Il disarmo è un mezzo per distruggere la lotta nazionale degli abitanti autoctoni di quella terra, una lotta che la popolazione comprende bene.
Di Robert Inlakesh – 30 agosto 2026
Le fazioni della Resistenza di Gaza hanno recentemente accettato una tabella di marcia per il disarmo sostenuta dagli Stati Uniti. Nonostante Israele avesse costantemente richiesto questo passo per quasi tre anni, come prerequisito per porre fine all’invasione, la proposta è stata categoricamente respinta. Per comprendere appieno questa rinnovata campagna per il disarmo, è essenziale considerare il contesto storico che rende impossibile un vero disarmo.
“Se Hamas rinunciasse alle armi” e “Hamas non può controllare Gaza dopo gli attacchi contro Israele” sono argomentazioni diffuse dai media in lingua inglese, non solo dall’inizio del Genocidio di Gaza, ma ormai da decenni. Il 6 luglio, Hamas ha dichiarato di aver accettato di cedere il controllo dell’amministrazione civile di Gaza a un comitato di governo tecnocratico e, entro il 30 luglio, si è impegnato ad attuare un piano di disarmo. Entrambi gli accordi, raggiunti tramite il Consiglio per la Pace statunitense, non hanno provocato altro che minacce di ulteriore violenza da parte delle autorità israeliane.
Il motivo è che Israele accetterà solo un processo di disarmo che lasci il popolo palestinese completamente indifeso e alla mercé del suo Esercito Occupante. Pertanto, il movimento Hamas e i suoi alleati armati, come la Jihad Islamica Palestinese, hanno sottolineato che un piano di disarmo deve essere graduale, non un accordo di resa come richiesto dagli israeliani.
Sebbene il Partito Fatah sia l’unico grande partito politico palestinese a non essere attualmente considerato un’organizzazione terroristica negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, un tempo era considerato una delle principali organizzazioni terroristiche a livello globale dagli israeliani e dai loro alleati. Per distruggere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) guidata da Fatah, Israele lanciò un’invasione del Libano nel 1982.
Assediando Beirut, dove l’OLP si era stabilita in esilio, gli israeliani uccisero circa 20.000 palestinesi e libanesi prima di porre ai palestinesi un ultimatum: continuare a combattere fino all’ultima goccia di sangue, oppure rinunciare alla Resistenza e fuggire. Il Presidente dell’OLP, Yasser Arafat, scelse di fuggire in Tunisia e accettò la sconfitta.
Tuttavia, Israele non mantenne la parola data. In seguito a questo accordo, orribili Massacri si abbatterono sulla popolazione di rifugiati palestinesi in Libano. Il 16 settembre 1982, senza che alcuna resistenza tentasse nemmeno di aiutarli, si verificò il famigerato Massacro di Sabra e Shatila. Le forze israeliane hanno assistito passivamente al Massacro di circa 3.500 civili da parte delle milizie fasciste libanesi alleate, le Kataeb, nell’arco di 43 ore. Quasi tutte le vittime erano donne e bambini, poiché molti degli uomini che vivevano nella zona erano coinvolti nella Resistenza ed erano fuggiti in seguito all’accordo.
Israele si è inoltre rifiutato di abbandonare il Libano meridionale, instaurando un’Occupazione illegale del Sud del Paese nonostante la firma di un accordo di ritiro, consolidando formalmente il proprio ruolo di occupante nel 1985. Questo evento ha portato alla fondazione di Hezbollah, il partito che Israele oggi ritiene responsabile della guerra in corso contro il Libano.
Le lezioni del 1982 non sono mai state dimenticate. Anzi, le ripercussioni della ritirata dell’OLP si fanno sentire ancora oggi, poiché il trauma della sconfitta ha innescato una catena di eventi che ha portato a un profondo cambiamento ideologico.
Sebbene si sia spesso sostenuto che gli sviluppi emersi a seguito dell’ordine globale del secondo dopoguerra, incentrato sul sistema delle Nazioni Unite, sui concetti di diritti umani e Diritto Internazionale, abbiano introdotto cambiamenti tali da rendere nulli e privi di significato i vecchi modelli di lotta armata, la difficile situazione odierna della Palestina ha ampiamente smentito questa tesi.
