per il 2026, approvato a fine marzo, prevede entrate fiscali interne per 5,16 miliardi di shekel (1,5 miliardi di euro) a fronte di spese superiori a 17 miliardi di shekel (5 miliardi di euro). Supponendo che Israele continui a trattenere i dazi doganali e le tasse palestinesi che riscuote (che si prevede supereranno i 10 miliardi di shekel [2,9 di euro] quest’anno), il deficit dovrebbe raggiungere gli 11,9 miliardi di shekel (3,5 miliardi di euro), secondo una previsione di marzo dell’Istituto di Ricerca sulla Politica Economica palestinese.
Per gestire il crescente debito, l’Autorità Palestinese ha adottato quella che l’economista Moayed Afaneh definisce una strategia di “trasferimento delle crisi”. Questa strategia prevede il rifinanziamento dei debiti e l’indebitamento per ripagare gli obblighi urgenti. Entro la fine del 2025, il debito totale o le passività dell’Autorità Palestinese avevano raggiunto circa 15,4 miliardi di dollari (13,1 miliardi di euro), dovuti a banche, fondi pensione, fornitori e appaltatori. Di questi, oltre 8 miliardi di shekel (2,3 miliardi di euro) sono dovuti ai soli dipendenti del settore pubblico, secondo Afaneh.
I fondi palestinesi trattenuti da Israele, noti come “entrate doganali”, sono costituiti dai dazi doganali sulle importazioni destinate ai palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, nonché dalle tasse sui beni acquistati da Israele, come carburante, cemento e sigarette. Sono incluse anche le imposte sul reddito dei palestinesi che lavorano in Israele con un salario superiore al minimo. Fin dalla sua istituzione, Israele ha trattenuto i pagamenti per le utenze, l’assistenza medica negli ospedali israeliani e le spese amministrative, trasferendo poi mensilmente il resto all’ANP.
La politica israeliana di trattenere questi fondi si è evoluta in tre fasi. La prima è iniziata nel 2019, a seguito di una legge del 2018 che imponeva la trattenuta di somme equivalenti ai pagamenti che l’ANP effettua ai prigionieri di sicurezza, alle loro famiglie e alle famiglie dei palestinesi uccisi da Israele. Israele sostiene che questi pagamenti incentivano gli attacchi terroristici contro gli israeliani. Inizialmente, queste trattenute ammontavano a circa 50 milioni di shekel al mese (14,6 milioni di euro), secondo Afaneh. Tali importi sono diminuiti lo scorso anno dopo che il Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha ordinato una significativa riduzione di questi pagamenti.
La seconda fase è iniziata nell’ottobre 2023, quando il gabinetto di sicurezza israeliano ha deciso di trattenere un importo pari allo stanziamento di bilancio dell’ANP per Gaza, circa 275 milioni di shekel al mese (80,4 milioni di euro). Gran parte di questo bilancio finanziava stipendi e pensioni per i dipendenti pubblici che avevano cessato il lavoro nel 2007, dopo che Hamas aveva preso il controllo delle agenzie di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza. Abbas sperava che la chiusura delle istituzioni dell’Autorità Palestinese, tra cui commissariati di polizia e tribunali, avrebbe rovesciato Hamas, ma Hamas ha invece ricoperto questi ruoli con i propri sostenitori e giovani in cerca di lavoro.
Durante gli anni dell’assedio israeliano di Gaza, questi pagamenti rappresentavano un’ancora di salvezza per molte famiglie. Nell’attuale guerra, tuttavia, con la maggior parte della popolazione senza casa, disoccupata e alle prese con gravi carenze alimentari o prezzi esorbitanti, anche questi stipendi non sono neanche lontanamente sufficienti a coprire le spese di base, sebbene offrano comunque un limitato sollievo. Nonostante il denaro sia destinato in gran parte a famiglie contrarie ad Hamas e identificate con Fatah, Israele considera qualsiasi fondo che raggiunga Gaza come un sostegno alle infrastrutture civili e militari di Hamas. Il presupposto implicito che emerge da questa analisi è che tutti gli abitanti di Gaza siano “complici”.
La terza fase è iniziata nel maggio 2025, quando il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha deciso di bloccare tutti i fondi rimanenti detenuti da Israele. La scorsa settimana, in un comunicato stampa sul blocco dei pagamenti di aprile, Smotrich ha ribadito che la mossa era intesa come una protesta contro quella che ha definito “l’attività anti-israeliana delle autorità nelle istituzioni internazionali (come la Corte dell’Aja) e il loro stesso incoraggiamento al terrorismo”. Parte dei fondi bloccati è stata reindirizzata per risarcire le famiglie israeliane colpite dagli attacchi palestinesi.
Una dozzina di Paesi hanno promesso centinaia di milioni di shekel all’Autorità Palestinese, ma la somma è ben lungi dal coprire il suo crescente deficit. In un incontro della scorsa settimana con un rappresentante dell’Unione Europea, il Primo Ministro dell’Autorità Palestinese, Mohammad Mustafa, ha esortato l’Unione Europea a dimostrare il proprio sostegno ai palestinesi anche chiedendo lo sblocco dei fondi trattenuti.
Afaneh ha definito “timide” le condanne europee delle confische. Nel frattempo, un diplomatico europeo ha dichiarato ad Haaretz che, riguardo al modo in cui l’Europa gestisce la situazione, “siamo inutili e non contiamo nulla, e questo è peggio della paralisi perché assistiamo al Genocidio e interagiamo con questo governo. I politici twittano e si sentono meglio, ma fanno di meno”.
Un portavoce del Ministero delle Finanze e un portavoce di Smotrich si sono rifiutati di rispondere alle domande di Haaretz.
Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i Territori Occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità corrispondente dai territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il Mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolti dei suoi articoli.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

