La “sinistra” israeliana presenta un piano per segregare e privare dei diritti 200.000 nemici palestinesi

Isabel_Kershner
Nella foto Isabel Kershner

Philip Weiss, 7 Marzo 2016

Spesso ci lamentiamo del fatto che il New York Times è lacunoso nell’informare gli americani del vero volto della società israeliana. Bene, Isabel Kershner ha scritto un pezzo eccellente nel New York Times di oggi sul nuovo piano di recintare i quartieri palestinesi per escluderli da Gerusalemme, piano che ha avuto origine da quella che viene oggi spacciata per la sinistra israeliana, allo scopo di preservare lo stato ebraico, e Kershner dice che la campagna ha un sapore ultranazionalistico. Il leader palestinese Saeb Erekat ha definito il piano “razzista”.

Il controverso piano, promosso da un gruppo di ebrei liberali israeliani ed adottato nelle sue linee di principio dal Partito Laburista di centro-sinistra, vorrebbe unilateralmente rinchiudere in un recinto la maggioranza dei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est e trasferire la responsabilità sui suoi 200.000 residenti dal comune di Gerusalemme all’Autorità Palestinese e all’esercito israeliano che controllano la West Bank.

Promossa con piani pubblicitari accompagnati da slogans come “Salvare la Gerusalemme ebraica”, il tono ultranazionalistico della campagna sembra costruito per essere allettante alla maggioranza dell’elettorato ebraico, compreso il crescente centro politico israeliano nazionalista.

La nuova campagna descrive i palestinesi residenti in Gerusalemme come un pericolo per la sicurezza, per l’equilibrio demografico, per gli standards di vita e quelli economici della città. Afferma che la maggioranza della popolazione di 18 anni ed inferiore ai 18 anni è palestinese e gioca un ruolo importante sull’aumento delle paure sollevate dal recente incremento degli attacchi di palestinesi contro ebrei israeliani.

Kershner, a questo punto, cita un leader politico della sinistra che descrive gli elettori palestinesi come “il nemico”. E voi ( e Barack Obama) pensavate che Netanyahu fosse davvero cattivo quando un anno fa avvertiva che gli arabi andavano a votare in massa!

Haim Ramon, un ex ministro sostenuto dal Partito Laburista e dal partito centrista Kadima, il quale è colui che avrebbe architettato il nuovo piano, ha detto che i residenti arabi avrebbero terminato il loro boicottaggio delle elezioni cittadine, che il prossimo sindaco di Gerusalemme potrebbe non essere ebreo. “Se i palestinesi fossero intelligenti, potrebbero decidere, invece del coltello, di usare il voto” ha riferito ai giornalisti “Non puoi basare la tua strategia sul fatto che il tuo nemico resterà stupido per sempre.”

Comunque, tra parentesi devo dire che Ramon è il tizio che mi ha convertito quando ero nuovo alla materia della soluzione dei due stati, nove anni fa, con un discorso ad un gruppo liberale sionista a New York. E guardatelo, è un completo razzista.

Ed ecco qui un ex liberale americano che è diventato un membro della destra israeliana, abbracciando il razzismo demografico del piano:

“Dal punto di vista della demografia, è un argomento urgente” ha detto Michael Oren…

The New York Times dovrebbe ricevere complimenti per avere descritto questi israeliani ai leaders americani: una Israele ebraica e razzista, segregazionista, che ricorda il sud di Jim Crow.

Il mese scorso ad una esibizione fotografica a Soho, Chemi Shalev di Haaretz ha detto che la sola speranza politica della sinistra israeliana per riconquistare il governo è quella di nominare come primo ministro qualcuno come il Generale di Stato Maggiore, Gabi Ashkenazi, o l’attuale ministro della Difesa Moshe Ya’alon, uomini con una comprovata esperienza militare (nel polverizzare palestinesi). Questo è lo stesso orrendo messaggio che il Times ha riportato oggi a proposito della cultura politica vigente in Israele.

