A un anno dalla sua scomparsa, il figlio di Adel Tartir lo ricorda attraverso le sue ultime riflessioni sul teatro come spazio di confessione, provocazione e liberazione.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Adel Tartir interpreta il suo personaggio Abu Al-Ajab davanti a un pubblico di bambini a Ramallah (per gentile concessione di Alaa Tartir).
Alaa Tartir – 12 luglio 2026
Giugno 2025. Missili iraniani solcano il cielo sopra Ramallah, intercettati in volo, mentre il rombo dei caccia israeliani riempie la notte, diretti a est per bombardare l’Iran .
Nel bel mezzo di questa guerra in corso, sono seduto con mio padre, Adel Tartir, nel cortile della casa dei miei genitori. Accanto a me, sta colorando il suo dodicesimo Sandouq El-Ajab (Scatola delle Meraviglie), scegliendo un colore inaspettato: un rosa vivido e vibrante, pieno di vita.
Mancano solo pochi giorni al completamento del nostro lavoro su “Un viaggio attraverso i mondi della Wonderbox”, una mostra a Ramallah che celebra i 12 Sandouq El-Ajab che ha ideato, progettato e sviluppato nel corso di tre decenni per raccontare la storia palestinese .
Pioniere del teatro palestinese per ragazzi e creatore dell’amatissimo personaggio di Abu Al-Ajab, il cui nome è poi diventato sinonimo della sua scuola di teatro, mio padre ha dedicato la sua vita alla salvaguardia della narrazione, dell’immaginazione e del patrimonio culturale palestinese .
Mentre le esplosioni si facevano più forti e la notte si faceva più buia, applicò con cura gli ultimi strati di colore alla sua dodicesima scatola delle meraviglie, perfezionando pazientemente ogni pennellata.
Allo stesso tempo, mi narrò il discorso d’apertura che aveva già composto nella sua immaginazione, non come un discorso convenzionale, ma come una performance teatrale che né la guerra né i razzi avrebbero potuto mettere a tacere. Quando ebbe finito di provarlo, mi guardò, sorrise sommessamente e sussurrò: “E con questo, concludo”.

Qualche giorno dopo, iniziammo a portare le scatole delle meraviglie fuori dal suo teatro nella città vecchia di Ramallah e a trasportarle al padiglione espositivo. Mandai una fotografia a mia madre, Tahani, per mostrarle i nostri progressi. Il suo cuore si strinse. Faceva fatica a respirare, ma rimase in silenzio.
Il pomeriggio seguente, appena un giorno prima dell’inaugurazione della mostra, lasciai l’ultima cornice a mio padre, affinché la appendesse quella sera stessa: un piccolo gesto che avrebbe completato l’installazione. Mentre mi allontanavo, mia madre mi chiamò. Mio padre era appena stato ricoverato al pronto soccorso.
Mi precipitai all’ospedale, incapace di smettere di pensare a quell’ultimo quadro ancora da appendere.
Ore dopo, chiuse gli occhi per sempre.
Gli stavo accanto, stringendogli la mano che avevo amato per tutta la vita e baciandogli l’ampia fronte mentre mi sussurrava le sue ultime parole: “Non dimenticare, figlio mio, che la nostra vita è teatro, e il teatro è la nostra vita”.
Il 10 luglio 2025, Adel Tartir è venuto a mancare.
Non era solo mio padre. Era, in ogni senso, un padre del teatro palestinese.
Quattro giorni dopo, il 14 luglio 2025, abbiamo inaugurato la mostra come previsto. Quella che era stata concepita come una celebrazione della sua opera si è trasformata in un omaggio al suo straordinario percorso.
La mostra ripercorreva le molteplici tappe di una vita dedicata al teatro, alla narrazione e alla Palestina, una vita che lui ha sempre insistito nel descrivere semplicemente come “una storia temporanea”, mai come una biografia compiuta.
Conoscevo Adel Tartir non solo come mio padre, ma anche come compagno di una vita. Ero il suo figlio maggiore, il suo amico e il suo collega, e ci rivolgevamo affettuosamente l’un l’altro chiamandoci ya akhi (“fratello mio”).
