Un nuovo rapporto esplosivo del Global Echo Litigation center svela come i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani vengano sistematicamente etichettati in modo errato per ottenere vantaggi tariffari in modo fraudolento , evidenziando urgenti preoccupazioni etiche e legali.
Fonte: English version
Di Mitchell Plitnick – 18 giugno 2026
Nascondere il contrabbando non è una novità. Da quando le merci attraversano i confini, i contrabbandieri si sono affidati non solo all’inganno, ma spesso anche alla complicità di funzionari corrotti.
Ma cosa succede quando tale inganno diventa parte di un progetto sostenuto dallo Stato che viola il Diritto Internazionale? A quanto pare, non molto.
I due maggiori alleati commerciali di Israele, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, hanno dimostrato una notevole tolleranza nei confronti dei prodotti provenienti dagli insediamenti che vengono etichettati in modo non conforme prima di entrare nei mercati internazionali.
Un nuovo rapporto esplosivo del Centro Contenzioso Global Echo svela come i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani vengano sistematicamente etichettati in modo errato per ottenere fraudolentemente vantaggi tariffari, evidenziando urgenti preoccupazioni etiche e legali.
Da anni è risaputo che Israele esporta prodotti, principalmente agricoli, dai suoi insediamenti in Cisgiordania e sulle Alture del Golan con l’etichetta “Made in Israel”.
Lo fa nonostante l’Unione Europea e il Regno Unito gli impongano per legge di etichettare tali prodotti come provenienti dagli insediamenti.
L’obiettivo di tale etichettatura non è solo quello di evitare dazi più elevati, ma anche di aumentare la commerciabilità dei prodotti.
Come spiegato in una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2019 nel caso del vino venduto da un’azienda con sede sia in Francia che in un insediamento in Cisgiordania (noto come caso Psagot), “In tutti i casi, l’indicazione del Paese di origine o del luogo di provenienza deve essere fornita in modo tale da non ingannare il consumatore”.
In altre parole, non si tratta solo di una questione di Diritto Internazionale.
La Corte di Giustizia Europea ha affermato che i consumatori hanno il diritto di decidere cosa sostenere con il proprio potere d’acquisto e, pertanto, il diritto di essere informati sulla provenienza dei prodotti importati che acquistano.
Eppure, il segreto di Pulcinella che Israele esporti prodotti provenienti dagli insediamenti come se fossero fabbricati entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, offusca tali decisioni. La situazione è stata particolarmente complessa perché l’accusa è stata difficile da dimostrare in modo inequivocabile.
Ecco perché il rapporto di Global Echo è così importante.
“Abbiamo ora confermato i sospetti sollevati da decenni da gruppi palestinesi e internazionali: i prodotti degli insediamenti entrano illegalmente nei mercati europei in grandi quantità”, ha affermato Emily Schaeffer Omer-Man, avvocata internazionale per i diritti umani e direttrice esecutiva di Global Echo.
Secondo il rapporto:
In base alle leggi dell’Unione Europea e del Regno Unito, i prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti israeliani illegali non dovrebbero beneficiare di agevolazioni fiscali, passaporti fitosanitari o certificazioni biologiche e non dovrebbero essere esposti sugli scaffali dei supermercati con la dicitura “Prodotto di Israele”. Ora sappiamo come i produttori, i confezionatori e gli esportatori degli insediamenti eludono e minano regolarmente queste leggi. Queste pratiche violano i diritti dei consumatori e dei produttori europei, e i palestinesi ne pagano il prezzo più alto.
Come i prodotti degli insediamenti vengono mascherati come “Made in Israel”
Global Echo individua tre principali metodi di inganno.
“Nascondersi in bella vista”: gli esportatori indicano il luogo di produzione corretto nei Territori Occupati, ma descrivono il Paese di origine come “Israele”.
Questa pratica è particolarmente preoccupante perché è consentita dall’Accordo Tecnico UE-Israele.
Sebbene l’Accordo Tecnico UE-Israele non estenda formalmente il trattamento preferenziale ai beni prodotti negli insediamenti israeliani, di fatto trasferisce la responsabilità dell’identificazione e dell’esclusione di tali beni agli Stati membri dell’Unione Europea.
In base all’accordo, gli esportatori israeliani forniscono le informazioni relative all’indirizzo sui moduli doganali e sulle fatture, continuando a etichettare i beni come provenienti da “Israele”.
A meno che le autorità doganali o gli importatori non esaminino attentamente queste informazioni e determinino che i beni provengono dagli insediamenti nella Cisgiordania Occupata o dalle Alture del Golan, i prodotti entrano nel mercato europeo come beni israeliani e godono dei benefici del trattamento commerciale preferenziale.