Secondo il modello di un “ordine basato sulle regole” e di una “democrazia liberale occidentale”, le nazioni dovrebbero comportarsi razionalmente. In base a questa interpretazione, si presume che Israele, che si presume rispecchi la definizione di Stato moderno, si comporti razionalmente.
Prima del 7 ottobre 2023, le fazioni della Resistenza palestinese sostenevano che la loro lotta armata fosse necessaria e che non stessero combattendo contro un nemico razionale. Quasi tre anni dopo, le loro previsioni si sono rivelate corrette. L’ex leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ha contestato questa presunta razionalità di Israele, sostenendo che la lotta armata avrebbe portato gli occupanti del suo popolo a due sole opzioni: una guerra regionale su vasta scala o una soluzione negoziata a Due Stati.
Il filosofo rivoluzionario algerino Frantz Fanon scrisse che “Il Colonialismo non è una macchina pensante, né un corpo dotato di facoltà razionali. È violenza allo stato naturale, e cederà solo di fronte a una violenza maggiore”.
Sebbene scritto prendendo come punto di riferimento la lotta dell’Algeria contro i francesi, questo ragionamento ha fortemente ispirato la dottrina fondante del Partito Fatah, che sostiene la necessità della lotta armata come Mezzo di Liberazione Nazionale. L’espulsione di un numero di coloni pieds-noirs* compreso tra 800.000 e 900.000, insieme alle Forze di Occupazione Francesi, dall’Algeria nel 1962, è stata a lungo una delle principali fonti di ispirazione per la Resistenza palestinese, in particolare per il Partito Fatah. (I “piedi neri” si riferiscono ai francesi di origine europea che vivevano nel Nord Africa, principalmente in Algeria, fino all’indipendenza di questi Paesi)
Subito dopo l’Operazione Onda di al-Aqsa, la citazione di Fanon tratta dall’opera fondamentale “I Dannati della Terra” è stata nuovamente riproposta come giustificazione dell’attentato del 7 ottobre 2023, orchestrato dalle Brigate Qassam di Hamas. Una critica diffusa a questa interpretazione è stata che la violenza di quel giorno non poteva superare la violenza di Israele e che l’Occupazione israeliana della Palestina è troppo diversa da quella francese dell’Algeria perché l’analogia sia valida.
Come spesso accade con le analogie, non sono perfette, né è loro pretesa di esserlo. Ciò che Yahya Sinwar, il capo delle Brigate Qassam, Mohammed al-Deif e gli altri che hanno orchestrato l’offensiva del 7 ottobre stavano facendo era sfidare l’Occupante in un modo senza precedenti. Che comprendessero o meno fino a che punto Israele fosse disposto a spingersi in risposta è in qualche modo irrilevante ai fini della discussione in corso; ciò che conta, invece, è come si sono svolti gli eventi.
Con armi e tecnologie moderne, Israele ha messo in mostra una mentalità coloniale. Non c’è argomentazione che possa sostenere che il Genocidio a Gaza sia razionale; è indiscriminato, è stato uno Sterminio e, come abbiamo visto, non c’è stato alcun piano attentamente calibrato. Al contrario, i Sionisti si sono scagliati contro di loro su ogni fronte immaginabile e, di conseguenza, l’opinione pubblica mondiale si è schierata contro di loro. Come previsto da Sinwar, il comportamento totalmente irrazionale di Tel Aviv ha portato a uno scontro regionale, e prima che ciò accada, questo è il suo ultimatum.
“Maggiore violenza e l’abbandono della resistenza“
Per chi ha familiarità con l’opera di Frantz Fanon, un altro concetto da lui introdotto è quello dell’autoctono che riconquista la propria umanità attraverso la lotta armata. Nell’esperienza palestinese, questo concetto trova certamente applicazione.
Le origini del moderno Movimento di Liberazione Palestinese vengono spesso fatte risalire al 1918 circa. La popolazione urbana palestinese ha evidentemente contribuito, nelle prime fasi del movimento nazionale, alla definizione dei suoi concetti e delle sue rivendicazioni, con il contributo di associazioni musulmano-cristiane, sorte come circoli politici. Come ha sottolineato Ghassan Kanafani, influente giornalista, scrittore e funzionario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, la natura semi-feudale e religiosa della dirigenza palestinese presentava diverse criticità, ma avrebbe infine contribuito a incoraggiare una serie di rivolte.
