Il fallimento della Germania nell’ottenere un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU potrebbe riflettere i costi diplomatici del suo appoggio incondizionato a Israele, in un contesto di opinione globale in rapida trasformazione.
Fonte: English version
Emad Mussa – 16 Giugno 2026
Giugno non ha portato la tanto attesa estate in gran parte d’Europa. E per la Germania, le previsioni erano particolarmente fosche.
All’inizio di questo mese, la Germania non è riuscita per la prima volta a ottenere un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo decenni in cui aveva ricoperto questa posizione quasi di routine. L’evento ha dato origine a letture contrastanti, ciascuna in cerca di una spiegazione coerente.
Forse Berlino aveva riposto troppa fiducia nella propria posizione, rinunciando a una campagna diplomatica adeguata. O forse la riduzione dei finanziamenti ad alcune agenzie ONU aveva prodotto un costo politico silenzioso, pagato soprattutto dal Sud globale. O ancora, il fallimento sarebbe riconducibile alla Russia, come ritorsione per il sostegno tedesco all’Ucraina — sebbene Portogallo e Austria, entrambi a favore di Kiev, abbiano invece ottenuto i seggi.
In momenti come questi, tuttavia, emergono letture alternative. Una di queste riguarda la posizione della Germania su Israele, soprattutto dopo l’ottobre 2023.
L’ipotesi è stata formulata dallo stesso ministro degli Esteri Johann Wadephul, che ha dichiarato: «Il fatto che la Germania debba sempre assumersi una responsabilità speciale verso Israele nel conflitto mediorientale potrebbe aver influenzato i voti». Craig Mokhiber, ex direttore dell’Ufficio di New York dell’OHCHR, ha indicato la stessa possibilità.
Ciò che colpisce nelle parole di Wadephul non è né un’affermazione di causalità, né una sua smentita. È piuttosto qualcosa di più vicino a un’ammissione: un orientamento morale consolidato da decenni sembra ora collocarsi in modo diverso all’interno di un contesto diplomatico che cambia. E con essa affiora quello che potrebbe definirsi un complesso del “martire tedesco”: il legame tra «immagine morale di sé» e la percezione di «essere puniti per averla incarnata».
Questa visione del mondo affonda le radici nella memoria collettiva tedesca e in quello che viene percepito come un confronto con i propri crimini storici. In particolare dopo la riunificazione del 1990, la commemorazione della Shoah è diventata profondamente istituzionalizzata, incorporata nell’identità stessa dello Stato, ben oltre le semplici pratiche commemorative. Ma quando la memoria si iperistituzionalizza, comincia a organizzare l’attenzione in modo squilibrato.
La centralità della Shoah coesiste con altre storie di violenza che restano meno integrate nel nucleo simbolico della memoria pubblica tedesca. Il genocidio commesso dalla Germania in Namibia tra il 1904 e il 1908, per esempio, occupa uno spazio assai più ridotto nell’immaginario morale dello Stato. Lo stesso vale per i circa 27 milioni di cittadini sovietici morti durante l’invasione nazista dell’Unione Sovietica tra il 1941 e il 1945.
All’interno di questa architettura memoriale, Israele è diventato parte integrante dell’identità post-bellica tedesca come prolungamento della responsabilità storica, non semplicemente come scelta di politica estera. Col tempo, si è così creata un’indissolubile prossimità tra identità e politica.
Questa configurazione, tuttavia, non è emersa linearmente nel dopoguerra. Nei primi decenni dopo il 1945, la società tedesca era ancora segnata da un confronto incompleto con il proprio passato. Il riconoscimento pubblico della responsabilità collettiva per il genocidio degli ebrei era limitato. «Non ho ancora incontrato un tedesco disposto ad ammettere di essere stato nazista», scrisse la fotoreporter americana Margaret Bourke-White, che percorse la Germania dopo la guerra e raccolse le sue osservazioni in un articolo del 1946 intitolato “Cara patria, riposa in pace”.
Vale anche ricordare che nei primi anni Cinquanta, i sondaggi in Germania Ovest mostravano come solo una piccola minoranza dei cittadini accettasse esplicitamente la propria responsabilità per la sorte degli ebrei europei, mentre una quota significativa ne attribuiva la colpa agli ebrei stessi.
In questo contesto, l’accordo sulle riparazioni del 1952 tra Germania e Israele, negoziato dal cancelliere Konrad Adenauer, non fu soltanto un gesto morale, ma anche un atto strategico di reintegrazione nell’ordine occidentale. Questo meccanismo consentì di immaginare il nazismo come qualcosa di esterno alla continuità storica europea, piuttosto che strutturalmente incorporato in essa — una mossa che permise anche di inquadrare i leader arabi ostili a Israele attraverso analogie fasciste. Nasser, per esempio, venne etichettato come «Hitler sul Nilo».
