Un numero crescente di prove indica la normalizzazione della violenza sessuale come strumento di controllo all’interno dei centri di detenzione israeliani.
Fonte: English version
Di Robert Inlakesh – 22 giugno 2026
Ha implorato il suo avvocato di non venire.
Ogni visita innescava una catena di eventi che non riusciva a fermare. Le guardie aspettavano l’arrivo dell’avvocato, poi lo sfruttavano a loro vantaggio. Quando l’incontro terminava, la punizione era già stata inflitta.
Il racconto, riportato dall’avvocato israeliano per i diritti umani Ben Marmarelli, non è un caso isolato. Testimonianze simili sono emerse da detenuti palestinesi in tutto il sistema carcerario israeliano. Ciò che emerge da queste testimonianze è una pratica ricorrente in cui l’accesso al mondo esterno comporta una punizione, con la violenza sessuale usata per intimidire i prigionieri e dissuaderli dal parlare.
“Ogni volta che vengo, lo violentano!”, ha detto Marmarelli, descrivendo ciò che ha riscontrato mentre documentava le testimonianze dei prigionieri. Uno dei suoi clienti alla fine gli chiese di smettere di fargli visita, pienamente consapevole di cosa avrebbe comportato ogni incontro.
A quasi tre anni dall’Operazione Onda di Al-Aqsa, guidata da Hamas, si è accumulata una fitta documentazione di accuse, controaccuse e indagini. Le prime narrazioni si concentrarono principalmente sulle accuse rivolte ai combattenti palestinesi, molte delle quali circolarono ampiamente nonostante l’assenza di prove verificabili.
Da allora, si sono accumulate segnalazioni da parte di organizzazioni internazionali, personale medico, avvocati e sopravvissuti, che descrivono ripetuti casi di abusi sessuali contro detenuti palestinesi. I resoconti, provenienti da diverse fonti e luoghi, descrivono pratiche ricorrenti che si svolgono in gran parte lontano dagli occhi del pubblico.
Dalle accuse ai modelli di comportamento
La documentazione degli abusi non è iniziata con l’attuale guerra, ma la portata e la frequenza delle segnalazioni si sono intensificate da allora.
Nelle settimane successive al 7 ottobre 2023, Amnesty International ha registrato casi di detenuti spogliati ed esposti in luoghi pubblici, insieme a segni più ampi di Tortura. Alla fine del 2023, le organizzazioni palestinesi per i diritti umani avevano già segnalato casi di Stupro, e due uomini sopravvissuti avevano raccontato le loro esperienze alla BBC.
Nel febbraio 2024, esperti delle Nazioni Unite confermarono di aver raccolto prove di Stupri ai danni di donne palestinesi a Gaza. “Potremmo non conoscere per molto tempo il numero effettivo delle vittime”, dichiarò all’epoca Reem Alsalem, Relatrice Speciale del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC).
Un rapporto dell’UNHRC del giugno 2024 descrisse la violenza sessuale e di genere perpetrata dalle forze israeliane come “sistematica”. Ulteriori riscontri da parte di medici canadesi che lavoravano con vittime palestinesi descrissero casi di violenza prolungata, tra cui quello di una donna che fu “stuprata per due giorni fino a perdere la capacità di parlare”.
Sde Teiman, un sistema smascherato
Con l’emergere di un numero sempre maggiore di testimonianze, alcuni centri di detenzione specifici hanno iniziato ad attirare l’attenzione. La struttura di Sde Teiman è emersa ripetutamente nei resoconti che descrivevano l’uso di Torture sessuali con l’impiego di barre di metallo e altri oggetti.
Una sopravvissuta di 41 anni ha raccontato: “Mi hanno fatto sedere su qualcosa di simile a un bastone di metallo rovente e ho sentito come il fuoco, ho ustioni all’ano”, aggiungendo che “c’erano persone che venivano detenute e uccise, forse nove. Uno di loro è morto dopo che gli hanno infilato il bastone elettrico nell’ano. Si è sentito malissimo; abbiamo visto dei vermi uscire dal suo corpo, e poi è morto”.
A metà del 2024, questi resoconti sono stati confermati dagli sviluppi all’interno dello stesso Israele. A luglio, 10 soldati israeliani sono stati arrestati con l’accusa di Stupro di gruppo nella struttura. L’incidente ha scatenato un putiferio nella società israeliana, ma non per il motivo che molti si aspetterebbero. Gli israeliani hanno iniziato a protestare, a scatenare rivolte e persino a fare irruzione nelle basi militari a sostegno degli stupratori. Hanoch Milwidsky, funzionario eletto e membro del partito di governo Likud, ha difeso con veemenza gli stupratori di gruppo alla Knesset (Parlamento), gridando che “tutto è legittimo! Tutto!”. Uno degli stupratori di gruppo rilasciati è stato addirittura esibito come una celebrità dai media israeliani.
