Il Vangelo secondo Bibi: come Israele purifica la propaganda cristiana

Israele si presenta come protettore dei cristiani, eppure decenni di Occupazione hanno contribuito al declino dei cristiani palestinesi.

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Di Emad Moussa – 11 agosto 2026

Per anni, Israele ha cercato di distinguersi dalla “melma mediorientale”, come la definisce il politologo Ian Lustick. Al contrario, Israele ha cercato di presentarsi come l’unica democrazia della Regione e, successivamente, come una società intraprendente e tecnologicamente avanzata. La sua diplomazia pubblica sembra ora mirare a coltivare un’altra distinzione, per quanto discutibile: quella di protettore del cristianesimo in Medio Oriente.

Questo sforzo ha preso slancio sullo sfondo del deterioramento dell’immagine internazionale di Israele in seguito al Genocidio di Gaza e agli attacchi al Libano. Ma si sta sviluppando da mesi, se non da anni.

Alla fine del 2025, Israele ha stanziato fino a 4,1 milioni di dollari (3.558.000 euro) per una campagna rivolta ai cristiani evangelici negli Stati Uniti, mentre a dicembre il suo Ministero degli Esteri ha contribuito a portare in Israele oltre 1.000 pastori evangelici e personalità influenti del mondo cristiano.

Per oltre un decennio, Netanyahu ha presentato Israele come un luogo in cui i cristiani “prosperano”, contrapponendolo alla “persecuzione subita altrove in Medio Oriente”, più recentemente in un messaggio di Pasqua ad aprile. Poche settimane dopo, il Ministero degli Esteri israeliano ha nominato George Deek inviato speciale per il mondo cristiano.

E i cristiani palestinesi? Eppure, molte delle persone al centro di questa “campagna diplomatica” raccontano una storia ben diversa. Lo Stato israeliano, presentandosi come protettore del cristianesimo, ha assistito all’erosione di una delle comunità più antiche della regione, quella dei cristiani palestinesi.

La presenza cristiana in Palestina precede l’arrivo dell’Islam di secoli, e molti dei musulmani palestinesi di oggi discendono dalla stessa popolazione autoctona che si convertì gradualmente all’Islam. Questa continuità è visibile in città come Betlemme e Beit Jala, dove musulmani e cristiani hanno vissuto e prosperato fianco a fianco per secoli.

Questa lunga presenza cristiana rende la loro emarginazione un fenomeno relativamente recente, strettamente legato alle trasformazioni politiche dell’era moderna. Le potenze europee hanno ripetutamente invocato il pretesto della protezione delle comunità cristiane per giustificare l’intervento imperialista in Medio Oriente. Ma la rottura decisiva, e l’inizio del loro declino demografico, è avvenuta con il Sionismo.

Dopo decenni di trasformazioni guidate dal Sionismo e facilitate dalle autorità del Mandato Britannico, la Nakba del 1948 ha causato lo sfollamento di circa 750.000 palestinesi, avviando il cristianesimo palestinese su una traiettoria di declino dalla quale non si è mai ripreso.

Nel 1931 i cristiani in Palestina erano circa 89.000, pari a circa il 9% della popolazione, cifra salita a 145.000 nel 1946. La Nakba ha distrutto questa fiorente comunità e circa 90.000 cristiani sono stati sfollati, le chiese chiuse e hanno perso case e proprietà, insieme ai loro compatrioti musulmani.

L’Occupazione del 1967 ha aggravato il processo. Quando Israele occupò la Cisgiordania e Gaza, i cristiani palestinesi nei due territori erano più di 42.000, circa il 6% della popolazione. Nel 1997, erano circa 40.000 (1,5%). La loro quota è scesa all’1,2% nel 2007 e a circa l’1% nel 2017, pur con un leggero aumento numerico.

La contraddizione è forse più evidente nei luoghi sacri del cristianesimo. Nel 2002, i carri armati israeliani hanno circondato la Basilica della Natività di Betlemme per 39 giorni, senza esitare a sparare contro il complesso e a incendiarne una parte. Lo spettacolo era inquietante: il pacifico santuario di Cristo circondato da carri armati Merkava, avvolto dal fumo.

L’impatto del Genocidio

Durante il Genocidio di Gaza, il coltello israeliano era più affilato e premeva con più forza contro il collo di tutti. Cristiani o musulmani, fedeli di chiese o moschee, non c’era nessun posto dove nascondersi dal massacro e dai bombardamenti indiscriminati. La chiesa di San Porfirio a Gaza, una delle più antiche chiese cristiane ancora attive al mondo, fu colpita da aerei da guerra israeliani, uccidendo 19 persone che vi si erano rifugiate. Lo stesso schema si ripeté nel luglio 2025, quando l’esercito israeliano bombardò mortalmente la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza.

Nel frattempo, a Gerusalemme, la contraddizione è visibile a livello della strada. Sputare contro il clero cristiano e i pellegrini è diventata una forma ricorrente di molestia, soprattutto da parte di alcuni estremisti ebrei. A ciò si aggiungono insulti e atti di vandalismo.