Una logica analoga persiste oggi nel dibattito tedesco sull’antisemitismo. Il discorso pubblico tende a concentrarsi in modo sproporzionato sulle comunità di immigrati, in particolare quelle provenienti dal Medio Oriente — nonostante le ricerche indichino costantemente che la maggior parte dei crimini antisemiti è attribuibile agli ambienti di estrema destra. Il risultato non è solo uno squilibrio empirico, ma una distorsione della percezione: il sostegno a Israele diventa così intrecciato con la performance della legittimazione democratica di sé.
Per un lungo periodo, questa configurazione ha prodotto attrito esterno limitato. Ma quell’«equilibrio» ha cominciato a vacillare dopo l’ottobre 2023, e Berlino si è trovata faccia a faccia con un contesto internazionale radicalmente mutato.
La risposta — o il tentativo di adattamento — è apparsa debole e incerta. Berlino ha continuato a enfatizzare le preoccupazioni umanitarie e gli appelli alla moderazione, riguardo a Gaza o al Libano, senza un vero cambiamento nella propria percezione di Israele. Mentre i palestinesi venivano massivamente massacrati, il governo tedesco ha resistito alle sanzioni contro Israele, si è opposto al caso di genocidio portato dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e ha mantenuto le forniture di armi all’esercito israeliano per gran parte del periodo in questione.
Sul piano interno, questo si è accompagnato a pratiche restrittive nei confronti dell’attivismo pro-Palestina, talvolta paragonabili per severità a quelle adottate in Israele contro i palestinesi e i loro sostenitori. La giustificazione è stata costantemente ricondotta alla responsabilità storica e all’imperativo di impedire che l’antisemitismo riemergesse in qualsiasi forma.
Sul piano esterno, tuttavia, il mutamento più significativo riguarda il modo in cui Israele viene oggi percepito all’interno del sistema internazionale. Anche negli Stati Uniti, che hanno sempre rappresentato un’ancora di salvezza per Israele, qualcosa si sta muovendo: secondo un sondaggio Pew dell’aprile 2026, l’opinione pubblica americana — in particolare tra le generazioni più giovani — si è allontanata in misura visibile dai vecchi orientamenti. È lo stesso paese in cui, come spiegava Edward Said, la parola «Palestina» era un tempo «politicamente problematica».
Nel frattempo, diversi Stati hanno cominciato a riconsiderare il riconoscimento della statualità palestinese — un passo che la Germania continua ad opporsi con fermezza.
All’interno di Israele stesso, questi sviluppi sono sempre più visibili, anche se spesso interpretati attraverso la lente dell’antisemitismo. Le preoccupazioni per l’isolamento diplomatico, i boicottaggi e le pressioni esterne di lungo periodo sono entrate nel dibattito pubblico. I riferimenti all’autosufficienza economica e all’adattamento strategico — inclusi i paragoni a Sparta evocati da Netanyahu — non esprimono fiducia, ma piuttosto la consapevolezza di uno spazio esterno che si restringe.
La Germania, tuttavia, continua a operare all’interno di un quadro morale plasmato in un momento storico precedente, anziché attraverso il linguaggio in evoluzione della percezione politica internazionale. È un tipo di coerenza autoreferenziale, interna a una struttura memoriale che non garantisce risonanza in un ordine internazionale che cambia.
Ciò che ne emerge non è una rottura, ma una deriva: una divergenza progressiva tra autodefinizione morale e leggibilità esterna.
Ed è in questa frattura che il risultato al Consiglio di Sicurezza acquista il suo peso più suggestivo. Non come causa o prova definitiva, ma come momento in cui un disallineamento diventa un indicatore visibile della tensione tra realtà esterna e immagine interna di uno Stato.
Questo si traduce sempre più in una perdita di credibilità internazionale per la Germania, e rivela la sua crescente incapacità di tenere il passo con le trasformazioni della percezione e delle aspettative globali.
Emad Moussa è un ricercatore e scrittore palestinese-britannico specializzato in psicologia politica delle dinamiche intergruppo e dei conflitti, con focus sull’area MENA e particolare interesse per Israele/Palestina. Ha un background nei diritti umani e nel giornalismo ed è attualmente collaboratore di numerose testate accademiche e giornalistiche, oltre a essere consulente per un think tank statunitense.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

