Ci sono due affermazioni che vengono solitamente sostenute dalle persone che si oppongono ad ogni azione seria a favore dei diritti dei palestinesi

Donald Johnson on July 30, 2017

Di solito, dalle persone che si oppongono ad ogni serio tentativo a favore dei diritti dei palestinesi, si possono sentire due affermazioni.

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Ho combattuto per l’indipendenza di Israele. Ammetto: Anch’ io sono un ‘terrorista palestinese’  

I primi ministri israeliani e i combattenti del gruppo clandestino Haganah erano “terroristi”
Copertina:  I soccorritori che cercano tra le rovine degli uffici del governo centrale britannico dell’ hotel “King David” di Gerusalemme fatto saltare dalle forze clandestine ebraiche di “Etzel” FOTO: MENDELSON HUGO / * Ufficio stampa governativa.

Lettere all’editore dell’8 agosto, 2017

Sono un terrorista palestinese

In risposta a “Netanyahu dice che l’assassino palestinese dei tre israeliani dovrebbe essere giustiziato” (Haaretz, 28 luglio).

Io, tuo umile servitore, con la presente  ammetto che io e tutti i miei contemporanei, il “sale della terra”  ormai novantenni , siamo “terroristi palestinesi”. E non è bello ricordare come abbiamo combattuto l’occupazione del Mandato britannico- noi combattenti in Haganah, Palmach, Irgun e Lehi – per la vita o la morte. Siamo tuttora “terroristi palestinesi”.

Abbiamo ricevuto i nostri ordini da comandanti con autorità nazionali, politiche e ideologiche – David Ben-Gurion, Menachem Begin e Yitzhak Shamir – che, al meglio della mia conoscenza della storia, erano “arci-terroristi palestinesi” i quali  diventarono poi primi ministri d’Israele.

E anche poco piacevole da ricordare: come mi sono seduto nella prigione di Acre, nella sezione di coloro che erano stati condannati a morte e come una mattina hanno legato le mani di Dov Gruner, benedetta  la sua memoria, e ho potuto ascoltare le parole della canzone che cantava , “Hatikva” – “La nostra speranza non è ancora perduta” – e quella di altri 10 “terroristi palestinesi”. È piacevole ricordare che alla fine trionfammo, nonostante la crudele e inumana pena di  morte.

I “terroristi palestinesi” sono combattenti per la libertà e in futuro saranno i primi ministri del popolo palestinese negli “Stati Uniti d’Israele e Palestina” o nell’Unione “israeliano-palestinese”.

E lo troveranno piacevole da ricordare, come è piacevole  per me ricordare quando sono stato onorato per il mio “contributo alla fondazione e alla sicurezza di Israele”. E come ci sono strade e piazze in tutto il paese chiamate in memoria dei “Terroristi palestinesi “Ben-Gurion, Begin, Shamir e altri. Che sia benedetta la loro memoria !

Yehuda Keidar

Trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.haaretz.com/opinion/letters/1.805743?utm_content=%2Fopinion%2Fletters%2F1.805743&utm_medium=email&utm_source=smartfocus&utm_campaign=newsletter-daily

 

L’informazione di regime.

Se perde Maduro, perde il popolo, potremmo dire con uno slogan, e me ne scuso, ma la sostanza è quella. Se perde Maduro vincono i ricchi, gli evasori fiscali, le grandi multinazionali, e gli appetiti nordamericani.

copertina: Aprile 2002 manifestazione a Caracas.

9 agosto 2017, Angelo d’Orsi

I nostri notiziari di regime, non li si può chiamare diversamente, uniti nella lotta alla verità, ci informano zelanti di una dichiarazione di 13 Stati latinoamericani che “non riconoscono” l’Assemblea Costituente voluta da Maduro in Venezuela. Al di là del dato privo di significato (“non riconoscono”! Che cosa vorrebbe dire? In base a quale diritto Stati esteri si permettono di disconoscere atti costituzionali di un Paese sovrano?), si rimane sbalorditi dalla menzogna sostanziale. In sintesi:

  1. Si accetta come ovvio e legittima la presa di posizione dei 13 Stati.
  2. Non si rileva che tali Stati che “non riconoscono” sono quelli che grazie a dubbie operazioni elettorali, o a veri e propri golpe anche quando variamente camuffati, sono tutti posti sotto l’ombrello USA, da cui in sostanza prendono ordini.
  3. Si tace della contemporanea Dichiarazione (1), di ben 57 Stati che, questa sì del tutto legittima, invitano a un processo di pace, e soprattutto chiedono che venga preservata la sovranità e l’integrità della Repubblica Bolivariana del Venezuela, davanti alle minacce neppure più troppo velate che giungono da Washington, in un coro a cui l’Unione Europea si è accodata tranquillamente, come sempre priva di una sua politica estera autonoma dagli USA.

Personalmente non sono un fanatico di Maduro (che è lontano dalla capacità politica e anche dal carisma di Hugo Chavez), e ritengo abbia commesso numerosi, e gravi errori, e certamente operato delle forzature istituzionali. Ma la questione è: ci si può difendere dalle azioni golpiste – quelle portate avanti da anni dal fronte delle opposizioni, con boicottaggio, guerra commerciale e forme di crescente estremismo violento, sostenuto dall’esterno, in particolare dalla Colombia, e soprattutto dagli USA – in modo “democratico”?

La storia proprio non ci insegna nulla? Le questioni davanti alle quali ci si trova a me pare siano le seguenti:

  • Chi sono e cosa rappresentano le “opposizioni”?
  • E che cosa è in gioco in Venezuela?

