Israele teme l’arte palestinese, in particolare quella che preserva la memoria, afferma la fermezza e parla di rivoluzione.
Ramzy Baroud – 3 settembre 2026
La morte dell’artista palestinese Sliman Anis Mansour ha risvegliato ricordi intensi.
È scomparso il 24 agosto all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme Est occupata, all’età di 79 anni, ponendo fine a un’eredità che non può essere descritta a parole, ma solo vissuta.
La sua vita ha coinciso quasi esattamente con l’epoca della Nakba palestinese. Nacque pochi mesi prima dell’espulsione di massa del popolo palestinese dalla propria terra. Eppure la sua morte in una città occupata ci dice che la storia di Mansour, della sua arte e della lotta palestinese per la libertà è tutt’altro che conclusa.
Stranamente, per anni ho conosciuto Mansour attraverso un unico dipinto: Jamal al-Mahamel (Il cammelliere portatore di difficoltà).
Il titolo stesso richiede una pausa. L’espressione affonda le sue radici nella cultura popolare palestinese e levantina. Descrive chi si fa carico delle lotte, del dolore e delle responsabilità collettive degli altri.
Nel mondo post-Nakba di Mansour, quella persona è un anziano facchino palestinese, un lavoratore scalzo che porta sulle spalle il peso di un’intera patria. Questa patria è rappresentata da Gerusalemme, con la Cupola della Roccia, uno dei luoghi più sacri dell’Islam, che si erge sopra di essa.
Mansour, tuttavia, non era musulmano. Apparteneva alla comunità cristiana palestinese, un tempo fiorente ma purtroppo in declino, e proveniva dalla città di Birzeit, vicino a Ramallah, in Cisgiordania.
Rifletteteci un attimo. Uno dei dipinti palestinesi più iconici dell’era moderna, che celebra la centralità di Gerusalemme e uno dei suoi siti storici islamici più riconoscibili, è stato realizzato da un uomo cristiano .
Nell’era degli estremisti israeliani come il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e le sue “guerre religiose”, questo può sembrare insolito. Per i palestinesi, invece, è tutt’altro. Pur essendo profondamente spirituali, i palestinesi hanno storicamente superato le divisioni religiose nella loro lunga lotta per la libertà.
Una moschea non è mai solo una moschea, e una chiesa non è mai solo una chiesa. Sono potenti simboli di storia, cultura, radici, spiritualità e continuità. Mansour affidò al Cammello delle Difficoltà il compito di portare tutto questo da solo, mentre il mondo osservava un vecchio piegato sotto un peso insopportabile, eppure fiero e incrollabile nella sua determinazione.
Sebbene il dipinto sia stato realizzato nel 1973, la sua popolarità è esplosa durante la Prima Intifada , la rivolta popolare che ha unito i palestinesi di tutto il mondo. Ha assunto un significato rinnovato: noi palestinesi possiamo essere soli, sfiniti dal tempo e dal tradimento altrui, ma restiamo saldi come sempre.
L’ultima volta che ho visto quel quadro appeso nel soggiorno della mia vecchia casa nel campo profughi di Nuseirat a Gaza è stata anche l’ultima volta che ho visto mio padre, la maggior parte dei miei fratelli e molti dei miei amici d’infanzia.
Mio padre morì anni dopo. La casa fu bombardata. Il quadro non è più appeso dove un tempo si trovava, nel cuore della nostra vecchia casa per rifugiati.
Ironia della sorte, solo dopo aver lasciato la Palestina ho scoperto che Sliman Mansour era molto più del creatore di un singolo dipinto. Apparteneva a un movimento artistico che ha insegnato il sumud visivo, la fermezza, a un’intera generazione.
La mia ignoranza non era colpa mia. Artisti come Mansour, Ismail Shammout, Fathi Ghaben, Vera Tamari, Tayseer Barakat e Nabil Anani, tra gli altri, erano semplicemente esclusi dalle ordinanze militari israeliane.
Israele teme l’arte palestinese, in particolare quella che preserva la memoria, afferma la fermezza e parla di rivoluzione. Durante l’Intifada, l’esercito israeliano faceva irruzione nei campi profughi palestinesi quasi quotidianamente, soprattutto prima dell’alba, per assicurarsi che le espressioni artistiche sui muri venissero coperte con la vernice.
Naturalmente, i soldati non hanno ridipinto i muri di persona. Hanno trascinato i rifugiati stremati fuori dal loro sonno e li hanno costretti a cancellare ogni graffito, ogni immagine e ogni parola. I soldati forse credevano di star svolgendo un dovere militare, in qualche modo proteggendo la sicurezza nazionale di Israele. In realtà, stavano cercando di cancellare le tracce di un popolo le cui radici in quella terra affondavano molto più in profondità dell’occupazione stessa.
Ma le prove non furono mai cancellate. Non potevano essere semplicemente coperte con la pittura, nemmeno quando l’artista stesso scomparve, perché la vera arte è più di una semplice disposizione di colori su tela. È una delle forme più profonde di documentazione della propria esistenza.
Fathi Ghaben, che divenne un caro amico della mia famiglia, come la maggior parte degli abitanti di Gaza, aveva sofferto più della sua parte. Era un rifugiato proveniente da Hirbiya, un villaggio un tempo tranquillo, a nord di Gaza. La sua famiglia aveva trovato rifugio a Gaza durante la Nakba.
Ghaben non aveva ricordi del villaggio che aveva perso da bambino, eppure i suoi colori riempivano i suoi dipinti. Per lui, la Palestina era una donna bellissima, forte nella sua determinazione ma gentile nello sguardo. I suoi occhi, sempre nitidamente definiti, incarnavano la bellezza di una patria che non lo aveva mai abbandonato. Lei era la lavoratrice, la contadina, la studentessa, la manifestante, la combattente.
Ghaben fu ripetutamente imprigionato da Israele per aver enfatizzato i colori della bandiera palestinese nelle sue opere, accusato di “incitamento all’odio attraverso i suoi dipinti”. L’esercito di occupazione uccise il suo giovane nipote nel 1982 e molti dei suoi parenti furono uccisi nel genocidio.
Ghaben stesso morì durante il genocidio, nel febbraio 2024, dopo essere stato costretto ad abbandonare la propria casa.
Per me, e oserei dire per molti della mia generazione, è difficile comprendere un’arte che non porti con sé questo tipo di peso: un’arte che va oltre la semplice “espressione” e diventa un’esperienza di sangue, sudore, lacrime e il fardello di ricordi che potranno trovare pace solo quando la giustizia in Palestina trionferà.
Ripenso al Cammello delle Sofferenze e sono convinto che la figura di Mansour rappresentasse più della Palestina e del palestinese. Forse inconsapevolmente, stava dipingendo anche l’artista palestinese stesso.
Anche loro portavano sulle spalle un’immensa responsabilità. Senza di loro, diverse generazioni non avrebbero mai potuto apprezzare appieno i colori della Palestina, sentire l’odore della rivoluzione o comprendere il vero significato della perdita della patria.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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