Proiettili di gomma causano ferite gravi ai bambini di Gerusalemme Est

Aseel Muheisen, 12, ha sofferto una clavicola rotta da un nero, proiettile di plastica spugna con punta utilizzato dalla polizia israeliana a Gerusalemme.
Aseel Muheisen, 12 anni, ha subito la rottura di una clavicola a causa di un proiettile di gomma con la punta in spugna (black, sponge-tipped plastic bullet) usato a Gerusalemme dai poliziotti israeliani.

Ramallah, 29 settembre 2015.

L’abuso dei proiettili di gomma da parte della polizia di frontiera israeliana durante gli scontri con i giovani palestinesi ha provocato gravi lesioni a tre bambini di Gerusalemme Est, in zona Issawiya, nel mese di settembre. Nessuno dei bambini feriti aveva partecipato agli scontri.

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All’ONU Abbas ha sprecato un’altra occasione per la Palestina   

Sharif Nashashibi- Middle East Eye – Giovedì 1 ottobre 2015

Il generico ed inconsistente discorso del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese era un’opportunità per fare dichiarazioni importanti, ma, come c’era da aspettarsi, l’ha sprecata.

The PA president’s vague and inconsequential speech was a chance to make some major announcements – true to form, he wasted it
The PA president’s vague and inconsequential speech was a chance to make some major announcements – true to form, he wasted it

Correvano indiscrezioni prima del discorso di mercoledì del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas alla settantesima Assemblea generale dell’ONU, dove per la prima volta è stata issata la bandiera del suo Paese. Le speculazioni erano state alimentate da Abbas, che si diceva avesse promesso che il suo discorso sarebbe stato una “notizia bomba”.

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Offro questa immagine a tutti coloro che…

Da un post di Angelo d’Orsi

A tutti coloro che blaterano del “diritto di Israele a difendersi”;

a quanti davanti alla denuncia della violenza che è alla base della nascita stessa di questo Stato se la cavano dicendo che gli Stati sorgono sempre dalla violenza;

a chi taccia di “terrorista” chiunque rivendichi il diritto a resistere, con ogni modo, lotta armata compresa, all’occupante;

a coloro che ad ogni contestazione ripetono il mantra della “unica democrazia del Medio Oriente”;

e, infine,

a tutti quelli che, in buona o cattiva fede, auspicano “due Stati per due popoli” (dimenticando che Israele non solo ha occupato illegittimamente terre che non erano state concesse allo Stato ebraico, alla sua fondazione, ma impedisce in modo scientifico ogni possibilità per i Palestinesi di avere uno Stato)…: e via seguitando,

a tutti loro offro questa immagine, che, come suol dirsi, può valere più di mille (diecimila, centomila…) parole.

angelo

E dico: prima o poi anche Israele crollerà. Il suo “risultato storico” sarà stato di aver incentivato l’antisemitismo nel mondo, e di aver trasformato tutta la regione in un’area di conflittualità endemica, alla quale non si vede via di uscita, fino tanto che sussisterà lo Stato di Israele, come “Stato etnicamente puro”. 


Post scriptum – Dedico questa breve riflessione al mio ex “amico”, collega universitario Luca Michelini, che non pago di avermi accusato di antisemitismo, qui, sulla mia bacheca, dopo essere stato bandito dal novero dei contatti, si è “vendicato” pubblicando il nostro scambio, con un suo “commento” su una testata sionista, additandomi alla ignominia ebraica, per aver appunto il sottoscritto denunciato una volta di più la politica di oppressione e sopraffazione degli ebrei sui palestinesi, e di aver respinto, infine, la “soluzione” dei due Popoli, due Stati, soluzione oggi, a quanto si legge, giudicata insoddisfacente persino da Yehoshua.

L’intervento micheliniano è stato subito rilanciato da siti iper-sionisti, con condimento di varie ingiurie all’indirizzo del sottoscritto. Che dire? Il poveretto, non potendo trovare una sede seria, culturalmente dignitosa che accettasse i suoi “ragionamenti”. ha cercato “protezione” tra i suoi amici, piagnucolante.

Che pena.

«Abu Mazen parla e parla, ma noi abbiamo le mani legate»

Palestina. La Cisgiordania non crede a Ramallah

Se gli ita­liani sono tutti com­mis­sari tec­nici, i pale­sti­nesi sono tutti primi mini­stri. Ognuno ha la sua opi­nione. Ma solo se si parla di Israele. Basta spo­stare il discorso sull’Autorità nazio­nale pale­sti­nese, sulla lea­der­ship del pre­si­dente Abu Mazen e la musica cam­bia. Si diventa più cauti.

