Il controverso documentario israeliano è l’ultimo esempio di come il mondo presti attenzione alle atrocità commesse contro i palestinesi solo quando queste vengono descritte dalla prospettiva degli israeliani.
Adla Alnazer – 15 settembre 2026
Il mese scorso, mentre leggevo le notizie sull’ammissione da parte dell’esercito israeliano di aver sparato contro l’auto in cui si nascondevano Hind Rajab e la sua famiglia, mi chiedevo perché questa ammissione facesse notizia in tutto il mondo, come se contenesse chissà quali nuove informazioni.
Dopo averci riflettuto, mi sono reso conto, con tristezza, che a più di due anni dalla morte di Hind, il mondo aveva ancora bisogno che gli israeliani riconoscessero quanto registrato nella straziante telefonata della bambina di 5 anni che implorava aiuto. Sì, il mondo intero ha ascoltato la sua voce, ma non è bastato; il riconoscimento avrebbe comunque fatto la differenza.
La controversia che circonda il documentario NAZA non è diversa. Si tratta di un’ulteriore ammissione di colpa da parte di coloro che hanno commesso i crimini. Giornalisti e cittadini di Gaza documentano e denunciano crimini e atrocità fin dall’inizio della guerra. Ma sono le testimonianze degli israeliani che hanno prestato servizio nell’esercito a suscitare maggiore attenzione.
In questo contesto, è opportuno discutere due prospettive distinte. La prima riguarda il senso di colpa che emerge dalle testimonianze, volto a umanizzare coloro che vengono ripresi dopo che nell’immaginario collettivo globale la loro umanità è assente. Questa interpretazione, tuttavia, è stata contestata dal regista del film durante una conferenza stampa. Egli ha chiarito che coraggio, rimorso o senso di colpa non sono le etichette appropriate in questo caso, come dimostra il film stesso.
La seconda prospettiva si concentra meno sull’aspetto emotivo delle testimonianze e più sul potere della confessione, soprattutto quando questa proviene da individui che hanno partecipato direttamente al massacro di civili a Gaza. Le loro testimonianze hanno un peso diverso perché non descrivono questi eventi da una prospettiva distaccata; parlano come partecipanti al sistema. È proprio questa vicinanza all’azione che ha catturato l’attenzione di un pubblico globale molto più ampio, non la rivelazione di una verità precedentemente sconosciuta.
Per decenni, Israele, i suoi alleati e i suoi sostenitori nei media hanno creato un’immagine dei palestinesi come aggressori e terroristi inaffidabili. Allo stesso tempo, gli stessi soggetti hanno promosso il mito dell’esercito israeliano come “l’esercito più morale ” del mondo. Gran parte del mondo ci ha creduto, finché la guerra di Gaza non ha infranto queste illusioni.
La costruzione sistematica di immagini e concezioni richiede molto tempo e impegno. Smantellare i miti esistenti è altrettanto difficile. Ecco perché, per il momento, i palestinesi hanno ancora bisogno di una voce israeliana che confermi la loro versione dei fatti al mondo. Questa realtà è ingiusta e ipocrita, ma innegabile.
Tuttavia, il film offre anche motivi di speranza. Il fatto che sempre più israeliani stiano parlando, anche in forma anonima, delle uccisioni e delle oppressioni a cui hanno partecipato, potrebbe rappresentare un punto di svolta. Ma perché ciò accada, le persone devono esigere azioni concrete dai propri governi, non limitarsi ad applaudire per 25 minuti dopo aver ascoltato le testimonianze degli assassini.
Adla Alnazer è una consulente di politiche pubbliche ed ex consigliera del governo palestinese.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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