In Israele, la divisione tra destra e sinistra è determinata meno da fattori economici che dalle posizioni sulla statualità palestinese, sull’occupazione e sulla sovranità ebraica.
Di Ehab Jabareen – 9 settembre 2026
Per i lettori al di fuori di Israele, i termini “destra” e “sinistra” possono risultare fuorvianti se applicati alla politica israeliana. In Europa o negli Stati Uniti, tali etichette sono solitamente associate a temi quali tassazione, welfare, lavoro, immigrazione, razza, religione e dimensioni del governo. Anche in Israele esistono dibattiti simili, ma la struttura del sistema partitico non è la stessa.
Per decenni, la divisione israeliana si è concentrata su una serie di questioni diverse: i palestinesi, il territorio, la sicurezza, gli insediamenti, il significato del sionismo e la tensione tra il carattere ebraico dello Stato e le sue istituzioni democratiche. Le politiche economiche e sociali contano ancora, ma spesso trascendono gli schieramenti anziché definirli. Un politico può essere favorevole all’intervento statale nell’economia ed essere comunque considerato saldamente di destra; un altro può essere socialmente liberale e rimanere all’interno del campo nazionalista.
Storicamente, la divisione aveva una dimensione economica e istituzionale più marcata. La sinistra israeliana si identificava con il sionismo laburista e con gli enti che avevano costruito lo Stato: la Histadrut, il movimento dei kibbutz, lo sviluppo guidato dallo Stato e un modello di crescita relativamente collettivista. La destra, radicata nella tradizione revisionista e successivamente organizzata attorno al Likud, contestava il lungo dominio laburista e poneva maggiore enfasi sulle rivendicazioni storiche ebraiche sulla terra, su un’idea di sovranità più nazionalista e, nel tempo, su una visione economica più favorevole al mercato. Tale divisione non è scomparsa, ma ha cessato di essere quella determinante.
Dopo il 1967, e ancor più chiaramente dopo gli accordi di Oslo negli anni ’90, la politica israeliana si è concentrata sempre più sui territori e sui palestinesi che vi abitano. La sinistra si è associata al compromesso territoriale, ai negoziati e all’idea che una qualche forma di separazione dai palestinesi fosse necessaria affinché Israele potesse rimanere al contempo ebraico e democratico. La destra si è associata all’opposizione a uno Stato palestinese, al sostegno agli insediamenti e alla tesi che il ritiro avrebbe generato nuove minacce alla sicurezza anziché risolvere il conflitto.
La seconda Intifada ha contribuito più di qualsiasi dibattito economico a indebolire la sinistra tra gli elettori ebrei. Per molti, le violenze dei primi anni 2000 furono interpretate come la prova del fallimento degli Accordi di Oslo, o quantomeno che le concessioni non garantivano la pace. Il ritiro dalla Striscia di Gaza nel 2005, la presa del potere da parte di Hamas e i successivi scontri rafforzarono questa interpretazione. Gli attentati del 7 ottobre 2023 non hanno determinato questo cambiamento, bensì hanno accelerato un movimento già in atto, rendendo la sicurezza e l’identità ebraica ancora più centrali di quanto non lo fossero state negli anni successivi a Oslo.
Oggi, in Israele, essere “di destra” significa soprattutto assumere una posizione più intransigente sulle rivendicazioni nazionali, di sicurezza e di controllo territoriale dei palestinesi. Ciò può includere il rifiuto totale di uno Stato palestinese, oppure l’accettazione di una forma molto limitata di autogoverno palestinese, ben lontana dall’indipendenza sovrana. Gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata non sono più considerati, in questo schieramento, come una merce di scambio temporanea facilmente negoziabile. Per una parte della destra, rappresentano una risorsa per la sicurezza; per altri, sono anche un progetto nazionale e religioso. Lo Stato-nazione ebraico non è una questione secondaria, ma il punto di riferimento.
Questa destra non si traduce automaticamente in un blocco conservatore in stile statunitense in materia economica. Il Likud si presenta ancora come relativamente orientato al mercato, ma la politica di destra israeliana può convivere senza problemi con sussidi, impiego pubblico, sostegno all’edilizia abitativa e ingenti trasferimenti quando questi rispondono alle esigenze della coalizione o a particolari gruppi di interesse. La destra è più unita attorno ai temi della sicurezza, della sovranità e del carattere ebraico dello Stato che attorno a un’unica teoria del mercato.
