Dobbiamo ripensare collettivamente alla definizione di “terroristi” per i coloni israeliani. L’etichetta è stata concepita per servire gli interessi imperiali e implica che la violenza dei coloni sia un’aberrazione, non una componente sistemica del Colonialismo di Insediamento Sionista.
Di Inès Abdel Razek – 25 agosto 2026
Il 9 agosto, decine di coloni israeliani hanno circondato tre case palestinesi a Qusra, a Sud di Nablus. Hanno impedito ai residenti di mettersi in salvo, hanno interrotto la fornitura di acqua ed elettricità, danneggiato le tubature e impedito che cibo e altri beni di prima necessità raggiungessero le famiglie all’interno. Pochi giorni dopo, l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, da tempo sostenitore dell’impresa coloniale israeliana, ha definito i responsabili “terroristi israeliani”, riprendendo l’uso crescente del termine nei media di massa, nelle organizzazioni per i diritti umani, nelle Nazioni Unite e negli ambienti diplomatici.
Per i palestinesi che hanno subito oltre un secolo di violenza sistematica da parte del Colonialismo di Insediamento, questo cambiamento retorico potrebbe essere allettante da accogliere come un passo verso la responsabilizzazione. Ma abbracciare la definizione di “terrorismo” finirebbe per danneggiare la nostra causa e il nostro popolo.
La violenza del Colonialismo di Insediamento è, ovviamente, reale e terrificante, ma il termine “terrorismo” è inadeguato per comprenderla e contrastarla, perché è stato concepito per servire gli interessi imperialisti e far apparire la violenza dei coloni come un’aberrazione. In questo modo, l’etichetta di “terrorismo israeliano” spesso caratterizza in modo fuorviante la violenza dei coloni come confinata all’estrema destra israeliana, sebbene sia il prodotto di un ampio consenso israeliano e una caratteristica sistemica del Regime Coloniale israeliano.
Le origini dell’etichetta “Terrorismo””
La definizione di terrorismo non è nata da valori positivi o emancipatori, ma è stata esclusivamente strumentalizzata contro i popoli oppressi ed emarginati al servizio di agende imperialiste. Mentre negli anni ’60 la retorica del terrorismo veniva utilizzata dagli interessi imperialisti occidentali contro le lotte anticoloniali (Algeria, Sudafrica, Vietnam, per citarne alcune), la narrativa globale del “terrorismo” successiva all’11 settembre si è spostata su un nuovo “nemico globale”, il fondamentalismo islamico, e utilizzata per giustificare occupazioni militari e atrocità in tutto il mondo sotto la bandiera della “Guerra al Terrore”. Ancor più pericoloso, è stato utilizzato per costruire un arsenale legale che intacca i diritti e le libertà delle persone, minando lo Stato di Diritto e la sovranità dei popoli sotto la copertura della legalità.
I palestinesi conoscono fin troppo bene ciò che questo quadro normativo permette. Per decenni, l’etichetta di “terrorismo” è stata usata per criminalizzare il Movimento di Liberazione Palestinese, dalla designazione di gran parte dello spettro politico palestinese come “terrorista”, fino alla perpetrazione di violenze coloniali con il pretesto della “lotta al terrorismo”: assassinando, imprigionando e torturando palestinesi a Jenin, Tulkarem e in tutta la Palestina. Lo stesso quadro normativo è stato utilizzato per soffocare la società civile palestinese, anche attraverso la designazione da parte di Israele di sei importanti organizzazioni palestinesi come organizzazioni “terroristiche”. E oggi, il linguaggio della lotta al terrorismo è stato usato per giustificare il Genocidio a Gaza contro 2,2 milioni di palestinesi.
Il Regime Sionista usa persino il quadro della lotta al terrorismo per punire le vittime palestinesi della violenza dei coloni. Un esempio lampante: il giorno dopo che un gruppo di coloni armati ha attaccato gli abitanti palestinesi del villaggio di Til (un episodio definito “scontro” dai media convenzionali), l’esercito israeliano ha annunciato un’operazione “antiterrorismo” in tutta la Cisgiordania settentrionale.
