Scritto da Faisal Saleh e Giuseppina Fioretti
Pubblicato: 01 Luglio 2026 su https://www.mosaicodipace.it/
Ricamare la memoria, pretendere giustizia: una mostra sulla Palestina alla Biennale di Venezia 2026.
Alla Biennale di Venezia 2026 un evento collaterale si distingue per la sua straordinaria scala fisica, il profondo peso storico e la crudezza del tema trattato. Stiamo parlando della mostra “—————— *Gaza – No Words – See The Exhibit”. Organizzata dal Palestine Museum US, questa monumentale esposizione funge da evento collaterale ufficiale della Biennale, attirando migliaia di curatori, critici e visitatori occasionali in uno spazio silenzioso e meticolosamente curato, dove fili e tessuti sostengono l’immenso peso della sofferenza umana e di una resilienza duratura e incrollabile.
Sullo sfondo dell’ornata architettura rinascimentale di Venezia e del mondo spesso glamour dell’alta arte, la mostra offre una realtà cruda e di profondo impatto. Incentrata interamente sul genocidio di Gaza, l’esposizione è una testimonianza definitiva del potere della memoria collettiva, della necessità della narrazione visiva e del rifiuto assoluto di un popolo di essere cancellato dalla coscienza del mondo.

Attraverso l’arte tradizionale e secolare del Tatreez (il ricamo palestinese), la mostra racconta le strazianti realtà affrontate dai palestinesi a Gaza, trasformando un mezzo storicamente associato alla celebrazione, all’identità regionale e al patrimonio matriarcale in un profondo e innegabile strumento documentario.
La scala del ricordo 100 pannelli, 5,5 milioni di punti
Nel cuore pulsante della mostra si trovano 100 ampi pannelli Tatreez meticolosamente ricamati.
Sono sospesi nello spazio della galleria tramite un sistema di cavi delicato e quasi invisibile, che consente ai visitatori di camminare direttamente tra di essi.
Ciò crea un’esperienza fisica immersiva e labirintica, in cui lo spettatore è letteralmente circondato dalla Storia tessuta di un popolo.
Ognuno di questi enormi pannelli rappresenta un monumentale lavoro di amore, dolore e meticolosa geometria, contenendo esattamente 55.000 singoli punti.
In totale, l’esposizione conta esattamente 5,5 milioni di punti: una monumentale manifestazione fisica di tempo, pazienza e di una incrollabile dedizione nel testimoniare la Storia mentre si compie.
Le scene raffigurate in questi 100 pannelli non rifuggono dalle brutali e sistematiche realtà del genocidio di Gaza.
Mostrano la distruzione assoluta di quartieri antichi e vivaci; lo sfollamento forzato di innumerevoli famiglie in marcia mentre portano con sé quel poco che possiedono; i volti dei propri cari perduti estratti dalle macerie; il mirato attacco a giornalisti e personale medico; la profonda, catastrofica crisi umanitaria che ha definito l’assedio.
Tuttavia, poiché queste scene sono rese con i fili di cotone e seta morbidi, testurizzati e dai colori vivaci del Tatreez, si avverte una giustapposizione inquietante e immediata tra l’orribile violenza del soggetto e la bellezza gentile, ritmica e metodica del mezzo stesso.
Il ricamo esige che lo spettatore si avvicini. Da lontano, i pannelli potrebbero sembrare fotografie o ampi arazzi di colori astratti, ma avvicinandosi al tessuto emergono i dettagli strazianti.
Ciò costringe a un confronto intimo, quasi scomodo, con gli orrori raffigurati. È impossibile distogliere lo sguardo rapidamente; la straordinaria maestria artigianale cattura l’occhio e, così facendo, lega saldamente il cuore e la coscienza dello spettatore alla realtà della gente di Gaza.
Le mani dietro i fili
Le donne palestinesi dei campi profughi
La vera grandezza di questa mostra non risiede solo nei pannelli finiti esposti in Italia, ma nelle mani che li hanno creati meticolosamente nel corso di innumerevoli ore.
Questo progetto è un enorme sforzo collaborativo transnazionale, portato in vita da donne palestinesi che vivono nei campi profughi e nei villaggi del Libano meridionale, della Cisgiordania e della Giordania.
Per molti mesi prima della Biennale 2026, queste donne si sono riunite in centri comunitari, salotti angusti e laboratori dei campi in luoghi come Ein el-Hilweh (Libano), Jarash (Giordania), Samou’ e El-Bireh/Ramallah (Cisgiordania).
Hanno ricamato alla luce aspra del sole del Mediterraneo e al debole bagliore di lampade a batteria durante i continui blackout, portando la loro storia collettiva nella sfera fisica.
