Apartheid dell’acqua a Gaza e Flint

David Cronin – 18 marzo 2016

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Una donna cerca l’acqua dopo che Israele ha bombardato la sua casa durante attacco a Gaza del 2014. immagini Ezz Zanoun APA

A prima vista, la natura delle crisi idriche a Gaza e Michigan hanno un aspetto molto diverso. Le infrastrutture idriche di Gaza sono state bombardate più volte da parte di Israele. Nonostante i loro numerosi problemi, la gente di Flint e Detroit è stata risparmiata da tale evidente brutalità.

Allora perché le donne di Gaza, all’inizio di questo mese, hanno mandato un messaggio di solidarietà alle donne di Flint?

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La risposta è semplice: entrambi si sforzano di  dimostrare  come sia stata contaminata l’acqua dalla quale essi e le loro famiglie dipendono.

 

La lettera da Gaza a Flint – firmata da vari attivisti, tra cui il medico molto famoso Mona el-Farra – dimostra come Israele controlla l’acqua palestinese. L’occupazione israeliana ruba l’acqua dalla falda acquifera costiera che è la principale fonte  per Gaza, impedisce ai palestinesi di costruire impianti di trattamento delle acque reflue e li costringe a comprare l’acqua a prezzi che non possono permettersi.

Normalmente la gente comune a Flint non ha alcuna sovranità quando si tratta di acqua, è così per enrtrambi.

Nel corso degli ultimi anni, Rick Snyder, il governatore del Michigan, ha nominato una serie di “manager dell’emergenza” – tecnocrati non eletti, col potere di vendere beni pubblici, invalidare contratti sindacali e mettere in pericolo la democrazia locale.

Nel 2014, Darnell Earley, uno di questi manager di emergenza, decise che Flint avrebbe dovuto iniziare ad utilizzare l’acqua del fiume. Così è stato, nonostante  le autorità del Michigan avessero ritenuto l’acqua del fiume a rischio, per la salute.

Avvelenamento del sangue

La decisione ha avuto effetti rapidi. La gente del posto si è lamentata che l’acqua dei loro rubinetti era giallognola e sgradevole. Un gruppo di ricerca del Virginia Tech ha confermato che l’acqua a Flint era avvelenata.

Il livello di piombo rilevato, ad esempio, in alcuni campioni era di 13.000 parti per miliardo. L’Environmental Protection Agency raccomanda che il piombo nell’acqua non deve essere superiore a 15 parti per miliardo.

A Flint, il numero di bambini con livelli superiori alla media di piombo nel sangue è quasi raddoppiato. Nelle zone “ad alto rischio”,  è triplicato.

La popolazione di Gaza è alle prese con problemi simili.

Durante il 2014, è stato riferito che il 90 al 95 per cento della fornitura di acqua di Gaza non era potabile. La Palestinian Water Authority ha rilevato che la falda acquifera dalla quale Gaza dipende era altamente inquinata con pesticidi e acque reflue non trattate.

Sintomo del razzismo

I palestinesi vivono sotto un sistema di apartheid.  Gli effetti dell’apartheid sono particolarmente evidenti quando si tratta di acqua.

Mentre i coloni israeliani nella Cisgiordania arida possono godersi la vista di composizioni floreali ben irrigate e tuffarsi in piscina per tutto l’anno, i palestinesi hanno accesso a molta meno acqua potabile rispetto ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Anche la crisi idrica del Michigan è un sintomo di razzismo istituzionalizzato.

Snyder e i suoi predecessori hanno imposto l’emergency managers principalmente su paesi e città con grandi popolazioni nere, tra Detroit e Flint.

Nel 2013, The Atlantic ha riferito che le cinque città in Michigan sotto la gestione economica contenevano solo il 9 per cento degli abitanti dello stato. Eppure, circa la metà di tutte le persone di colore in Michigan viveva in quelle città.

 

Scrivendo  il mese scorso su The Nation, Juan Cole ha sostenuto che, così come i residenti di Flint “non hanno avuto accesso a un diritto fondamentale come l’acqua pulita  per decisioni prese da burocrati che nessuno ha eletto, nello stesso modo  ai Palestinesi di Gaza sono negati i diritti fondamentali di cittadinanza.”

Il diritto all’acqua è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Eppure l’ideologia dominante considera l’acqua come una merce.