Per quarant’anni, abbiamo condiviso molto più del legame di sangue. Abbiamo condiviso calore e risate, un impegno incrollabile per una causa comune, l’amore per il teatro che ha plasmato le nostre vite, la speranza che ha resistito anche nei momenti più bui, le difficoltà e l’entusiasmo della creazione e il silenzioso orgoglio di costruire insieme qualcosa di più grande di noi stessi.
Uno spazio per la resistenza
Mio padre ha dedicato più di mezzo secolo della sua vita al teatro e ha gettato le basi del movimento teatrale palestinese contemporaneo.
Dal Teatro Al-Saqifa alla Compagnia Balalin, e in seguito al Teatro Sandouq El-Ajab, credeva fermamente che un teatro autentico e impegnato, nato dal popolo e appartenente al popolo, svolga un ruolo illuminante, mobilitante, educativo e liberatorio.
Ripeteva in continuazione: “Viviamo il teatro, lo respiriamo, lo percorriamo, lo balliamo, lo dormiamo”.
Ha sempre sostenuto che il teatro è, prima di tutto, uno spazio, un palcoscenico e un’arena per la confessione, la rivelazione, la provocazione, il dibattito e il confronto creativo.
Adel Tartir, che fece del palcoscenico uno spazio di resistenza, ha riassunto l’essenza della sua filosofia teatrale dicendo:
«Il teatro, con tutte le sue diverse forme, deve essere sempre uno spazio di dibattito e di autocritica, un regno che si schiera dalla parte degli oppressi, una bussola che punta verso la liberazione e l’emancipazione, e un faro di speranza. Ogni volta che i fardelli del teatro e degli artisti teatrali si accumulano, le loro speranze svaniscono e i loro sogni si disperdono, dobbiamo tutti sapere con certezza, come cultura, come società e come causa, che qualcosa non va.»
Nella sua riflessione finale per la Giornata Mondiale del Teatro , che si celebra ogni 27 marzo, mio padre scrisse:
“Per noi in Palestina, il 27 marzo è sempre stata un’occasione per celebrare il teatro nonostante tutte le difficoltà e le sfide: un’occasione di continuità e perseveranza nonostante tutti gli ostacoli, un momento per riunirci e ricordarci che il vero teatro è uno stato continuo di creatività, resistenza e impegno. È un’occasione per affermare che restiamo e perseveriamo, anche quando non stiamo bene; un’occasione per dichiarare il nostro amore per il teatro; un’affermazione che il teatro è vita; e una rassicurazione al pubblico affinché non tema il vero teatro, perché un teatro intriso di amore e di vita non ha nulla da temere e nulla di cui avere paura.”
Amava i dettagli.
Mio padre adorava i dettagli. Da narratore, credeva che fosse lì che risiedesse il significato, dove le emozioni prendessero forma e dove ogni storia trovasse la sua verità. Descrisse il suo rituale in occasione della Giornata Mondiale del Teatro:
“Inizio il 27 marzo con una telefonata di Michael Mseis, che ricorda il Mese del Teatro che organizzammo nel 1973. Poi vado al mio teatro – il mio piccolo mondo nella vecchia Ramallah – per salutare i personaggi del monodramma “Ras Ros” , controllo i manifesti e i biglietti di ‘ Lamma Injannina ‘ (Quando impazzimmo) e ‘ Taghribet (Il viaggio) di Saeed Ibn Fadlallah’, mi assicuro che l’uovo di ‘al-Qubba wan-Nabi’ (Il cappello e il profeta) non si sia schiuso e sia ancora lì, quasi l’unico oggetto di scena, e controllo il mio Sandouq El-Ajab, le mie storie e i miei racconti.”