C’è un motivo per cui il terrorismo non ha una definizione condivisa dal Diritto Internazionale. È uno strumento politico il cui significato è stato plasmato da chi detiene il potere di utilizzarlo. Un quadro costruito e strumentalizzato dalle potenze imperialiste contro i popoli colonizzati non può diventare lo strumento con cui smantellare la violenza coloniale.
Un altro pericolo nell’etichettare i coloni come “terroristi” è che si eccezionalizza la loro violenza, trasformando i coloni mascherati che uccidono i palestinesi, bruciano le loro case e attaccano i loro villaggi in una frangia violenta, “mele marce” presumibilmente distaccate da uno Stato israeliano e da un istitutivo Sionista altrimenti legittimi.
Ma questa violenza non è né marginale né nuova. Le milizie Sioniste armate hanno perpetrato espulsioni, massacri e attacchi contro le comunità palestinesi ben prima della fondazione di Israele, culminando nella Nakba del 1947-48 e proseguendo con l’Occupazione successiva alla guerra del giugno 1967. La violenza dei coloni odierni si inserisce in questo stesso continuum di espropriazione.
I coloni non agiscono al di fuori dello Stato. La loro violenza opera parallelamente ed è resa possibile e protetta dall’esercito, dalla polizia, dai tribunali e da altre istituzioni statali che espropriano i palestinesi. Facilitano la demolizione delle case, l’espropriazione dei terreni, le restrizioni all’accesso all’acqua e alla libertà di movimento, l’incarcerazione dei palestinesi e lo sfollamento forzato delle comunità. I coloni non sono un’anomalia di questo sistema, ma ne sono parte integrante.
Il Massacro della Moschea di Ibrahimi del 1994 ne è un chiaro esempio. Il colono americano Baruch Goldstein assassinò 29 fedeli palestinesi e fu condannato all’epoca dal governo israeliano come estremista. Eppure, all’indomani del Massacro, furono i palestinesi di Hebron a subire una Punizione Collettiva per un crimine che non avevano commesso. L'”estremista” poté essere ripudiato mentre il sistema coloniale che lo circondava si rafforzava.
Oggi, definire i coloni violenti “terroristi israeliani” o insistere sul fatto che figure come il Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir “non ci rappresentano” svolge una funzione simile. Sebbene tale evoluzione retorica sia celebrata negli ambienti dell’istitutivo occidentale come un gradito ampliamento della Finestra di Overton*, non deriva da “epifanie miracolose” dettate da “urgenza morale”, per parafrasare Le vittime perfette di Mohammed El Kurd. (*Finestra di Overton indica l’insieme delle idee, delle opinioni e delle proposte politiche che il pubblico considera accettabili in un determinato momento storico)
Al contrario, permette ai governi occidentali e ai sostenitori di Israele di prendere le distanze dalle brutalità più evidenti senza confrontarsi con il sistema che continuano a sostenere. La sanzione selettiva di una manciata di “coloni estremisti”, sanzioni che possono essere imposte e revocate a seconda della convenienza politica, segue la stessa logica, offrendo l’apparenza di responsabilità pur lasciando intatto il sostegno al sistema nel suo complesso. L’etichetta di “terrorista” diventa una comoda cortina fumogena: eliminando le mele marce, il sistema stesso può rimanere inalterato.
Non è una questione di destra
Definire i coloni “terroristi” rafforza un’altra comoda finzione: che la violenza dell’Occupazione sia opera dell’estrema destra israeliana, anziché riflettere un consenso politico molto più ampio.