E ‘naturale che le alleanze devono essere create tra i difensori del diritto all’acqua nelle diverse città e paesi.

Anche il governo della mia nativa Irlanda, sotto la pressione dei suoi responsabili a Bruxelles e delle altre capitali europee, negli ultimi anni ha cercato di  mettere  l’acqua  nelle mani di una società privata. La battaglia contro  l’abolizione della Irish Water,  ha ricevuto il sostegno di attivisti in Michigan, Bolivia e Spagna.

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Diversi attivisti irlandesi che lottano per l’acqua, fanno anche parte del movimento di solidarietà palestinese. Uno di questi attivisti, Gino Kenny, è stato eletto al Dáil Éireann, la camera bassa del parlamento nazionale. Quando, alla fine di febbraio, è stata annunciata la sua elezione  ha esultato sventolando una bandiera palestinese.

Il gesto è stato apprezzato dai palestinesi – la cosa non ci sorprende. Le lotte per la giustizia saranno sempre interconnesse.

 

trad. Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/blogs/david-cronin/water-apartheid-gaza-and-flint

Report N°2 Anno 2016

Operazione Colomba
Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII

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Durante la mattina del 4 marzo, tre coloni israeliani -due adulti e un bambino- hanno inseguito ed attaccato due volontari internazionali che stavano raggiungendo a piedi da At Tuwani il villaggio palestinese di Tuba

 

In Palestina il cosiddetto stato di diritto, nella duplice accezione di tutela dei diritti umani fondamentali e di rispetto di principi comuni e non arbitrari di legalità applicati indiscriminatamente a tutti gli individui, rappresenta, più che un privilegio di pochi, il grande assente del (soprav)vivere quotidiano di tutti. In tal senso, le statistiche di Febbraio non smentiscono l’ondata di violenza che da mesi anima la realtà locale.
Quale che sia la personale opinione circa le direttrici ultime di questo moto di intifada, ciò che conta sono i costi umani, e non solo, che ricadono sulla popolazione: a partire da ottobre 2015, sono stati uccisi oltre 190 palestinesi e 30 israeliani; nel mese di febbraio 3 israeliani (di cui uno colpito da fuoco amico) e 13 palestinesi, colpiti a morte in quanto reali o “possibili” autori di attentati; oppure uccisi a sangue freddo senza ragione ad un check-point o durante raid dei soldati.
Si contano inoltre più di quattrocento feriti per mano delle Autorità Israeliane nei Territori Occupati solo nell’ultimo mese.
Ma non solo: lunghe attese, controlli estenuanti e difficoltà di movimento vanno a sommarsi ai disagi connessi al protratto sciopero di insegnanti della West Bank, messo in atto con scopo principale di rivendicare pagamenti arretrati o aumenti salariali mai concessi.
Il tutto, nel clima sospeso di demolizioni a tappeto che negli ultimi mesi stanno travolgendo la vita di decine di famiglie, su un monte globale di quasi duecento edifici rasi al suolo e decine di ordini di demolizione in tutta la Cisgiordania.
In questo senso, purtroppo, anche l’interruzione del digiuno portato avanti per 94 giorni dal giornalista Al-Qiq, in seguito alla sospensione della detenzione amministrativa impartitagli senza regolare processo, lungi dall’esser considerabile come una vittoria della giustizia, in un Paese in cui lo stesso destino è condiviso da più di settecento prigionieri palestinesi.

CONDIVISIONE, LAVORO e NOVITA’ SUI VOLONTARI

 