“Ricevo una chiamata da Samia Qazmoz, che ricorda la nostra onorificenza in occasione della Giornata Mondiale del Teatro nel 2005. Parlo con il mio compagno Mustafa al-Kurd, ricordando come condividevamo il pane e la falce. Incontro colleghi dalla raffinata sensibilità teatrale e dall’inarrestabile energia creativa, e ricordiamo Yacoub Ismail, Anis al-Barghouthi, Francois Abu Salem, Omar Samara e altri che ci hanno lasciato, rinnovando il nostro impegno a continuare.”

Proseguì, con la sua predilezione per i dettagli:
“Da Gerusalemme, Ahmad Abu Salloum mi chiama per salutarmi, dicendo sempre: ‘Stavo passando velocemente per Ramallah e volevo salutarti in questo giorno’. Per pura coincidenza – ormai un rito annuale – questo accade sempre il 27 marzo.”
“Poi arrivano Reem Talhami, Fadi al-Ghoul, Nidal al-Khatib, Majed al-Maani, Akram al-Malki, Darwish Abu al-Rish, Hussein Nakhla e altri, e condividiamo con loro un tè e una dose di passione teatrale. Ci immergiamo nel mondo del teatro e ne godiamo, insieme alla sincerità di Hossam Abu Aisha al Zaatara Cafe.”
«Viviamo il teatro, lo respiriamo, lo viviamo, lo balliamo, ci dormiamo e lo sogniamo, come ci descrisse Ziad Khaddash nel 2006, chiamandoci – affettuosamente – i pazzi del teatro palestinese quando chiudemmo le strade di Ramallah per celebrare la nostra giornata. La Giornata Mondiale del Teatro, nella sua simbologia, ci ricorda che il teatro – il padre delle arti – è fondamentalmente uno spazio e una piattaforma per l’espressione, la rivelazione, la provocazione, il dialogo e l’impegno creativo.»
Tuttavia, la Giornata Mondiale del Teatro è stata anche un’occasione per ricordare e condividere i fardelli del teatro e le sfide che lui e i suoi colleghi hanno dovuto affrontare, e per riflettere su come superarli e garantire la continuità.
La Giornata Mondiale del Teatro, sosteneva, è sempre stata “un giorno di riflessione su noi stessi e sulla nostra condizione teatrale… per trarre ispirazione dal nostro passato e guardare al nostro futuro”.
Le sfide erano molteplici, le condizioni difficili, le risorse finanziarie limitate, quando inesistenti, le libertà si riducevano progressivamente e lo stato del teatro era sempre ben lontano dall’essere ideale. Ogni fase e ogni passaggio della produzione teatrale era costellato di ostacoli, rendendo la creazione di qualsiasi opera teatrale autentica un atto di resistenza in sé.
Per mio padre, il vero teatro era una generosità senza fine, e una produzione seria non si misurava dalla complessità della scenografia o dalla stravaganza degli allestimenti scenici, né dal numero di finanziatori elencati sui manifesti, né da quanto “occidentale” apparisse per giustificare la sua “modernità” agli occhi dei donatori.
La Giornata Mondiale del Teatro, sosteneva, è sempre stata “un giorno di riflessione su noi stessi e sulla nostra condizione teatrale: un giorno per trarre ispirazione dal nostro passato, guardare al futuro e continuare a plasmare la nostra visione del teatro che desideriamo. È un giorno per riunirci e rafforzare la nostra determinazione a costruire un teatro capace di dare, durare e perdurare: un teatro sincero che elevi la passione e la speranza”.
Avva aggiunto:
“È un giorno per riunirci e pensare collettivamente a una visione teatrale progressista che resista a ogni forma di oppressione, un giorno per immaginare – o almeno sognare – un teatro che ci includa tutti, un corpo teatrale che ci rappresenti, che affronti le nostre preoccupazioni e soddisfi le nostre aspirazioni, e un vero movimento teatrale che sia puro, onesto e umano – organicamente connesso all’artista come essere umano, al teatro come stile di vita e a una creatività che trascenda i confini, resista a ogni forma di oppressione e si muova lungo il cammino della liberazione.”