E questo è lo stesso concetto al quale Adam Shatz fa riferimento nella London Review of Books: “La Putinizzazione di Israele”. Shatz descrive l’inasprirsi del ragionamento israeliano e conclude che le mire segrete d’Israele stanno finalmente rendendosi chiare a tutto il mondo:

Israele ha testardamente portato avanti un progetto coloniale, col rischio di rovinare le proprie relazioni con l’Europa e con gli Stati Uniti, entrambi le quali stanno finalmente realizzando che Israele non ha intenzione alcuna di costruire una genuina pace col popolo palestinese.

Il Times ha fatto un passo avanti nella comprensione di questo concetto, oggi.

 

trad. L. Pal – Invictapalestina.org

fonte. http://mondoweiss.net/2016/03/israeli-left-comes-up-with-plan-to-segregate-and-disenfranchise-200000-enemy-palestinians/

Donna palestinese di 50 anni uccisa dall’esercito di occupazione israeliano a Gerusalemme Est.

50anni

PNN/ Jerusalem/5 ore fa.  8 marzo 2016  ore 17,45

Le forze di occupazione israeliane (IOF)   Martedì mattina hanno ucciso una donna palestinese di 50 anni a Gerusalemme Est, con il pretesto di un “tentativo di accoltellamento.”
L’esercito ha sparato e ucciso Fadwa Abu Tair proveniente dalla città di Sur Baher, Gerusalemme Est, nei pressi della porta Al-Hadid  della città vecchia di Gerusalemme.

Il  portavoce dell’esercito israeliano, Luba Samri ha affermato che la polizia ha immediatamente colpito Fadwa per il suo presunto tentativo di accoltellare un poliziotto israeliano.

cidentitàForze ingenti di polizia   sono poi occorse  sul posto, come riferito sarà aperta un’indagine sul caso,  dopo la sparatoria hanno bloccato le porte della città vecchia di Gerusalemme .
Poco dopo aver ucciso Fadwa, le IOF hanno arrestato una ragazza al posto di blocco di Qalandia, sostenendo il posseso di un coltello.
Venerdì scors o, le IOF hanno ucciso una madre palestinese  di quattro figli, Amani Sabateen (31 anni),  sostenendo che avrebbe voluto investire un soldato israeliano.
Questa mattina , le IOF hanno arrestato Manal Tamimi,   madre di sei figli e  attivista della resistenza non-violenza, nella sua casa in Al-Nabi Saleh.
Ironia della sorte, queste violazioni vengono il giorno internazionale della donna, l’8 marzo.

Ieri le IOF hanno arrestato 19 palestinesi, tra cui 6 bambini, tra la Cisgiordania e Gerusalemme

arresto
Le Forze di occupazione israeliane (IOF) il Lunedi mattina hanno arrestato 19 palestinesi, sei dei quali bambini di età inferiore ai 15.
Il Club dei prigionieri palestinesi ha dichiarato che IOF ha arrestato cinque palestinesi dalla zona di Gerusalemme Est, quattro di loro età compresa tra i 13-15 anni.
Le IOF hanno anche sequestrato quattro palestinesi di Qalandia campo a nord di Gerusalemme, tutti con meno di 20 anni.
A Hebron, i soldati hanno arrestato tre palestinesi, due dei quali di 15 anni.
Altri tre sono stati arrestati nella città di Jenin, in Cisgiordania settentrionale, e due di 19 e 24 anni a  Qalqilya.

 

trad. Invictapalestina.org

fonte: http://english.pnn.ps/2016/03/08/50-year-old-palestinian-woman-killed-by-iof-in-east-jerusalem/

Palestina occupata: donne condannate a vita tra orgoglio e privazioni

 

donna
Khalida Musleh è categorica; essere la moglie di un detenuto è un orgoglio che non abbandonerebbe per nessuna cosa al mondo.