Per queste artigiane, il Tatreez – riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità – è sempre stato molto più di una semplice decorazione estetica; è una lingua vitale e viva.
Storicamente, gli specifici motivi geometrici, i colori dei fili e i temi del ricamo palestinese indicavano il villaggio d’origine di una donna, il suo stato civile e la sua posizione sociale.
Oggi, nelle mani di queste donne rifugiate e sfollate, l’ago e il filo si sono evoluti in strumenti critici di documentazione storica e sopravvivenza psicologica.
Osservando i pannelli, si può notare come i motivi tradizionali siano stati dolorosamente adattati all’era attuale. Il famoso motivo del “cipresso”, un tempo simbolo di vita e natura, è stato modificato, in diversi pannelli, per somigliare alle colonne di fumo scuro che si levano dalle infrastrutture civili bombardate.
Il punto “missile”, storicamente una forma geometrica semplice e innocua, assume ora un significato letterale e devastante, posizionato sopra le raffigurazioni di scuole e ospedali distrutti.
Un mezzo ridefinito
Ricezione critica e risposta dei media
L’intersezione tra artigianato indigeno matriarcale e l’urgente documentazione dei diritti umani ha raccolto un’attenzione diffusa e profondamente commossa da parte di pubblicazioni artistiche, culturali e politiche internazionali.
In articoli pubblicati lo scorso maggio, voci autorevoli del giornalismo hanno analizzato il profondo impatto del traguardo raggiunto dal Palestine Museum US, evidenziando come la mostra costringa il mondo dell’arte a confrontarsi con le proprie complicità e i propri silenzi.
Condé Nast Traveller Middle East ha dedicato un ampio speciale alla mostra nel numero di maggio 2026, elogiandola per la brillante elevazione dell’artigianato tradizionale ai massimi livelli dell’arte contemporanea.
La pubblicazione ha notato come il Palestine Museum US abbia efficacemente sovvertito l’atmosfera spesso elitaria ed eurocentrica della Biennale di Venezia.
Mettendo al centro le voci, le visioni e le mani callose delle donne rifugiate della classe operaia, la mostra accende i riflettori globali su un’arte indigena che il mondo dell’arte istituzionale solitamente relega alla categoria inferiore e marginalizzata di “artigianato popolare”.
La rivista ha sottolineato il viaggio miracoloso dei pannelli dai vicoli stretti, caotici e spesso pericolosi dei campi profughi fino alle grandiose sale dei palazzi storici di Venezia, descrivendo l’esistenza stessa della mostra come un trionfo della resistenza culturale sulla cancellazione.
Nel frattempo, la copertura attenta di Al Jazeera dello scorso maggio si è concentrata pesantemente sui miracoli socio-economici e logistici necessari per realizzare questo monumentale progetto.
I loro reportage hanno evidenziato l’enorme e spesso pericolosa coordinazione richiesta per contrabbandare fili e tessuti di alta qualità in aree fortemente limitate, e poi trasportare con cura i pannelli finiti e inestimabili fuori dalla Cisgiordania e dal Libano tra intensi checkpoint militari, blocchi e chiusure dei confini.
Al Jazeera ha anche fatto luce sull’impatto economico sulle artigiane; l’iniziativa ha fornito una fonte di reddito vitale per le donne che vivono in economie fortemente limitate e soffocate all’interno dei campi profughi, dove le opportunità di lavoro sono sistematicamente negate.
Tuttavia, le donne intervistate hanno ripetutamente sottolineato ai giornalisti che il sostegno finanziario, pur salvando vite umane, era secondario rispetto alla risonanza emotiva e politica del progetto. Per le donne della diaspora – molte delle quali non hanno mai avuto il permesso di mettere piede a Gaza o in altri villaggi ancestrali a causa di decenni di sfollamento – ricamare questi pannelli è stato un atto di profonda e incrollabile solidarietà con le loro sorelle a Gaza, che sono diventate il soggetto del ricamo anziché le sue creatrici, come avveniva prima del 7 ottobre 2023.
È stato un modo tangibile per connettersi con i propri parenti sotto assedio e un rifiuto assoluto di lasciare che la sofferenza del proprio popolo passasse inosservata.
Forse l’analisi politica più pungente e vitale è arrivata da +972 Magazine. Nell’editoriale di maggio, la rivista ha offerto uno sguardo profondamente analitico sulla specifica cornice politica della mostra e sul linguaggio deliberatamente utilizzato dai curatori del museo (Faisal Saleh, Jan Chalmers, Jehan Alfarra e Ibrahim Muhtadi). +972 Magazine ha notato il rifiuto esplicito degli artisti e degli organizzatori di adottare un linguaggio edulcorato, passivo o politicamente sicuro.