Il mese di Febbraio, grazie ad un primo, timido esordio di clima primaverile, è stato testimone dell’intensificarsi delle attività di pastorizia anche nelle valli delle South Hebron Hills, dove i volontari di Operazione Colomba sono impegnati a supportare le azioni di resistenza della popolazione locale, all’insegna della nonviolenza e della condivisione quotidiana. Particolari difficoltà sono emerse in occasione di alcuni violenti attacchi messi in atto da coloni, spesso mascherati  a spese dei pastori impegnati nelle attività quotidiane sulle terre loro indebitamente espropriate o dei bambini ai quali è stato impedito di raggiungere la scuola; da evidenziare, proprio in merito a quest’ultimo punto, sono inoltre le cattive condotte, all’insegna di protratti ritardi ed incompletezza d’esecuzione, dei soldati israeliani, i quali sarebbero tenuti a scortare ogni giorno i bambini diretti a scuola ad At-Tuwani, a causa proprio della pericolosità del percorso che si articola su un sentiero collocato tra la colonia e l’avamposto do Ma’On.
Nelle ultime settimane, inoltre, ben ventisei case collocate nei villaggi di Jinba, Halawi e Susyia sono state demolite per ordine delle Autorità Israeliane e decine rimangono tuttora sotto ordine di demolizione, nello stesso status giudiziale cioè che, in mera linea teorica, sarebbe da applicare anche a tutti gli edifici collocati all’interno degli avamposti illegali entro i quali vivono gli stessi coloni, ma per i quali nella pratica sembra vigere una legge differente; in tali occasioni i volontari oltre a documentare gli avvenimenti, si son prodigati ad esprimere concretamente la propria vicinanza alle famiglie, condividendo con loro la criticità di questi momenti e cercando di fungere da deterrente all’uso della violenza in clima di tensione.
Oltre a questa presenza tra le colline della Firing Zone 918, la zona militare chiusa dalla quale sono state sfollate più di settecento persone a partire dal 1999, i volontari hanno inoltre accompagnato i ragazzi di Tuba nelle loro attività di pastorizia nelle valli di Umm Zeitouna, terreni palestinesi collocati attorno alla colonia di Ma’on entro i quali dopo molti anni i palestinesi riescono, pur fronteggiando il rischio costante d’esser arrestati, a fare finalmente ingresso: un esempio tra tutti di quelle piccole ma preziosissime conquiste quotidiane che animano le verdi colline a sud di Hebron.

 

Indirizzo:
Operazione Colomba – Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII
Via Mameli n.5
47921 – Rimini (RN) – Italia

Per maggiori informazioni e contatti:
Tel./Fax +39.0541.29005
E-mail: operazione.colomba@apg23.org
www.operazionecolomba.it

L’esercito israeliano colloca coltelli vicino ai palestinesi?

Amirahass
Soldati israeliani attorno ad un palestinese ferito ad Hebron, 26 Ottobre 2015, dopo un tentativo di accoltellamento presso la Grotta dei Patriarchi. AP

All’orecchio israeliano l’accusa sembrerebbe inverosimile. Gli israeliani considerano difficile credere che i nostri soldati e comandanti possano mentire, a meno che non si provi il contrario attraverso foto o registrazioni ambientali.
Amira Hass Nov 16, 2015 6:02 AM

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La libertà di espressione palestinese sotto attacco: 150 arresti per i messaggi su Facebook, giornalisti imprigionati, stazioni televisive chiuse.

stampa14 MARZO 2016

la libertà di espressione palestinese continua ad essere sotto continuo attacco da parte di Israele; La  Commissione dei prigionieri palestinesi ha riferito che mentre oltre 16 giornalisti palestinesi sono imprigionati, 150 palestinesi sono stati arrestati per i post su  Facebook.


La Commissione ha riferito che è stata costituita appositamente un’unità speciale della sicurezza israeliana  per sorvegliare  i social media palestinesi, sottolineando che palestinesi di Gerusalemme,  sono stati particolarmente presi di mira e che numerosi palestinesi della  Palestina occupata nel ’48, sono stati licenziati dai loro posti di lavoro in seguito ai post su Facebook contro l’occupazione.

Tutto ciò avviene  Venerdì, 11 marzo, durante il raid sulla stazione televisiva Palestine Today e l’imprigionamento di tre dei suoi collaboratori. Oltre a questi fatti, Giovedi 10 marzo, la detenzione del giornalista palestinese Sami al-Sa’ie è stata prorogata di otto giorni per ulteriori interrogatori – il giornalista al-Sa’ie, è stato accusato di incitamento attraverso la sua pagina personale su Facebook ; egli è un giornalista per il canale televisivo al-Fajr al-Jadeed  a Tulkarem.
I giornalisti imprigionati includono tre detenuti amministrativi, tra cui Mohammed Kaddoumi, Ali Oweiwi e Mohammed al-Qeeq, che ha raggiunto la sua libertà con uno sciopero della fame di 94 giorni.

 

trad. Invictapalestina.org

fonte: http://samidoun.net/2016/03/palestinian-freedom-of-expression-under-attack-150-arrested-for-facebook-posts-journalists-imprisoned-tv-stations-closed/