Le masse palestinesi, durante i primi anni del movimento nazionale sotto il Mandato Britannico, non erano costituite dalle comunità urbane, bensì dai Fellaheen (contadini e braccianti agricoli). Questi lavoratori costituirono la spina dorsale di ogni rivolta contro gli inglesi e i Sionisti tra il 1921 e il 1933.
Nei primi anni ’30, una delle figure centrali nella storia della Resistenza palestinese, lo Sceicco Izz ad-Deen al-Qassam, iniziò ad addestrare i lavoratori che reclutava ad Haifa e a condurre attacchi armati contro obiettivi britannici e Sionisti. “È una Jihad della vittoria del martirio” fu lo slogan coniato dallo sceicco, che il portavoce del braccio armato di Hamas, Abu Obeida, avrebbe ripetuto in ogni discorso televisivo dopo il 7 ottobre 2023.
Le opere d’arte, la letteratura e le canzoni più iconiche che rappresentano l’identità nazionale palestinese sono da tempo incentrate sui Fellaheen, la gente delle campagne, e traggono particolare orgoglio da coloro che resistettero con qualsiasi mezzo a disposizione. Una pistola, una granata a mano o una pietra: qualsiasi strumento fosse disponibile, non importava; il tema era la lotta.
Nell’esperienza palestinese, un’intera cultura di Resistenza si è forgiata attraverso generazioni di rivolte armate e forme di lotta che le hanno accompagnate, plasmando un’identità e ponendo al centro il concetto di difendersi contro ogni avversità. Il Movimento Palestinese per la Liberazione Nazionale è stato guidato prevalentemente, dopo il 1948, dalla popolazione di rifugiati, siano essi sfollati interni a Gaza, abitanti dei campi nella Cisgiordania Occupata o membri della diaspora in esilio nei Paesi limitrofi.
Che si guardi alla Rivolta Araba del 1936-39, alla Resistenza alla Pulizia Etnica della Palestina del 1947-49, alla storica battaglia di Karameh del 1968 o persino alla guerra del 1982, nessuna di queste rappresenta una vittoria, eppure ognuna si è rivelata un mezzo per raggiungere un fine. I combattenti della Resistenza palestinese hanno impiegato una vasta gamma di tattiche nel corso delle diverse fasi della loro lotta, alcune per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro causa, altre per ottenere vittorie tattiche e spesso come reazione alla violenza subita.
L’ossessione di Israele per il disarmo, che attualmente si inserisce in una più ampia spinta regionale da parte di Washington e Tel Aviv, non riguarda la risoluzione del conflitto, bensì il dominio e la sottomissione. L’obiettivo è privare i palestinesi dei mezzi per difendersi, rendendoli totalmente alla mercé del Regime Occupante.
Hamas, insieme a quasi una dozzina di altre fazioni della Resistenza a Gaza, cerca di raggiungere una soluzione attraverso un piano di disarmo graduale, in cui le armi verrebbero immagazzinate e acquisite solo da un futuro Stato Palestinese. Non accetteranno le richieste di resa di Israele.
Non esiste al mondo una nazione disarmata a cui sia vietato possedere un proprio esercito. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato esplicitamente che l’intento del suo governo è impedire a tutti i costi la creazione di uno Stato Palestinese, mentre anche l’opposizione si oppone a qualsiasi accordo che porti alla creazione di uno Stato di Palestina. Il disarmo è un mezzo per distruggere la lotta nazionale degli abitanti autoctoni di questa terra, cosa che il popolo sa bene.
“La vostra fermezza, nonostante l’abbandono. La vostra pazienza, il vostro sacrificio e la vostra sfida all’oppressione e alla privazione sono ciò che più irrita il vostro nemico. La notte inevitabilmente finirà. La vittoria arriva con la pazienza, e il sollievo con le difficoltà. E con ogni difficoltà c’è la facilità”. – Huthaifa Samir al-Kahlout (Abu Obeida), ex portavoce delle Brigate Qassam, rivolgendosi al popolo di Gaza nel suo ultimo discorso prima del suo assassinio.
Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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