Il Likud rimane il principale veicolo di questo schieramento. Mescola nazionalismo, scetticismo nei confronti della creazione di uno Stato palestinese e una forte posizione in materia di sicurezza, attirando elettori laici, ebrei tradizionali, ebrei religiosi e persone la cui identità primaria è nazionalista piuttosto che teologica. Alla sua destra si collocano partiti come il Sionismo Religioso e Otzma Yehudit, dove il nazionalismo si unisce a un’interpretazione più esplicitamente religiosa della terra. Per queste correnti, gli insediamenti non sono solo una strategia. Possono essere intesi come il compimento di una rivendicazione storica e religiosa, rendendo più difficile trattare il compromesso territoriale come una mera questione tecnica.
Le stesse correnti si sono dimostrate più propense rispetto alla vecchia guardia del Likud a scontrarsi con la Corte Suprema, il procuratore generale e parte dell’élite della sicurezza quando queste istituzioni sono state percepite come ostacoli a una maggioranza di destra eletta democraticamente. La battaglia sulla riforma giudiziaria prima del 7 ottobre è nata proprio da questo sospetto: i sostenitori sostenevano che i politici eletti dovessero riacquistare potere, mentre gli oppositori avvertivano che la riforma avrebbe indebolito uno dei pochi contrappesi rimasti al governo. Il dibattito non è scomparso dopo la guerra. È stato accantonato, per poi riemergere in un contesto più affollato di questioni di sicurezza e identità.
Il centro sionista e ciò che resta della sinistra sionista si collocano in modo diverso all’interno di questo panorama politico, sebbene non così diverso come alcuni osservatori esterni si aspettano. In generale, sono più aperti a una soluzione politica, o almeno a una qualche forma di separazione dai palestinesi, e difendono la magistratura, la pubblica amministrazione e le libertà civili con maggiore fermezza rispetto all’attuale destra. Sono anche più restii a trasformare un controllo militare temporaneo in un ordine politico permanente. Ma il vecchio vocabolario dei campi pacifisti si è ormai affievolito.
Benny Gantz, Gadi Eisenkot e altri ex alti ufficiali possono appoggiare importanti operazioni militari e al contempo presentarsi come custodi delle istituzioni e sostenitori di un approccio più cauto all’annessione o al governo permanente. Nell’Israele odierno, la distanza tra centro e destra non riguarda tanto l’opportunità di ricorrere alla forza, quanto piuttosto gli effetti che tale forza dovrebbe produrre, il grado di moderazione istituzionale che dovrebbe sussistere e la possibilità di un futuro accordo politico con i palestinesi.
La sinistra sionista è molto più ridotta rispetto agli anni del governo laburista. I partiti legati al fronte pacifista hanno faticato a convincere gli elettori che i negoziati o il ritiro possano ancora garantire la sicurezza. Esistono ancora israeliani ebrei che desiderano la fine dell’occupazione, uno Stato palestinese, maggiori tutele per i diritti civili e una politica economica più egualitaria. Tuttavia, sono elettoralmente più deboli e operano in un clima politico in cui molti principi che un tempo appartenevano al rispettabile centrosinistra hanno perso credibilità presso ampie fasce dell’opinione pubblica ebraica.
La parola “sinistra” è diventata, in gran parte del discorso ebraico israeliano, quasi una macchia piuttosto che una normale etichetta politica. Dopo la seconda Intifada, già implicava ingenuità in materia di sicurezza. Dopo il 7 ottobre, tale accusa si è fatta più pesante. “Di sinistra” viene spesso usato non per descrivere una posizione su tasse o welfare, ma per sottintendere una certa indulgenza verso le rivendicazioni palestinesi, una distanza dal nazionalismo ebraico tradizionale o una tendenza a porre i principi istituzionali e universali al di sopra delle immediate esigenze di sicurezza.