10 anni fa,   condannato all’ergastolo da Israele, il palestinese Ahed Abu Gholmi aveva proposto a sua moglie Wafa di divorziare  per sentirsi libera. Ma lei ha rifiutato: “Mi piace Ahed e sono sempre legata a lui”.
Dal 2006,  questa palestinese,  ha riferito AFP, si occupa solo della cura dei loro figli, un maschio e una femmina, come fa anche Khalida Musleh, che cresce il figlio da sola da quando suo marito Mohammed è stato condannato a nove ergastoli per gli attacchi mortali contro Israele.
Secondo il Club dei prigionieri palestinesi oltre 7.000 palestinesi sono nelle carceri israeliane, 600 stanno scontando ergastoli.
E in questa società dove i prigionieri sono considerati eroi della causa palestinese contro l’occupazione israeliana, si parla poco delle loro mogli.
Questo spiega perché le organizzazioni di difesa dei prigionieri non dispongono di informazioni su di loro o sul numero di divorzi. Per le donne che scelgono il divorzio, preferiscono non parlare, di fronte a una tale tabù.
Khalida Musleh è categorica; essere la moglie di un detenuto è un orgoglio che non abbandonerebbe per nulla al mondo. Il giorno in cui il giudice pronunciò la condanna di Israele contro il marito, “ho lanciato un youyous” [ndt.grido acuto e modulato] ricorda la trentanovenne palestinese.
Eppure, da quel giorno, nel 2002, lei non ha più visto  il marito, che sposò un anno e mezzo prima, né ha potuto parlare con lui per dodici anni.

Indomite

“In tutti questi anni non sono mai stata pentita. Al contrario, sono stata orgogliosa di essere la moglie di un combattente, anche se ciò significava  privazione di molte cose e dolore per il mio cuore”, racconta la donna il cui figlio   Ahmed aveva solo quattro mesi quando suo padre è stato imprigionato.
Dopo una lunga battaglia legale, ha finalmente ottenuto il permesso di visitare il marito. Da allora lei gli può parlare col telefono attraverso il vetro antiproiettile. Dopo 15 anni di separazione, è ancora viva “la speranza indistruttibile” di vederlo rilasciato in uno scambio di prigionieri. Per Lei rappresenta un punto di onore prendersi cura della casa di famiglia che ha dovuto ricostruire insieme ai parenti del marito dopo che gli israeliani  l’avevano distrutta per rappresaglia agli attacchi da parte di suo marito.
Da quando il marito è stato imprigionato, lei dedica   la sua vita a due cose: il suo lavoro in una società di telecomunicazioni e a suo figlio, perché, “ogni volta che lo guardo, penso che manca un padre al suo fianco. “Improvvisamente, ha detto, “Sono una madre, un padre, un fratello e una sorella per mio figlio”.
E’ per non far vivere questa situazione a sua moglie Wafa e ai loro bambini Qaïss e Rita che Ahed Abu Gholmi, condannato all’ergastolo per il suo coinvolgimento nell’omicidio del  ministro israeliano del turismo Rehavam Zeevi nel 2001, aveva proposto a sua moglie il divorzio.

 I bambini al di là del muro

Wafa ha rifiutato la proposta del marito, ma lei sostiene di sapere che “molte donne hanno divorziato quando il marito è stato condannato al carcere a vita.”
“Alcune lo hanno fatto perché sono stati i loro mariti a volerlo, altre lo hanno chiesto”, ha detto.
Più trasgressivo, tra le donne dei prigionieri condannati a vita, è quando si parla di coloro che hanno deciso di avere bambini con i loro mariti, al di là delle mura del carcere.
L’inseminazione con sperma uscito dal carcere con modalità spesso rocambolesche e misteriose hanno permesso la nascita di diversi bambini.
Il metodo è dibattuto tra i palestinesi. Secondo il Club dei prigionieri, 35 bambini sono nati dopo più di 60 trasferimenti di seme.

 

trad. Invictapalestina

Fonte: http://assawra.blogspot.fr/2016/02/assawra-souscription-2016-du-1er.html

Shireen e Medhat Issawi condannati dai tribunali israeliani: avvocati e rappresentanti legali sotto tiro

samer
7 Marzo, 2016

L’avvocata ed attivista palestinese, Shireen Issawi, il 7 Marzo è stata condannata a quattro anni nelle prigioni israeliane. Suo fratello, Medhat Issawi, ha ricevuto una condanna ad otto anni durante la stessa seduta alla corte centrale di Gerusalemme. Le loro audizioni sono state posticipate ripetutamente. Entrambi erano già stati imprigionati per due anni ciascuno.

Leggi tutto “Shireen e Medhat Issawi condannati dai tribunali israeliani: avvocati e rappresentanti legali sotto tiro”