In pratica, l’accordo crea una significativa scappatoia. Anziché impedire ai prodotti provenienti dagli insediamenti di beneficiare del regime commerciale UE-Israele, il sistema si affida alle autorità europee per individuarne e contestarne l’origine.
Di conseguenza, i prodotti provenienti dagli insediamenti possono raggiungere i consumatori europei con un’etichetta israeliana, consentendo alle imprese degli insediamenti di beneficiare di preferenze commerciali, nascondendo al contempo il collegamento dei prodotti con i Territori Occupati.
I critici sostengono che questo sistema non solo mina la distinzione dichiarata dall’Unione Europea tra Israele e gli insediamenti, ma rende anche l’Unione Europea complice nell’ingannare i consumatori circa l’origine dei beni che acquistano.
“Indirizzo fittizio”: gli esportatori utilizzano un indirizzo falso all’interno del territorio sovrano di Israele anziché la reale ubicazione dell’insediamento nei Territori Occupati.
Questo metodo rappresenta una violazione più diretta degli accordi commerciali. Consiste nell’utilizzare un indirizzo, a volte associato all’azienda, come la sede legale o un impianto di confezionamento, altre volte un indirizzo non correlato, che si trova all’interno dei confini del 1948, anziché il reale luogo di origine delle merci.
“Mescolamento”: gli stabilimenti di confezionamento israeliani mescolano prodotti provenienti dagli insediamenti con prodotti provenienti da Israele, che vengono poi esportati insieme con la dicitura “origine israeliana”.
Esaminando oltre 5.900 spedizioni di prodotti freschi apparentemente israeliani tra il 2017 e il 2026, Global Echo ha scoperto che 1 spedizione su 6 (17,2%) verso l’Unione Europea, il Regno Unito, la Norvegia e la Svizzera proveniva dagli insediamenti.
Data la diffusione di queste pratiche ingannevoli, Global Echo ritiene che la reale portata del problema sia probabilmente maggiore.
Rilevanza in un contesto post – Oslo
Il rapporto di Global Echo si basa sulla questione della distinzione: la pratica di differenziare gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati da Israele entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti.
Ma in un mondo in cui la fattibilità di una Soluzione a Due Stati è sempre più messa in discussione, ha davvero importanza?
In altre parole, gli insediamenti sono ormai una realtà tangibile di cui dobbiamo tenere conto nella ricerca della giustizia in Palestina?
Il rapporto di Global Echo sostiene con forza il contrario:
Il fallimento della distinzione non solo facilita la persistente inadempienza da parte di Israele e degli attori economici israeliani, ma contribuisce in modo sostanziale alla redditività economica e all’espansione del sistema degli insediamenti, compresa la crescente appropriazione di terre nell’Area C della Cisgiordania. Come ha apertamente dichiarato l’attuale Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, “stiamo cancellando la Linea Verde attraverso l’agricoltura in Giudea e Samaria”.
Qualunque soluzione venga infine raggiunta in un futuro attualmente inimmaginabile, il Progetto degli Insediamenti continua a facilitare l’espropriazione palestinese in Cisgiordania e a consolidare il controllo israeliano sulle Alture del Golan Occupate.
I progetti agricoli in entrambi i territori hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale nel promuovere le attività illegali di Israele.
Essi alimentano i violenti Pogrom in Cisgiordania, poiché i coloni cercano costantemente di cacciare i palestinesi dalle loro terre sia per motivi di odio etno-nazionalista sia per il desiderio di espandere il potenziale di produzione agricola dei propri insediamenti.
Sulle Alture del Golan, la perdita di distinzione ha notevolmente accelerato la normalizzazione dell’Occupazione israeliana del territorio siriano conquistato nel 1967, e persino l’espansione dell’Occupazione israeliana più in profondità nella Siria in seguito alla caduta del governo di Bashar al-Assad. Sebbene gli Stati Uniti siano l’unico Paese a riconoscere la sovranità di Israele sulla parte del Golan conquistata nel 1967, raramente si riflette sulla sorte dei Territori Siriani Occupati.
L’Occupazione israeliana della Siria è diventata, per israeliani, europei e americani, una realtà di fatto.
La posizione di Washington
È comprensibile che Global Echo prenda di mira l’Unione Europea, in quanto principale alleato commerciale di Israele, rappresentando circa il 30% delle esportazioni israeliane. Ma ovviamente anche gli Stati Uniti sono un alleato importante.
Washington, tuttavia, applica regole molto diverse per il commercio con gli insediamenti. Di fatto, la Casa Bianca dimostra i pericoli derivanti dall’ignorare tale distinzione.