Due giorni fa Abu Mazen ha par­lato davanti all’Assemblea gene­rale delle Nazioni unite, annun­ciando che i pale­sti­nesi non si sen­tono più legati agli accordi con Israele. In Cisgior­da­nia però pre­vale lo scet­ti­ci­smo sulle inten­zioni reali del pre­si­dente. Le rispo­ste si asso­mi­gliano un po’ tutte: il con­senso verso la lea­der­ship di Ramal­lah è ai minimi ter­mini. Lo è all’Università di Betlemme, dove anche mem­bri del movi­mento stu­den­te­sco vicino a Fatah cri­ti­cano il governo, lo è tra la gente del suq, ambu­lanti, con­ta­dini dei vil­laggi del gover­na­to­rato. Lo è anche tra chi lavora per l’Anp. Un con­senso tanto scarso che in tan­tis­simi non sape­vano nem­meno che Abu Mazen avrebbe par­lato, due giorni fa, all’Assemblea gene­rale delle Nazioni unite.

soldatipalestinesi

«Abu Mazen parla, parla, parla ma non agi­sce mai – ci spiega S. da un tavolo della caf­fet­te­ria dell’Università – [Gli israe­liani] ci ucci­dono ogni giorno, ci arre­stano ogni giorno. E la lea­der­ship? Niente. Il nostro san­gue è diven­tato nor­ma­lità. La sua è una stra­te­gia per­dente per noi e vin­cente per lui: va di pari passo con gli inte­ressi israe­liani e sta­tu­ni­tensi. Il suo obiet­tivo è mostrarsi il part­ner ideale per la pace, l’uomo giu­sto, così da garan­tirsi la posi­zione. Ma non rap­pre­senta nes­suno di noi: nem­meno chi lavora per l’Anp lo sostiene. Lo sanno tutti che è un’entità inu­tile e cor­rotta, che sta togliendo ogni spe­ranza di cam­bia­mento al popolo palestinese».

La que­stione la sol­le­vano tutti: a legare le mani ai pale­sti­nesi, che alle vio­lenze israe­liane e a quelle interne non rea­gi­scono, sono le con­di­zioni eco­no­mi­che. Un neo­li­be­ri­smo sel­vag­gio che ha reso molte fami­glie schiave di ban­che e salari bassi. Alle poli­ti­che eco­no­mi­che di Ramal­lah si aggiunge il pugno di ferro dei ser­vizi segreti e la sicu­rezza pale­sti­nese: arre­sti, tor­ture in pri­gione, con­trollo dei media e dei social network.

«Durante le lezioni qui all’università, molti pro­fes­sori evi­tano di par­lare di poli­tica interna – dice una ragazza, M. – E cen­su­rano noi stu­denti. Io vivo nel campo di Dhei­sheh: i ser­vizi segreti pale­sti­nesi entrano spesso. E ci attac­cano, come suc­cesso qual­che giorno fa durante una mani­fe­sta­zione vicino al muro. Eppure sono nostri fratelli».

Tante cri­ti­che, tanta rab­bia, spec­chio di un calo di con­senso forte verso Ramal­lah che non è solo pro­prio di chi sostiene o sim­pa­tizza per fazioni avver­sa­rie a Fatah. Il mal­con­tento è forte anche den­tro il par­tito del pre­si­dente. Per qual­cuno il pro­blema è la man­canza di rap­pre­sen­ta­ti­vità, come spiega Saher Kheir, del movi­mento stu­den­te­sco legato a Fatah: «L’Anp rap­pre­senta solo una minima parte del popolo pale­sti­nese, non certo la stra­grande mag­gio­ranza, chi non ci lavora, i con­ta­dini, o chi fa fatica a met­tere insieme un sala­rio». E allora, chie­diamo, per­ché non c’è rea­zione? «Qui fun­ziona come in ogni altra parte del mondo – dice B. A, die­tro il suo car­retto di mais bol­lito – L’Anp è fatta da pale­sti­nesi. Come lo era l’Olp. L’Anp non arriva da Marte, ma è parte del popolo pale­sti­nese, è un suo pro­dotto. Per cam­biarla dob­biamo cam­biare la nostra men­ta­lità. Tor­nare alla cul­tura poli­tica che soprat­tutto tra i gio­vani non esi­ste più. Siamo stati pri­vati di una visione, teo­rica e concreta».

I residenti di Gerusalemme est sentono di non avere più niente da perdere

Anche quando non sono d’accordo con chi lancia pietre, i palestinesi di Gerusalemme est dicono che la loro esistenza è costantemente minacciata.

di Amira Hass Haaretz 26 settembre 2015

Israeli border policemen detain a Palestinian protester during clashes in Shoafat refugee camp near Jerusalem, September 18, 2015.Reuters
Israeli border policemen detain a Palestinian protester during clashes in Shoafat refugee camp near Jerusalem, September 18, 2015.Reuters

Rami ha ottenuto la cittadinanza israeliana due anni fa. E’ uno studente nel mezzo dei suoi vent’anni, nato e abitante a Gerusalemme est. Avverso al lancio delle pietre, ha intrapreso una cosciente e autonoma scelta di “israelizzazione” fin dalla scuola superiore.

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