Nel su libro “Una storia della Palestina in cinque frutti” Ian Wellens ci ricorda che, molto tempo dopo che i muri di cemento, le torri di guardia e i posti di blocco illegali saranno crollati e relegati nella storia, i frutti della Palestina continueranno a crescere dalla terra, testimoniando la verità.
a cura della Dott.ssa Yvonne Ridley – 30 agosto 2026
Se volete scatenare un vero e proprio inferno di passione geopolitica sulla Palestina, non avete bisogno di vedere l’odioso Benjamin Netanyahu pavoneggiarsi all’ONU sventolando la sua mappa di un Grande Israele con confini espansi, trattati infranti e terre rubate. Vi basta entrare in una cucina e chiedere a chi appartiene l’hummus.
Il cibo è l’archivio per eccellenza dell’identità. Esiste una specifica forma di furto culturale che si verifica quando gli israeliani tentano sfacciatamente di appropriarsi di alimenti base del Levante, come hummus, falafel o couscous, spacciandoli per creazioni nazionali. Si tratta di un’azione di soft power volta a consumare la cultura proprio di quelle popolazioni che stanno attivamente espropriando e sottoponendo a pulizia etnica dalla loro terra.
Questa appropriazione culturale è ampiamente visibile nel branding alimentare globale, con importanti marchi commerciali come l’azienda statunitense di hummus Sabra, di proprietà congiunta di una società israeliana, che commercializzano hummus nei supermercati occidentali utilizzando marchi e temi israeliani, provocando forti proteste a livello regionale.
Allo stesso modo, le campagne turistiche israeliane e i media internazionali dedicati allo stile di vita presentano regolarmente l’hummus come un elemento fondamentale della cucina israeliana moderna, anziché contestualizzarlo esplicitamente nel suo più ampio contesto levantino e nell’antica storia mediorientale. Questa rivalità nazionalistica è persino sfociata nelle famose ” Guerre dell’Hummus” , quando chef israeliani e libanesi si sono contesi il Guinness dei primati per la porzione più grande di hummus mai preparata, evidenziando la profonda lotta politica per la proprietà delle radici culinarie del paese.
Tutto ciò mi è tornato in mente di recente, quando ho preso in mano uno dei libri sulla Palestina dall’aspetto più innocuo che abbia mai visto, scritto da Ian Wellens, un produttore di formaggi pregiati del West Country.
Tra le sue pagine, le tensioni legate alla lingua e all’origine etnica sono così profonde che la sola pronuncia di un piatto può scatenare l’immediata esclusione. Un esempio lampante di queste tensioni si è verificato di recente a Berlino, dove un cittadino israeliano ha citato in giudizio un locale palestinese, sostenendo di essere stato cacciato dal ristorante semplicemente per aver ordinato un piatto con accento israeliano anziché con la tradizionale pronuncia araba.
Mentre il cliente lamentava che il cibo dovrebbe costruire ponti, l’incidente sottolinea quanto profondamente il patrimonio culinario sia diventato un’arma, all’ombra dei conflitti in corso nella regione. Una controversia ancora più ampia, di portata internazionale, è scoppiata quando la chef televisiva americana Rachael Ray ha scatenato una forte reazione geopolitica online.
Ray ha condiviso la foto di un banchetto festivo, definendo hummus, falafel, involtini di foglie di vite e tabbouleh parte di un menù per una “serata israeliana”. Il post è diventato virale e ha suscitato intense critiche da parte di sostenitori della cucina mediorientale, palestinesi e organizzazioni come l’Arab American Institute. I critici l’hanno accusata di appropriazione culturale e di aver tentato di cancellare le origini arabe e levantine di piatti che precedono di secoli la nascita del moderno Stato di Israele.
