Quando il colonialismo arma i corpi: cani, dominio e la violenza sessuale contro i palestinesi

La guerra coloniale non si limita a occupare territori e reprimere popolazioni: colonizza anche i corpi animali, piegandone comportamenti, istinti e relazioni ai bisogni dell’apparato militare.

Grazia Parolari – Invictapalestina- 15 Giugno 2026

Le testimonianze raccolte da Al Jazeera per il documentario investigativo “Bodies of Evidence: Israel’s Darkest Weapon” descrivono un elemento particolarmente inquietante delle torture inflitte ai detenuti palestinesi: l’uso sistematico dei cani durante le violenze sessuali e le umiliazioni che si ripetono in modo organizzato e deliberato.

Un rapporto ONU del marzo 2025 ha rilevato prove dell’uso sistematico di violenza sessuale da parte di Israele a partire dal 7 ottobre 2023, e a maggio dello stesso anno Israele è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nelle zone di conflitto.

Non si tratta soltanto di una delle tante atrocità della guerra coloniale contro il popolo palestinese. Per chi guarda il mondo da una prospettiva antispecista, emerge anche un’altra dimensione spesso trascurata: il modo in cui il potere trasforma gli animali in strumenti di dominio e occupazione.

I palestinesi vengono descritti da esponenti politici israeliani come «animali umani», «terroristi», vite sacrificabili prive di dignità e diritti fondamentali. È il linguaggio classico della disumanizzazione.

Ma dentro questo meccanismo di oppressione c’è anche un altro corpo : quello dei cani.

Gli animali utilizzati nelle carceri e nelle operazioni militari non sono soggetti liberi, non godono di scelte proprie. Sono selezionati, addestrati, condizionati e militarizzati affinché il loro corpo diventi un’arma. La loro socialità, la loro dipendenza relazionale, la loro capacità di cooperazione vengono piegate alla logica della guerra e del controllo.

La trasformazione del cane in arma non produce soltanto violenza contro le vittime umane: altera anche radicalmente la relazione stessa tra umano e animale. Un essere capace di legame, cooperazione e dipendenza affettiva viene inserito in un dispositivo che premia l’aggressione, il controllo e l’obbedienza assoluta. Il cane militarizzato non nasce violento: viene costruito come tale attraverso pratiche di addestramento e dominio.

La guerra coloniale non si limita quindi a occupare territori e reprimere popolazioni: colonizza anche i corpi animali, piegandone comportamenti, istinti e relazioni ai bisogni dell’apparato militare. In questo senso, il cane utilizzato nelle torture diventa il simbolo di una doppia oppressione: quella della vittima umana e quella dell’animale trasformato in strumento vivente del potere.

I palestinesi vengono animalizzati nei discorsi ufficiali. I cani vengono trasformati in tecnologie biologiche della repressione, privati della loro natura di esseri senzienti.

Non è una connessione nuova: Aph Ko e Syl Ko, nel loro libro “Aphro-ism”, hanno mostrato come la categoria di «animale» sia stata storicamente usata per produrre il subumano: il colonizzato, il nemico, il corpo violabile. Il pensiero coloniale ha sempre classificato i popoli conquistati come «più vicini alla natura», animaleschi, pre-razionali — usando la stessa scala gerarchica con cui separava l’umano dall’animale.

La violenza specista non è separata dalla violenza coloniale anzi, ne costituisce una delle grammatiche fondamentali, un linguaggio di dominio che le accomuna profondamente.

Non c’è liberazione animale senza critica delle istituzioni che trasformano gli animali in strumenti di guerra, oppressione e consumo. E non c’è battaglia anticoloniale senza comprendere come il razzismo specista si sia intrecciato — senza dissolversi — con la costruzione del nemico .

Eppure anche all’interno di molti movimenti anticoloniali la questione animale continua a essere considerata secondaria, marginale o addirittura fuori luogo, come se riconoscere un’oppressione ulteriore significasse sottrarre forza alla lotta principale invece che approfondirne la radicalità.

Sono quegli stessi movimenti in cui ci si appella all’importanza delle lotte intersezionali, per poi fermarsi sempre un passo prima della questione animale.