La mostra respinge con veemenza la terminologia che sminuisce la natura sistemica e mirata della violenza. I curatori, e di conseguenza l’opera d’arte stessa, rifiutano categoricamente di parlare di “tragedie”, “scontri” o di una questione “a due facce”.
Inquadrando esplicitamente, legalmente e moralmente l’opera d’arte attorno all’innegabile realtà del genocidio di Gaza, i creatori esigono un cambio di paradigma nel modo in cui la comunità internazionale, e il mondo dell’arte in generale, si approccia alle realtà vissute dai palestinesi. +972 ha sostenuto con forza che questo coraggio linguistico e curatoriale è ciò che eleva la mostra da un mero memoriale a una richiesta attiva e innegabile di giustizia e responsabilità. Costringe i partecipanti alla Biennale a confrontarsi con la realtà della pulizia etnica senza il conforto degli eufemismi.
Lo spazio della mostra
Un santuario di verità
La cura della mostra a Venezia, guidata da Faisal Saleh, direttore esecutivo del Palestine Museum US, riflette un rispetto profondo, quasi sacro, sia per l’opera d’arte che per il viaggio emotivo e psicologico del visitatore.
Lasciando le caotiche calli veneziane per entrare nella sala che ospita la mostra, il cambio di atmosfera è immediato e profondo.
L’illuminazione nello spazio è volutamente soffusa, proiettando un bagliore morbido e riverente che illumina brillantemente i rossi cremisi vibranti, i blu indaco profondi e i neri assoluti da lutto della seta e del cotone utilizzati.
Non ci sono colonne sonore orchestrali o drammatici segnali audio per suscitare un’emozione.
Al contrario, c’è solo il suono ambientale e naturale dei visitatori che si spostano lentamente nello spazio, parlando con toni bassi e rispettosi, interrotti occasionalmente da un pianto sommesso.
Il silenzio dello spazio funge da tela uditiva, lasciando che il peso visivo dei 5,5 milioni di punti parli da sé.
Accanto a ciascuno dei 100 pannelli, una piccola targa descrive in dettaglio la scena raffigurata dai fili. Le targhe elencano meticolosamente anche i nomi delle singole donne del Libano meridionale, della Cisgiordania o della Giordania che hanno realizzato il pannello, insieme ai villaggi d’origine delle loro famiglie nella Palestina storica prima della Nakba del 1948.
Questa attribuzione deliberata e attenta garantisce che le donne non siano trattate come un collettivo anonimo e monolitico di “rifugiate”, ma siano riconosciute come artiste individuali altamente qualificate, autrici e storiche a pieno titolo. Restituisce individualità e dignità a coloro di cui si parla così spesso, o che vengono ignorate dalla comunità internazionale.
Un’eredità tessuta nel tempo
Mentre la Biennale di Venezia 2026 prosegue fino all’autunno, l’evento collaterale del Palestine Museum US si è già definitivamente affermato come la mostra più vitale, urgente e indimenticabile dell’anno.
Sfida i confini stessi di ciò che l’arte può ottenere di fronte a una devastazione travolgente, chiedendo allo spettatore non solo di guardare passivamente, ma di testimoniare, interiorizzando e agendo di conseguenza.
Attraverso 100 pannelli imponenti ed esattamente 5,5 milioni di punti deliberati e scrupolosi, le donne della diaspora palestinese hanno fatto sì che le brutali realtà del genocidio di Gaza siano impresse permanentemente nella memoria culturale del pianeta.
Hanno preso gli antichi fili della loro eredità – fili sopravvissuti a Imperi, occupazioni ed esili – e hanno tessuto un arazzo di innegabile, bruciante verità. Esigono che il mondo guardi, ricordi e riconosca la profonda umanità ricamata in ogni singolo riquadro.
La mostra si pone non solo come un devastante archivio di perdite inimmaginabili e violenza sistemica, ma come un monumento imponente e splendido alla volontà incrollabile del popolo palestinese di preservare la propria Storia, la propria identità e la propria voce contro ogni previsione.
Nelle sale silenziose di Palazzo Mora a Venezia, i fili parlano più forte delle parole, facendo eco a una richiesta di vita e di giustizia che non può essere ignorata.
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Gli autori
Faisal Saleh è direttore esecutivo e curatore capo Palestine Museum US
Giuseppina Fioretti è responsabile delle collaborazioni per l’Italia Palestine Museum US