Eppure, in Israele esiste una sinistra sociale ed economica che si batte per alloggi, tutele del lavoro, servizi pubblici e una società meno diseguale, senza necessariamente avallare la formula territoriale degli anni ’90. Esiste anche una sinistra definita principalmente dalla questione palestinese: occupazione, uno Stato palestinese, uguaglianza tra cittadini ebrei e arabi e un’interpretazione più civica dello Stato. Le due cose non sono la stessa cosa, e trattarle come tali è uno dei motivi per cui l’etichetta è diventata così facile da strumentalizzare. Il vocabolario importato non coglie facilmente questa distinzione, e il discorso politico israeliano non si è sforzato molto di mantenere distinti i due significati.
I partiti Haredi dimostrano quanto rapidamente il tradizionale asse destra-sinistra inizi a vacillare. Shas e United Torah Judaism sono conservatori in materia di religione, famiglia, ruoli di genere e ruolo pubblico dell’ebraismo. Le loro posizioni economiche non sono semplicemente di destra nel senso occidentale del termine. Premono per il finanziamento pubblico delle istituzioni religiose, il welfare per le famiglie numerose e il sostegno statale alle loro comunità. Le scelte di coalizione sono guidate meno da una posizione fissa sui palestinesi che da questioni di bilancio, istruzione, autonomia religiosa ed esenzioni dal servizio militare. Negli ultimi anni, si sono generalmente allineati con il blocco del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, collocandosi politicamente accanto alla destra, ma questo allineamento non li rende partiti nazionalisti di destra come il Likud o il sionismo religioso.
I partiti che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele si collocano ancora più al di fuori dello schema sionista di destra e sinistra. Hadash ha a lungo coniugato un linguaggio economico socialista con la partnership ebraico-araba e l’opposizione all’occupazione. Ra’am è socialmente conservatore e di origine islamista, ma ha anche perseguito un percorso pragmatico nella politica di coalizione incentrata su rivendicazioni civiche ed economiche. Balad pone al centro l’identità nazionale palestinese e auspica una ridefinizione più radicale di Israele come Stato di tutti i suoi cittadini.
Definirli tutti “di sinistra” semplicemente perché si oppongono all’occupazione o sostengono i diritti dei palestinesi significa ignorare le differenze tra di loro. Non sono un’ala della sinistra sionista, ma un campo politico distinto che non si inserisce perfettamente nello spettro politico della maggioranza ebraica, anche quando alcuni dei loro atteggiamenti sociali appaiono conservatori o il loro linguaggio economico sembra di sinistra.
Le prossime elezioni del 27 ottobre saranno ancora descritte, in Israele e all’estero, come una sfida tra destra e sinistra. Questa descrizione non è priva di significato. Ma la domanda più utile è se il centro di gravità politico israeliano si sia spostato a tal punto a destra da far sì che molti dei dibattiti più importanti si svolgano ora all’interno di uno spazio politico di orientamento prevalentemente di destra. In materia di sicurezza e di palestinesi, gran parte della politica ebraico-israeliana si basa già su presupposti che sarebbero stati considerati di destra una generazione fa: profonda diffidenza nei confronti di uno Stato palestinese sovrano, elevata tolleranza per un prolungato controllo militare e una maggiore insistenza sulla sovranità ebraica come punto di partenza, piuttosto che come uno dei tanti valori.
Le controversie che permangono riguardano spesso fino a che punto debba spingersi questo cambiamento: se il controllo militare sia una gestione temporanea o un percorso verso la permanenza; se gli insediamenti siano un fatto strategico o una missione nazional-religiosa; se i tribunali debbano ancora limitare una maggioranza eletta; e se i palestinesi siano principalmente una popolazione da gestire o una comunità politica con diritti nazionali. Questi disaccordi possono ancora determinare le coalizioni, i tribunali, i bilanci e la natura stessa dello Stato. Si tratta, tuttavia, di disaccordi che si verificano sempre più spesso quando il vecchio centro di potere si è già spostato.
La sinistra e la destra israeliane esistono ancora. Ma i termini non descrivono più due fazioni speculari in competizione sulle stesse questioni. Descrivono piuttosto risposte diverse a una tesi israeliana più specifica riguardante territorio, potere, sicurezza e moderazione istituzionale. E gran parte di questo dibattito, in vista di queste elezioni, si sta svolgendo all’interno della stessa destra.
Ehab Jabareen è analista e ricercatore politico palestinese residente in Israele
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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