Non credo che Wellens si renda pienamente conto di quanto il suo libro sarà deliziosamente e clamorosamente controverso. Con la precisione distaccata di uno chef esperto, pone fine all’assurdo dibattito su chi abbia inventato l’hummus, salvandolo dalle grinfie del furto d’identità geopolitico. Ancor meglio, la sua esplorazione fornisce il contesto storico perfetto per capire perché anche una semplice fetta di anguria sia sufficiente a provocare sudorazione fredda tra le fila politicizzate della Polizia Metropolitana di Londra. Di recente, abbiamo assistito allo spettacolo bizzarro delle forze dell’ordine britanniche che trattano l’umile anguria come una minaccia esistenziale alla sicurezza nazionale , considerando il frutto sostanzialmente “antisemita” semplicemente perché i suoi colori rosso, nero, verde e bianco rispecchiano perfettamente la bandiera palestinese. Wellens radica questa moderna commedia degli errori di polizia nella sua vera gravità storica: quando Israele ha vietato la bandiera palestinese dopo la guerra del 1967, i palestinesi si sono adattati, usando l’anguria come simbolo silenzioso e naturale di sfida. Prendendo la natura come testimone, Wellens dimostra che non si può censurare la terra. Ma mentre le cucine e i cordoni di polizia possono diventare moderni campi di battaglia per il furto d’identità e gli attriti culturali, la vera e inesorabile storia della Palestina appartiene alla terra stessa.
Nell’opera straordinariamente fresca ed elegante “Una storia della Palestina in cinque frutti” (A History of Palestine in Five Fruits), l’autore Wellens compie qualcosa di miracoloso: fa un passo indietro e lascia che la terra di Palestina parli da sé. Frutto di vent’anni di letture approfondite, ricerche rigorose e riflessioni profonde, quest’opera unica è in parte una storia essenziale che si concentra sulle questioni centrali della crisi, in parte una riflessione poetica sul luogo e in parte un grido appassionato e irremovibile di giustizia. Intrecciando questi tre fili distinti in un unico testo, Wellens ha creato qualcosa di veramente nuovo.
Proprio come un critico gastronomico potrebbe analizzare a fondo un menu capolavoro per comprendere l’anima di uno chef, Wellens prende la natura come testimone principale. Rimuove strato dopo strato la nebbia politica deliberatamente celata per raccontare la storia di una tragedia coloniale attraverso gli occhi di cinque frutti distinti: l’oliva, il dattero, l’arancia, la melanzana e l’anguria. Ne emerge un racconto al contempo poetico e sostanziale, e, traendo testimonianza dal mondo naturale apparentemente neutrale, inconfutabile.
L’ispirazione per questo percorso strutturale nasce dal magnifico mosaico dell’Albero della Vita tra le rovine del Palazzo di Hisham a Gerico. Quest’antica opera d’arte, splendidamente conservata nel corso dei secoli, raffigura un albero rigoglioso e fiorente, simbolo di radici profonde e di perenne rinascita. Utilizzando questo antico mosaico come bussola, Wellens struttura un libro di una chiarezza disarmante, accessibile a tutti e straordinariamente diretto. Da un lato, si rivela perfetto per chi si avvicina per la prima volta alla questione, esponendo i fatti fondamentali con una chiarezza cristallina. Dall’altro, le sue cinque sezioni dedicate ai frutti si concentrano su specifici eventi storici, illuminando profondamente la narrazione e suscitando immaginazione, una forte risposta emotiva e la precisa prospettiva morale che la storia palestinese merita.
C’è un senso di squisita gioia nell’immaginare un lettore occasionale che prende in mano questo libro aspettandosi una lettura tranquilla e bucolica, ambientata in campagna e incentrata sull’agricoltura, per poi scontrarsi frontalmente con l’incisiva e intransigente smantellamento dell’espansione sionista operato da Wellens.