Sebbene esistano differenze di retorica, ritmo e visione strategica all’interno della politica israeliana, la cosiddetta “sinistra” propende per un approccio più graduale e accettabile a livello internazionale, mentre l’estrema destra sostiene apertamente un’annessione e una Cancellazione accelerate, queste differenze oscurano un ampio consenso all’interno della società ebraica israeliana che auspica l’espropriazione dei palestinesi e il mantenimento del controllo israeliano. La divisione non riguarda tanto il progetto in sé, quanto piuttosto l’aggressività e la visibilità con cui perseguirlo.
Questa illusione è particolarmente evidente durante l’attuale campagna elettorale israeliana, poiché i governi occidentali si aggrappano ancora una volta alla speranza che la destituzione di Netanyahu possa ripristinare le istituzioni israeliane e riaprire la strada al “dialogo”. Eppure, gli stessi politici israeliani mettono ripetutamente in luce i limiti di questa distinzione. Quando il Regno Unito ha condannato il piano di insediamento E1, il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha difeso il diritto del popolo ebraico a vivere in tutta la “Terra d’Israele”, invocando la Dichiarazione Balfour come riconoscimento di tale diritto. A giugno, Netanyahu ha nuovamente respinto l’idea di uno Stato Palestinese tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo, mentre Smotrich promuove apertamente l’annessione a sostegno della visione del Grande Israele. Persino all’interno della presunta opposizione centrista, le posizioni sulla questione della terra palestinese e sulla violenza dei coloni rivelano una continuità ben maggiore di quanto suggerisca l’etichetta di “estremisti”.
Definire “terroristi” i coloni più in vista e i politici di estrema destra contribuisce a perpetuare questa illusione. Permette ai governi occidentali di immaginare che il problema risieda in Netanyahu, Ben-Gvir o in una frangia radicale di coloni, e che la loro rimozione potrebbe ripristinare un Israele più accettabile, anziché affrontare le strutture che hanno alimentato l’espropriazione palestinese per decenni.
Cancellare il diritto dei Palestinesi alla Resistenza
Infine, la cornice del terrorismo rafforza la finzione delle “due parti”. Una volta che alcune figure governative e coloni vengono etichettati come “terroristi”, la loro violenza può essere facilmente contrapposta alla Resistenza armata palestinese: terroristi israeliani da una parte, terroristi palestinesi dall’altra. La Colonizzazione viene così ridefinita come un conflitto di rappresaglia tra due attori violenti equivalenti, cancellando il profondo squilibrio di potere tra Colonizzatore e Colonizzato e negando ai palestinesi il diritto alla Resistenza.
Questa falsa simmetria ha concrete conseguenze politiche. Quando l’Unione Europea ha sanzionato i coloni violenti della Cisgiordania, ha contemporaneamente aggiunto figure di Hamas allo stesso quadro sanzionatorio, come se condannare la violenza dei coloni richiedesse un bersaglio palestinese equivalente. Il risultato è proprio la logica delle “due parti” che la cornice del terrorismo riproduce: un’equivalenza tra la violenza di una Potenza Occupante e la Resistenza di un Popolo Occupato.
La scomoda realtà è che decenni di impunità internazionale sono la ragione principale per cui il movimento dei coloni coloniali ha raggiunto oggi livelli di violenza incontrollata. Definire i coloni “terroristi” offre un’ulteriore via di fuga da tale responsabilità: isola i singoli responsabili, lasciando intatto il sistema che li arma, li protegge e li rende capaci di agire.
Credo che l’etichetta di “terrorismo” non debba essere usata per nessun gruppo, a livello globale. La violenza dei coloni in Cisgiordania è violenza coloniale di insediamento sostenuta dallo Stato. È parte integrante di un Progetto Coloniale Sionista che dura da un secolo. Affrontare questa violenza significa affrontare le istituzioni, le politiche e le strutture che la producono, non semplicemente i singoli individui che la perpetrano. Chiamiamo le cose con il loro nome.
Inès Abdel Razek è un’organizzatrice e attivista palestinese-francese, co-direttrice dell’Istituto Palestinese per la Diplomazia Pubblica e co-fondatrice della piattaforma Communicating Palestine.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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