Una nuova Intifada sta per scoppiare in Cisgiordania?

Gli eventi di Tell, a Sud-ovest di Nablus, del mese scorso non sono stati un atto di violenza isolato. Sono stati un avvertimento.

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Di Ramzy Baroud – 3 agosto 2026

Per anni, Israele ha trattato i villaggi palestinesi in Cisgiordania come spazi aperti per incursioni militari, invasioni di coloni, furto di terre e Punizioni Collettive. Ci si aspettava che i palestinesi sopportassero la violenza, seppellissero i loro morti e tornassero alla stessa insopportabile quotidianità.

A Tell, tuttavia, questo equilibrio attentamente mantenuto è stato brevemente interrotto.

Lo scontro ebbe inizio quando coloni israeliani armati entrarono nell’area vicino al villaggio, tentando di attaccare le case dei palestinesi. Gli abitanti del villaggio li affrontarono. Soldati israeliani e personale armato degli insediamenti intervennero, trasformando l’attacco dei coloni in un’offensiva militare su vasta scala.

Durante lo scontro, un palestinese si impossessò di un’arma israeliana e aprì il fuoco. Due israeliani furono uccisi, così come quattro palestinesi della famiglia Ramadan. Seguì una vasta campagna di repressione contro l’intero villaggio.

Le forze israeliane isolarono Tell, fecero irruzione in numerose case e interrogarono decine di residenti. Più di 70 palestinesi furono arrestati nella repressione iniziale. La violenza israeliana si estese presto alle comunità circostanti, dove coloni armati attaccarono case e veicoli e incendiarono moschee.

Il significato di Tell, quindi, non risiede unicamente nel numero dei morti. Risiede nel fatto che i palestinesi, di fronte a coloni e soldati armati, si sono rifiutati di ritirarsi.

La vicenda di Tell potrebbe o meno innescare una rivolta più ampia. Ma ha rivelato che, al di là dell’apparenza di controllo israeliano, la Cisgiordania sta raggiungendo il punto di rottura.

Dall’inizio del Genocidio a Gaza nell’ottobre del 2023, Israele ha trasformato la Cisgiordania in un altro importante campo di battaglia. Più di 1.180 palestinesi sono stati uccisi, circa 13.000 feriti e oltre 24.600 arrestati, tra cui centinaia di donne e quasi 2.000 bambini.

L’attacco non si limita alle incursioni militari. Si tratta di un sistema integrato che coinvolge l’Esercito di Occupazione, i coloni armati, i tribunali militari, i consigli degli insediamenti, le autorità preposte alle demolizioni e i ministri che sostengono apertamente l’annessione.

Già quest’anno, migliaia di palestinesi sono stati sfollati a causa di attacchi dei coloni, demolizioni e restrizioni israeliane sulle costruzioni palestinesi. A luglio, il tasso di sfollamento aveva raggiunto una media di 17 palestinesi al giorno, il doppio della media giornaliera registrata nei tre anni precedenti.

Naturalmente, nulla di tutto ciò è frutto di violenza casuale. È una politica deliberata.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha di fatto consegnato la Cisgiordania agli elementi più estremisti della sua coalizione. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha usato la sua autorità governativa per accelerare la costruzione di insediamenti illegali, legalizzare gli avamposti e trasferire i poteri sui Territori Occupati dall’Amministrazione Militare alle istituzioni civili israeliane: un passo fondamentale verso l’annessione formale.

Nel frattempo, il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha fornito protezione politica ai movimenti dei coloni, provocando ripetutamente i palestinesi presso la Moschea di Al-Aqsa. In cambio, Netanyahu ottiene ciò di cui ha più bisogno: la sopravvivenza del suo governo.

Con le elezioni generali israeliane previste per il 27 ottobre, la Cisgiordania diventerà probabilmente ancora più centrale nella campagna elettorale di Netanyahu. Il suo messaggio politico alla destra israeliana non è semplicemente che può garantire la “sicurezza”, ma che può alterare permanentemente la geografia della Palestina.

I palestinesi sono quindi intrappolati in una brutale equazione. Se non resistono, l’esercito e i coloni avanzano. Se reagiscono, Israele invoca il “terrorismo palestinese” per intensificare proprio quelle politiche che hanno generato la Resistenza.

Il caso Tell ha smascherato questa equazione, ma ne ha anche dimostrato i limiti. Israele può demolire case, chiudere strade e arrestare intere famiglie. Può svuotare i campi profughi, come ha tentato di fare a Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Può mantenere l’illusione che una violenza schiacciante abbia pacificato il popolo palestinese.

Ma il dominio militare non è un vero controllo. Netanyahu e i suoi ministri estremisti hanno finora tratto vantaggio da quella che l’autrice Naomi Klein ha definito la “dottrina dello shock”: lo sfruttamento del trauma e del disorientamento collettivo per imporre realtà politiche che altrimenti incontrerebbero maggiore resistenza.

Gaza è stata sottoposta a uno shock e a uno sgomento senza precedenti, mentre la Cisgiordania si è rapidamente trasformata sulla scia di quella catastrofe. Lo shock, tuttavia, ha una durata limitata. Alla fine, la paura cede il passo alla rabbia e la rabbia inizia a cercare un’espressione politica collettiva.

La storia palestinese ha ripetutamente dimostrato questo schema. Nessuna delle due Intifada è iniziata secondo i calcoli dei partiti politici o dei servizi segreti. Entrambe sono scoppiate quando l’umiliazione accumulata, la strangolamento economico e la violenza militare hanno raggiunto un punto in cui i palestinesi comuni non erano più disposti ad accettare l’ordine costituito.

La prossima rivolta, qualora si verificasse, potrebbe anche iniziare con un evento che appare di piccola entità se considerato isolatamente: un villaggio che si difende, un campo profughi che rifiuta un’altra invasione o una comunità che si scontra con i coloni che tentano di impossessarsi delle sue terre.

La Moschea di Al-Aqsa e Gerusalemme Est rimangono luoghi di particolare importanza. Sono tra i pochi in grado di unire immediatamente i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme e della Palestina storica.

Il 23 luglio, migliaia di coloni israeliani hanno preso d’assalto Al-Haram Al-Sharif (la Spianata delle Moschee) sotto stretta protezione della polizia. Ben-Gvir si è unito a loro, mentre i partecipanti sventolavano bandiere israeliane, cantavano l’inno nazionale israeliano e, ancora una volta, violavano apertamente lo status quo consolidato che regola il luogo sacro.

Israele dovrebbe comprendere il significato storico di tali provocazioni. L’incursione di Ariel Sharon ad Al-Aqsa nel settembre del 2000 ha contribuito a innescare la Seconda Intifada. Gli attacchi alla Moschea di Al-Aqsa e la minaccia di espulsione delle famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah hanno contribuito alla rivolta palestinese del maggio 2021.

C’è ancora tempo per un’azione internazionale significativa. I palestinesi non avrebbero motivo di insorgere se la loro terra fosse protetta, i loro prigionieri liberati, le loro comunità autorizzate a vivere e i loro diritti fondamentali rispettati.

Ma se i governi internazionali continueranno a proteggere Israele dall’obbligo di rispondere delle proprie azioni, la domanda non sarà più se la Cisgiordania si solleverà, ma quando, dove e quale singolo evento innescherà la scintilla decisiva.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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