Mio padre non si limitò a concettualizzare questi ideali; li visse, li mise in pratica e non scese mai a compromessi. Era profondamente legato alla purezza e alla missione del teatro, e determinato a preservare la chiarezza della direzione strategica del suo teatro. Ed era fermamente convinto che creare un teatro autentico significasse, di per sé, resistere.
Il giorno della sua scomparsa, lo scrittore e poeta palestinese Mahmoud Abu Hashhash, direttore del programma culturale e artistico della Fondazione AM Qattan di Ramallah, SCRISSE un omaggio a mio padre intitolato “Adel Tartir: Una moltitudine in una forma singolare”:
“Era gentile, di buon cuore, umile e sempre sorridente. Il suo viso risplendeva di una luce soffusa, rischiarata da una modestia quasi traslucida. I suoi folti baffi, che si fondevano armoniosamente con i lunghi capelli bianchi, portavano l’impronta di un’epoca che non voleva veder svanire, e di un’identità radicata in un tempo meraviglioso ormai passato: un tempo in cui strade impervie venivano tracciate da persone traboccanti di passione, sostenute da una fede incrollabile nel loro potere di agire, di trasformare e di ampliare gli orizzonti della libertà nell’immaginazione e nei sogni, e sulla terra stessa. Insieme, stavano plasmando un capitolo straordinario della storia, senza mai cercare riconoscimenti, senza mai lasciarsi toccare dalla vanità o dall’egocentrismo.”
Queste parole colgono molto più del carattere dell’uomo; illuminano la filosofia che ha guidato la sua vita e la sua opera. Esprimono una visione del teatro come atto di resistenza, veicolo di memoria collettiva e pratica di liberazione, una visione che Adel Tartir ha incarnato con pacata convinzione fino ai suoi ultimi giorni.
Un anno dopo
Nel primo anniversario della sua scomparsa, mio fratello Yazan ha inviato una lettera d’amore a nostro padre:
“Ricordo ancora, padre, il brivido che mi scosse nel profondo del cuore quando mio fratello ci disse che te ne eri andato. Solo pochi minuti prima ero al tuo fianco, tenendoti la mano, con gli occhi fissi sul monitor e sui suoi fili aggrovigliati, il cuore che mi stringeva a ogni respiro affannoso che facevi e a ogni traccia del tuo dolore.”
“Nell’anniversario della tua scomparsa, Padre, ho compreso che i grandi dolori non svaniscono con il tempo. Rimangono immutati, non importa quanti anni passino. Il dolore per coloro che amiamo non muore mai. Da quando ci hai lasciati, nessun dolore è veramente finito e nessuna gioia è mai sembrata completa.”
“Dicono che i defunti possano ancora percepirci.”
“Ho sorriso. Ho ricordato. Ti ho desiderato. E poi ho pianto, finché le lacrime del mio cuore non si sono esaurite prima di quelle dei miei occhi.”
«Che la tua anima sia avvolta dalla misericordia e dalla pace eterna, Padre mio diletto, anima mia diletta.»

Mia sorella, Haneen, ha riassunto in modo conciso il nostro sentimento collettivo mentre gli faceva visita al cimitero nel primo anniversario della sua scomparsa: “Continuo a correre, a correre via dal pensiero che tu non ci sia più, verso la certezza che sei sepolto nel mio cuore”.
Mio padre ha concluso la sua vita con un desiderio e un impulso: “Celebriamo ogni goccia di sudore versata per il vero teatro che cerchiamo; salutiamoci a vicenda con ogni respiro che prendiamo per il teatro che amiamo; e ripetiamo sempre: ‘Creatori di teatro di tutto il mondo, unitevi'”.
Il dottor Alaa Tartir è ricercatore senior e direttore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa presso lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Tartir è anche ricercatore associato e coordinatore accademico presso il Geneva Graduate Institute, Global Fellow presso il Peace Research Institute Oslo (PRIO), consulente politico di Al-Shabaka: The Palestinian Policy Network e membro del consiglio direttivo dell’Arab Reform Initiative. Le pubblicazioni di Tartir sono consultabili sul sito www.alaatartir.com.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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