La mia risposta è in primo luogo in una parola magica e maledetta: “petrolio”. Il controllo delle risorse petrolifere più estese del Pianeta è evidentemente un dato fondamentale, oggi più che venti o trent’anni fa. Ma la risposta deve altresì guardare al significato, reale e simbolico, di quella parola d’ordine del “socialismo del XXI secolo” lanciata con ardimento da Chavez, e che in qualche modo Maduro e i suoi cercano di portare avanti. 

Non si tratta soltanto di slogan (che possono anche risultare fastidiosi), ma di una realtà importante: i progressi sociali del Venezuela sono documentati, e sono di straordinaria importanza. Chi non è in malafede farà presto a documentarsi. E quei progressi sono un messaggio sostanziale a tutto il Subcontinente latinoamericano e, oltre gli Oceani, a tutti i popoli della Terra soggiogati dagli imperialismi di Stati Uniti e dell’Unione Europea. Fa paura questo soprattutto, come faceva paura negli anni Novanta del secolo scorso “l’anomalia jugoslava”, un Paese che si proclamava orgogliosamente socialista nel cuore dell’Europa post-1989. Sappiamo come venne spenta quella anomalia, a suon di bombe, con una aggressione da parte di una “grande coalizione democratica” di ben 19 Stati (compresa l’Italia, guidata allora da Massimo D’Alema, che diede prova di una pronta, servile collaborazione alle potenze imperialistiche, USA in testa).

Contro il Venezuela si sta delineando l’ennesima “Santa Alleanza”, come nel ’99, o in forma meno estesa nel 2003 in Iraq, per detronizzare Saddam Hussein, riducendo il Paese, avanzato e laico, a un cumulo di macerie, divenuto la culla devastata dell’ISIS; o come nel 2011, in Libia, per eliminare Gheddafi e il socialismo della sua “Giamahiria Araba Libica”; e oggi la Libia risultato dell’azione dei “liberatori” è divenuto un vero inferno. E come si è tentato di fare nel corso degli ultimi anni con la Repubblica Siriana di Assad.

Non ci piacciono i dittatori, sento ripetere. Ma quello che è venuto dopo ci piace di più? A chi attribuire le centinaia di migliaia di morti, le distruzioni di beni di economie di civiltà, in tutti questi Paesi? E chi ha il diritto di decidere sulle forme di governo degli Stati? Washington o Bruxelles? E quale, infine, sarebbe il modello da esportare, con le buone o le cattive? La nostra democrazia fallimentare? Ricordiamoci che in nome della tutela delle libertà “democratiche” abbiamo visto cadere regimi progressisti, nel passato remoto o nel passato prossimo. Quando il gioco si fa duro, ritengo che la causa del popolo vada difesa con ogni mezzo, anche al di là del galateo istituzionale. Se perde Maduro, perde il popolo, potremmo dire con uno slogan, e me ne scuso, ma la sostanza è quella. Se perde Maduro vincono i ricchi, gli evasori fiscali, le grandi multinazionali, e gli appetiti nordamericani.

Perciò, anche se abbiamo dubbi e riserve, mettiamoli da parte: oggi la causa che Maduro rappresenta non può non essere la causa di chi non accetta che Washington comandi il mondo; anche se siamo perplessi o peggio indifferenti, ma ci consideriamo “di sinistra”, se vogliamo tenere fede al principio primo e fondamentale del “Manifesto” di Marx ed Engels, quello espresso nell’appello finale (“Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”), ossia l’internazionalismo proletario, oggi il nostro dovere è stare dalla parte della Repubblica Bolivariana del Venezuela e del suo presidente, Nicolás Maduro.

(1) ginevra-dichiarazione-congiunta-di-57-paesi-a-favore-del-venezuela-e-contro-ogni-intervento-esterno

Dalla pagina Facebook di Angelo D’Orsi Professore ordinario presso Università degli Studi di Torino.

Mahmud Darwish: Stato d’assedio

Stato d’assedio (Hàlat Hisàr) è un ‘testo’, come lo ha definito lo stesso autore, elaborato a Ramallah nel gennaio 2002, nelle settimane in cui la città era assediata dalle truppe israeliane del generale Ariel Sharon.
Mahmud Darwish, che a Ramallah viveva, si è trovato perciò nella hàla, ossia nella ‘condizione’ di assediato. Con questo ‘testo’ il poeta palestinese non vuole solo descrivere lo stato d’assedio, vuole invece e soprattutto dare corpo alle parole per esprimere la hàla quando ci si ritrova a essere assediati.
Lo ‘stato dell’assedio’ nei versi di Darwish va al di là della condizione di vita nella quale si trovano le moltitudini concrete di cui il poeta è portavoce, di queste esprimendo sentimenti e pensieri. Il risultato è che il ‘testo’ è formato da frammenti che a volte risuonano come antichi aforismi, spesso lamenti di solitudine, tutti con al fondo il pensiero della morte che pure percorre l’intera opera di Darwish.
Sono oggetto di riflessione: la poesia nel suo farsi, la storia, il ‘luogo’, ossia lo spazio del pensiero, la forza che è impressa nell’affermazione della propria identità.

Mahmud Darwish (1941-2008), nacque a Birwa in Galilea, un villaggio distrutto in seguito alla pulizia etnica nel 1948. La famiglia, costretta all’esilio in Libano, riesce a ritornare clandestinamente in Palestina un anno dopo. A vent’anni pubblica la sua prima raccolta di poesie: è la ragione per cui entrerà in carcere per la prima volta. Nel 1971 raggiunge Beirut, ma in seguito all’invasione israeliana del Libano si rifugia a Tunisi, poi a Parigi. Nel 1995, dopo gli accordi di Oslo, si stabilisce a Ramallah. Ricordato spesso come ‘poeta della resistenza palestinese’, la sua ricca produzione letteraria, oltre che in italiano, è tradotta in molte lingue.

ISBN 978-88-97831-12-9, pp. 104, € 12

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