Nel complesso, il declino non può essere spiegato semplicemente dai tassi di natalità o dalle tensioni religiose. I cristiani palestinesi vivono sotto la stessa Occupazione dei loro compatrioti musulmani, affrontando restrizioni alla libertà di movimento, confisca delle terre, espansione degli insediamenti e insicurezza politica. Queste condizioni hanno anche limitato le opportunità economiche, rendendo l’emigrazione sempre più attraente per una comunità con reti consolidate all’estero.

Ed è proprio questa storia che la diplomazia cristiana israeliana cerca di oscurare. Il suo tentativo di presentarsi come protettrice dei cristiani serve a due scopi intercambiabili: separare i cristiani palestinesi dalla narrazione nazionale palestinese e, in secondo luogo, reinterpretare il conflitto in termini religiosi.

Il primo obiettivo richiede di cancellare una storia che contraddice la narrazione dello Stato, ignorando il profondo coinvolgimento dei cristiani palestinesi nel movimento nazionale ben prima della Nakba.

Il ruolo dei Cristiani Palestinesi nella lotta per la Liberazione

Khalil al-Sakakini, intellettuale arabo ortodosso di Gerusalemme, divenne una delle voci nazionaliste più importanti della Palestina, mentre Issa e Youssef al-Issa fondarono Falastin a Jaffa nel 1911, un influente giornale arabo che si opponeva al Sionismo. Persino il termine “Nakba” fu reso popolare dall’intellettuale palestinese cristiano Constantin Zureiq.

Questo ruolo continuò negli anni ’60 e ’70, quando i cristiani palestinesi erano figure di spicco nelle correnti laiche, arabo-nazionaliste e marxiste della Resistenza, e all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). George Habash, un cristiano palestinese, ad esempio, fondò il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).

Questa tradizione continua ancora oggi. L’arcivescovo palestinese greco-ortodosso, Atallah Hanna, rimane un acceso critico dell’Occupazione e ha subito a sua volta abusi da parte degli israeliani. Proprio come la giornalista palestinese cristiana Shireen Abu Akleh, la cui uccisione da parte delle forze israeliane a Jenin nel 2022 è stata seguita dalla violenta profanazione del suo funerale a Gerusalemme.

Nel frattempo, il secondo scopo di estromettere il cristianesimo palestinese dalla storia locale è quello di presentare la lotta palestinese per la libertà come essenzialmente islamista. In questa prospettiva, i palestinesi diventano meno una popolazione nazionale che resiste all’espropriazione e più dei musulmani che si scontrano con gli ebrei.

L’impostazione è semplice. Quando un conflitto viene codificato principalmente in termini religiosi, le persone tendono a interpretarne i partecipanti attraverso quelle categorie. Questo colloca Israele all’interno della narrativa occidentale della lotta contro l’estremismo islamico. Netanyahu ha ripetutamente presentato Israele come parte di una più ampia lotta occidentale contro l'”islam militante” o “radicale”, descrivendo Israele e l’Occidente come alle prese con una comune minaccia di civiltà.

Contraddizioni

L’islamizzazione conferisce inoltre all’antisemitismo una portata politica più ampia, permettendo a Israele di invocare la sensibilità occidentale all’antisemitismo come strumento di pressione politica.

Un cristiano palestinese interrompe questa scorciatoia mentale: è palestinese, ma non musulmano; arabo, ma cristiano; e capace di condividere le stesse rivendicazioni nazionali del suo vicino musulmano.

Ma una volta accantonato il dibattito intellettuale, ciò che rimane più contraddittorio nella narrativa israeliana sono le vite di molti cristiani palestinesi stessi. E la maggior parte di noi palestinesi ha una o due storie da raccontare a riguardo.

Penso ancora al nostro vicino di casa a Gaza, Fadi, ucciso da un proiettile israeliano mentre partecipava a una manifestazione contro l’Occupazione durante la Prima Intifada. Non sapevo nemmeno che fosse cristiano fino al suo funerale.

Niente di tutto ciò aveva importanza. Ciò che ci univa non era solo l’essere palestinesi, ma la comune esperienza di sofferenza e sradicamento. Le sofferenze della famiglia di Fadi non erano diverse dalle nostre; le loro storie di esodo forzato erano le nostre. I suoi nonni e i nostri avevano percorso la stessa Via Dolorosa dopo essere stati cacciati dalle loro città e dai loro villaggi durante la Nakba, braccati dalle milizie ebraiche.

Fadi fu portato al suo ultimo luogo di riposo sulle spalle degli stessi giovani che avevano portato il custode della moschea locale, ucciso da Israele poche settimane prima.

Dicevamo sempre che Fadi aveva battezzato la terra con il suo sangue.

Questa è forse la risposta più semplice alla rivendicazione di Israele sui cristiani.

– Emad Moussa è un ricercatore e scrittore palestinese-britannico specializzato in psicologia politica delle dinamiche degli intergruppi e dei conflitti, specializzato sulla regione del Medio Oriente e Nord Africa con un interesse speciale per Israele/Palestina. Ha una specializzazione in diritti umani e giornalismo e attualmente collabora spesso con numerosi organi accademici e mediatici, oltre ad essere consulente per un circolo di pensiero con sede negli Stati Uniti.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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