Il libro trae origine da una conversazione che Wellens ebbe con il nipote tredicenne nell’estate del 2024, nel tentativo di spiegargli le radici del genocidio in corso a Gaza. Proprio perché nato dal tentativo di un nonno di dare un senso all’orrore per un bambino, la prosa è del tutto priva di pretese accademiche. Leggerlo è come fare una piacevole chiacchierata durante una lunga passeggiata con un amico fidato e di grande esperienza. Ogni sezione si apre con versi suggestivi prima di scivolare con delicatezza nella dura realtà politica.
Wellens va dritto al cuore del colonialismo di insediamento: i primi sionisti volevano la terra, ma senza la popolazione. E per raggiungere questo obiettivo, lo Stato di Israele ha costantemente preso di mira sia il popolo palestinese che il mondo naturale, considerandoli un unico nemico. Terra, persone e alberi sono assolutamente inseparabili. Il controllo della prima richiedeva la brutale eliminazione dei secondi.
E forse, come riflettono i versi incisivi di Wellens, era inevitabile che per i nuovi arrivati la presenza continua del terzo gruppo diventasse insostenibile. Forse era inevitabile che, prima o poi, gli ulivi diventassero un problema e dovessero essere abbattuti.
Pensate agli ulivi. Sono il simbolo stesso del sumud palestinese, la fermezza di rimanere sulla propria terra. Questi alberi hanno radici ancestrali che prosperano da millenni, molto prima che i moderni confini coloniali venissero tracciati sulla sabbia. Sotto l’occupazione, questi alberi sono costantemente minacciati, sia passivamente che concretamente. Viene loro negata l’acqua; ai contadini viene impedito di raccogliere il raccolto. Vengono abbattuti e ridotti in cenere da sfacciati coloni israeliani illegali che operano sotto la protezione dell’esercito genocida. Sono presi di mira perché sostengono la popolazione, perché sono amati e, soprattutto, semplicemente perché erano lì prima di noi.
Il libro svela come Israele abbia letteralmente strumentalizzato l’ambiente per insabbiare il crimine della Nakba del 1948. Dopo aver attuato una pulizia etnica forzata su oltre 500 città e villaggi palestinesi, lo Stato ha demolito le case in pietra e ha piantato deliberatamente pini nordeuropei a crescita rapida, specie non autoctona, sopra le rovine.
Si è trattato di una cancellazione ecologica e storica, mascherata da conservazione. In tutta la Valle del Giordano, le piantagioni illegali di datteri su scala industriale, gestite dai coloni, hanno prosciugato le antiche falde acquifere, sostituendo secoli di agricoltura rigenerativa palestinese con un’intensa rete aziendale che sta attivamente desertificando la preziosa terra sotto i nostri occhi. Come sottolinea Wellens: “i datteri hanno sostituito le persone”. È questa distruzione ambientale che è alla base dell’urgente appello globale al boicottaggio dei datteri israeliani e al divieto di ogni commercio con questi insediamenti illegali.
Eppure, nonostante la siccità generalizzata e le violenze, la terra rimane il luogo per eccellenza della resistenza palestinese. Continuando a coltivare la terra, raccogliendo melanzane, melograni e fichi, il popolo palestinese compie quotidianamente un atto di sfida. Mantiene l’unità del popolo e della terra che il sionismo cerca disperatamente di dividere.
Secondo Lynne Segal, professoressa emerita al Birkbeck, Università di Londra, ” A History of Palestine in Five Fruits ” è “un testo bellissimo, poetico e meraviglioso”. Sono d’accordo. Chiunque cerchi un’introduzione impeccabile, appassionata e incredibilmente chiara alla storia della Palestina, alle sue profonde ingiustizie e alla sua straordinaria resilienza, non deve cercare oltre: questo libro è la scelta ideale. Ian Wellens ci ricorda che, molto tempo dopo che i muri di cemento, le torri di guardia e i posti di blocco illegali saranno crollati e relegati nella storia, i frutti della Palestina continueranno a crescere dalla terra, testimoniando la verità.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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