Alla fine, tutti e 10 gli stupratori di gruppo sono stati assolti e il capo dell’Ufficio Legale Militare israeliano, che aveva diffuso il video che provava l’accaduto, è stata licenziata, diventando una vergogna nazionale e tentando il suicidio due volte, mentre gli aggressori hanno ottenuto lo status di eroi nazionali. Il famoso comico israeliano Reshef Eli ha persino ironizzato di recente sul palco riguardo allo Stupro delle palestinesi, suscitando grandi risate tra il pubblico.
Silenzio, negazione e indignazione selettiva
Nonostante la crescente mole di documentazione, la copertura mediatica occidentale è stata sporadica.
L’attenzione si è concentrata sulle accuse contestate, mentre il quadro generale è rimasto in gran parte inesplorato. Anche i rapporti di organizzazioni israeliane per i diritti umani come B’Tselem, che descrivono in dettaglio Torture a sfondo sessuale nei centri di detenzione israeliani, hanno avuto una diffusione limitata.
Allo stesso tempo, il dibattito pubblico in Israele ha mostrato un certo grado di normalizzazione. Figure politiche hanno difeso gli accusati di abusi, mentre altre hanno trattato l’argomento con aperta indifferenza.
C’è stata una tale reticenza da parte della stampa occidentale tradizionale riguardo a questa enorme mole di prove, che quando il New York Times ha finalmente riportato i brutali Stupri di palestinesi da parte delle forze israeliane, ha scatenato un’enorme polemica.
I Sionisti più intransigenti hanno deciso di attaccare l’articolo del New York Times per aver affermato che i cani venivano addestrati a stuprare i palestinesi, tentando di ridicolizzare l’affermazione per respingerla, senza presentare nulla di sostanziale a sostegno della tesi contraria, e apparentemente ignari dell’enorme mole di prove che dimostrano che ciò si verifica effettivamente.
Il Tribeca Film Festival ha recentemente rilasciato una dichiarazione in merito alle battute “offensive e inaccettabili” pronunciate sul tappeto rosso durante la presentazione di “L’intrattenitore del Matrimonio (La Storia di Moishe Badhan)” dal comico Elon Gold e dall’influencer Lizzy Savetsky.
“Sono stato violentato solo da due cani israeliani”, ha detto Gold a Savetsky nel filmato, alla quale quest’ultima ha risposto: “Pensavo violentassero solo i palestinesi”.
Avvocati, testimoni e il costo dell’esposizione
Il racconto di Marmarelli mette in luce un altro aspetto di questa pratica. Gli abusi vengono commessi in concomitanza con i momenti di accesso legale. I detenuti vengono presi di mira durante le visite degli avvocati, creando un deterrente che colpisce sia i prigionieri che i loro rappresentanti legali.
Altri avvocati hanno descritto episodi simili. L’avvocato palestinese per i diritti umani Khaled Mahajneh ha raccontato il caso di un detenuto di 27 anni nel carcere di Ofer, nella Cisgiordania Occupata:
“Un tubo di un estintore è stato usato su un prigioniero ammanettato. Costretto a sdraiarsi a pancia in giù, spogliato di tutti i vestiti e con l’inserimento del tubo dell’estintore nel retto, è stato azionato l’estintore davanti agli occhi degli altri prigionieri”.
Guerra psicologica e minori
La violenza sessuale non si è limitata allo Stupro, ma è stata anche utilizzata come strumento di guerra psicologica, anche contro minori palestinesi. Il 13 novembre 2025, l’organizzazione locale per i diritti umani Difesa Internazionale per l’Infanzia-Palestina (Defense for Children International-Palestine – DCIP) ha pubblicato un rapporto, passato completamente inosservato, persino ai media indipendenti, in cui intervistava minori rapiti da Gaza.
Un caso in particolare ha destato scalpore: quello del sedicenne Faris Abu Jabal, che non solo è stato brutalmente torturato e abusato sessualmente, ma gli sono state mostrate immagini modificate (probabilmente con l’Intelligenza Artificiale) di sua madre per convincerlo che fosse stata violentata. Come ha raccontato Faris alla DCIP:
“‘Guarda cosa hanno fatto i nostri soldati a tua madre’, mi ha schernito il carceriere. Nell’immagine, mia madre era sdraiata accanto a un soldato. Potevo vederle i capelli. ‘Vuoi andare a vedere tua madre? I nostri soldati hanno violentato e ucciso tua madre e le tue sorelle'”.
Oltre le mura del carcere
Sono emerse accuse di abusi sessuali anche al di fuori dei centri di detenzione ufficiali. Attivisti internazionali arrestati mentre cercavano di portare aiuti a Gaza nell’ambito della Global Sumud Flotilla hanno denunciato violenze sessuali, con almeno 15 di loro che hanno testimoniato di essere stati stuprati o di aver subito altre forme di violenza sessuale. Queste accuse sono rimaste in gran parte inascoltate.
In questi racconti, le stesse pratiche continuano a ripresentarsi. I metodi cambiano, i luoghi si modificano, ma la violenza sessuale rimane una costante. Viene usata per dominare, punire e mettere a tacere.
Questi racconti indicano un sistema che continua a operare con scarsa responsabilità effettiva.
Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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