Non eroi, ma alleati: in quanto palestinesi, non dovremmo ignorare gli israeliani antisionisti.

Abraham e i suoi colleghi hanno accesso a documenti, testimonianze e fonti che noi palestinesi semplicemente non possediamo. Possono entrare in luoghi a noi preclusi. Possono dare voce al pilota, all’ufficiale, all’agente dei servizi segreti, all’operatore del sistema, al colono. Possono svelare il meccanismo dall’interno. Questo è un privilegio, ma ha un valore. Possiamo avvalerci del loro aiuto per rafforzare la causa palestinese

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Hanin Majadli  – 16 settembre

L’incontro tra palestinesi, ebrei e israeliani antisionisti, o coloro che si schierano a fianco della lotta palestinese, è in gran parte una conseguenza del genocidio di Gaza. La visibilità che questa minoranza israeliana ha ottenuto sui media internazionali e sui social network l’ha resa presente nel discorso palestinese come mai prima d’ora. I palestinesi ascoltano e seguono israeliani di sinistra e antisionisti, o coloro che agiscono al loro fianco. Per chi ama le dicotomie, questo è un fatto sconcertante.

Come dovremmo rapportarci a questi israeliani? Questa domanda si ripropone continuamente. Ogni volta che un israeliano che si oppone all’occupazione ottiene visibilità internazionale, ogni volta che un ebreo parla dei crimini israeliani di fronte a un pubblico abituato a ignorare le testimonianze palestinesi, e ogni volta che un israeliano riesce a raggiungere luoghi difficilmente accessibili ai palestinesi. Ad esempio, Yuval Abraham, uno dei registi di ” NAZA “, il documentario sull’esercito israeliano a Gaza che ha vinto un premio al Festival del Cinema di Venezia questa settimana.

Le affermazioni sono le solite: Abraham, in quanto liberale israeliano, non agisce per la liberazione della Palestina, ma per riparare Israele. Non sta facendo un favore ai palestinesi. Sta cercando di salvare la società a cui appartiene, non di smantellare l’equilibrio di potere da cui trae vantaggio. I suoi film non minacciano realmente Israele; gli permettono di presentare al mondo il suo volto illuminato, anche mentre distrugge Gaza.

Altri si chiedono come si possa persino applaudire alle testimonianze dei colonialisti che raccontano i propri crimini. Il semplice fatto di essere stati esposti li rende forse meno complici? Il fatto che una persona si opponga all’occupazione annulla forse il suo posto nella società occupante? Anche se sostiene i palestinesi, resta comunque un israeliano. Continua a beneficiare dei privilegi dello Stato. Continua a far parte della struttura all’interno della quale si consuma l’oppressione.

La sensibilità suscitata da Abraham e dai suoi simili non è nata dal nulla. Tocca una ferita palestinese ben nota. Il mondo tende ad ascoltare gli israeliani in modo diverso dai palestinesi. Conferisce credibilità, risonanza e prestigio a cose che i palestinesi dicono da decenni. Sembra che, affinché la sofferenza palestinese venga riconosciuta, debba prima passare per la gola di un israeliano.

È una rabbia comprensibile. Ma questa rabbia a volte porta a una conclusione problematica: che tutto ciò che proviene dagli israeliani sia intrinsecamente contaminato.

Yuval Abraham e Rachel Szor sono dissidenti; i loro film non hanno suscitato entusiasmo in Israele, bensì rabbia, indignazione, un’ondata di violenza, richieste di revoca della cittadinanza e persino omicidi. Non sono stati accettati come parte del consenso, nemmeno di quello liberale, ma sono stati bollati come traditori. Chiunque cerchi di presentarli come un altro strumento dell’hasbara israeliana, termine usato per indicare gli sforzi del governo volti a giustificare le proprie politiche, ignora la realtà.

Abraham e i suoi colleghi hanno accesso a documenti, testimonianze e fonti che noi palestinesi semplicemente non possediamo. Possono entrare in luoghi a noi preclusi. Possono dare voce al pilota, all’ufficiale, all’agente dei servizi segreti, all’operatore del sistema, al colono. Possono svelare il meccanismo dall’interno. Questo è un privilegio, ma ha un valore. Possiamo avvalerci del loro aiuto per rafforzare la causa palestinese; non c’è motivo di farsi prendere dal panico.

È inoltre importante ricordare il momento in cui questo film è stato realizzato. Abraham e Szor hanno girato il film in un periodo in cui Israele assomigliava meno all’Israele di Rabin e della colomba della pace sionista e più a “Non fare paragoni” – non solo agli occhi dei palestinesi, ma anche a quelli dei dissidenti ebrei.

In quanto palestinesi, non siamo obbligati a considerare Yuval Abraham e Rachel Szor degli eroi. Non dobbiamo toglierci il cappello davanti a loro. Ma non c’è nemmeno bisogno di crocifiggere gli israeliani che scelgono di farlo.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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