Alla fine del primo mandato di Trump, nel 2020, un avviso pubblicato sul Registro Federale dalla Protezione Doganale e delle Frontiere degli Stati Uniti ha modificato i requisiti di etichettatura governativi per le importazioni dalla Cisgiordania. Invece di distinguere tra giurisdizioni israeliane e palestinesi, la nuova normativa imponeva che le merci provenienti dalle aree controllate da Israele fossero contrassegnate con la dicitura “Made in Israel”.
Pertanto, i prodotti coltivati da aziende palestinesi in Cisgiordania vengono etichettati di conseguenza, mentre i prodotti provenienti dagli insediamenti vengono etichettati con la dicitura “Made in Israel”. Questo faceva parte di una più ampia strategia americana volta a confondere i confini tra Israele e gli insediamenti, garantendo a questi ultimi protezioni simili a quelle concesse a Israele.
Legittimare gli insediamenti è tanto letale per una soluzione a uno Stato, o persino per una confederazione, quanto lo era per la Soluzione a Due Stati. Questo fatto non sfugge ai dirigenti israeliani, che cancellano tale distinzione nell’ambito di una lenta e continua annessione della Cisgiordania.
Consideriamo le parole di Eugene Kontorovich, passate e presenti.
Professore di diritto di estrema destra e principale apologeta dei crimini israeliani, nel 2019 Kontorovich sostenne che la sentenza della Corte di Giustizia Europea nel caso Psagot non riguardava la tutela dei consumatori, bensì l’adozione di uno standard giuridico unico per lo Stato Ebraico. Le etichette UE per questi prodotti ebraici sono inoltre uniche tra tutte le etichette di prodotto in quanto non sono geografiche: non indicano “dove” un prodotto è stato coltivato, ma “da chi”.
È interessante notare che Kontorovich non sollevò obiezioni alle norme statunitensi che definiscono i prodotti in base a chi li ha coltivati, non a dove sono stati coltivati.
All’epoca, smontai l’argomentazione di Kontorovich evidenziando numerosi casi di decisioni legali basate su casi specifici in determinati Paesi, tra cui la Russia in Crimea, il Marocco nel Sahara Occidentale e altri esempi.
Kontorovich si lamentò del fatto che gli insediamenti israeliani fossero stati presi di mira, mentre casi simili venivano ignorati.
Sebbene la sua argomentazione fosse fallace, il punto cruciale è che non sosteneva che gli insediamenti fossero parte integrante di Israele tanto quanto Tel Aviv, sebbene le sue argomentazioni su questo e altri temi lascino intendere che ne fosse convinto.
Ora, però, dopo anni di normalizzazione della cancellazione della distinzione tra Israele e gli insediamenti, Kontorovich propone un’argomentazione diversa.
Proprio questa settimana, ha scritto un articolo in cui sosteneva: “Sulla base di accuse infondate e di ragionamenti giuridici fallaci, l’amministrazione Biden, e ora l’Unione Europea, hanno trasformato l’idea stessa della presenza di ebrei in Cisgiordania in un reato sanzionabile e in una violazione intrinseca dei diritti umani dei palestinesi”.
L’argomentazione è ancora più assurda questa volta, poiché Kontorovich cerca di dimostrare che Israele ha il diritto legale di occupare la terra, confiscarla ai legittimi proprietari e ripopolarla con i propri cittadini.
Questo è, ovviamente, una chiara violazione del Diritto Internazionale, ma ai nostri fini il punto è che riflette il risultato della normalizzazione della mancanza di distinzione tra Israele e i territori che occupa.
Questo è il risultato inevitabile del sistema in cui operano gli Stati Uniti e che Israele e i suoi sostenitori vogliono che venga adottato nell’Unione Europea, nel Regno Unito e ovunque.
Questa è la falla in cui Global Echo si è inserita e la questione legale che spera di affrontare finché c’è ancora tempo.
Il rispetto da parte dell’Europa delle sue leggi che distinguono tra i prodotti provenienti da Israele e quelli provenienti dai suoi insediamenti è più di una questione di sottigliezza giuridica.
È alla base stessa delle rivendicazioni dei palestinesi contro Israele per l’espropriazione delle loro terre e la continua violazione dei loro diritti fondamentali.
-Mitchell Plitnick è il presidente di ReThinking Foreign Policy (Ripensare la Politica Estera). È coautore, con Marc Lamont Hill, di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics (Tranne che per la Palestina: I Limiti della Politica Progressista). I precedenti incarichi di Mitchell includono vicepresidente della Fondazione per la Pace in Medio Oriente, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem e co-direttore di Jewish Voice for Peace (Voce Ebraica per la Pace).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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