I bambini gazawi, come i bambini rwandesi o quelli di Srebrenica a suo tempo, non hanno la possibilità di scegliere. Non è un merito nè una scelta essere vittime di un genocidio.
Immagine di copertina di Angela Mori
Andrés Lasso – Firenze 11 agosto 2026
Gentile direttore di Avvenire,
da persona impegnata nel mondo pacifista, ho letto con perplessità l’idea che sta circolando sul suo giornale, relativa alla proposta del Nobel per la Pace ai bambini di Gaza. Intanto mi pare che tale riconoscimento sia stato recentemente squalificato dalla scelta della commissione di dare il Premio a Machado, sapendo fin da prima della consegna delle idee belliciste di tale personaggio e della sua vicinanza con Trump.
Già altre scelte del recente passato avevano destato molte perplessità (il Nobel “sulla fiducia” all’appena eletto Obama, che poi ha portato avanti conflitti armati, aperti di nuovi e mantenuto Guantanamo) ma il premio dato a Machado-Trump ha superato una linea rossa e ha contribuito a creare il contesto in cui in Venezuela si è compiuta l’ennesima violazione del diritto internazionale.
Forse sarà necessario inventare un nuovo premio internazionale, ora che l’autorevolezza di tale premio è stata definitivamente affossata dalle scelte della commissione, come notato ad esempio da Perez Esquivel. Ma se anche non ci fosse questo scoglio iniziale, l’idea stessa di dare un premio alle vittime, mi sembra fuorviante, come sarebbe stato fuorviante nel 1994 premiare i bambini tutsi rwandesi, o negli anni 40 premiare i bambini ebrei. Il Nobel per la Pace è un premio per chi ha svolto un ruolo attivo nel porre fine a guerre e a orrori, non per dare un contentino alle vittime.
Per mostrare una strada possibile, fatta di scelte coraggiose. I bambini gazawi, come i bambini rwandesi o quelli di Srebrenica a suo tempo, non hanno la possibilità di scegliere. Non è un merito nè una scelta essere vittime di un genocidio. Se vogliamo trovare un modo per metterci dalla parte di quelle vittime, abbiamo molti modi. Per esempio dando il massimo riconoscimento (postumo) ai 300 giornalisti uccisi a Gaza visto che loro sì hanno scelto di rischiare, di mettere la propria vita al servizio di pace, giustizia e verità. o proponendo che il riconoscimento venga dato ad Abu Safya, da oltre 18 mesi ostaggio e sottoposto a torture, per la sua scelta di stare a fianco proprio di quei bambini.
Dare a lui il premio sarebbe un modo per spingere alla sua liberazione oltretutto. O potremmo darlo a Greta Thunberg, per due volte arrestata in una operazione di pirateria internazionale, per avere cercato di aprire un canale umanitario in un contesto di un blocco navale illegale. Quella Greta un tempo “persona dell’anno del Time”, raccontata come simbolo di una generazione, e oggi sparita dai radar da quando i suoi interessi, oltre alla crisi climatica, abbracciano anche la crisi geopolitca e morale che si concentra nel genocidio di Gaza.
O potremmo premiare Amnesty International, per il coraggio di usare per prima le parole tabù: apartheid, genocidio, documentadole con dossier approfonditi. O a Francesca Albanese, che paga di persona per quello stesso coraggio, un prezzo fatto di sanzioni illegali e di ignobile fango.
O potremmo premiare Pedro Sánchez, che ha saputo fare scelte di pace concrete, opponendosi al genocidio, intraprendendo una iniziativa diplomatica sul caso Maduro-Cilia Flores, negando le basi e lo spazio aereo per la guerra illegale di Trump e l’attracco di navi di armi per lo stato israeliano.
Certo ciascuna di queste scelte ci attirerebbe gli strali di Trump, Netanyahu e delle loro macchine propagandistiche e diffamatorie. Ma non sarebbe anche il miglior modo, per noi cristiani, di vivere le beatitudini evangeliche, “beati i perseguitati per la giustizia” e “beati voi quando mentendo diranno di voi ogni sorta di falsità per causa mia”?
Non è proprio il vangelo a chiederci questo coraggio, questa chiarezza del linguaggio? Vedo che persone in gamba e in buona fede hanno firmato per dare il riconoscimento alle vittime anziché ai tanti possibili costruttori di pace che operano ogni giorno per porre fine a quell’impunità che genera nuove vittime. Non pensate che questa scelta sia una scelta rinunciataria, che certifica la nostra impotenza, l’accettazione di un mondo in cui il diritto internazionale resta lettera morta e in cui chi compie genocidio, pulizia etnica, apartheid, non subisce conseguenze?
Spero che quanto meno questa mia lettera possa aprire un dibattito. La ringrazio anticipatamente per l’attenzione.

