Laurea honoris causa a Amos OZ: Megafono del colonialismo israeliano.

Approvata dal Senato accademico dell’Università Statale di Milano, la proposta di conferimento della laurea honoris causa in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale allo scrittore israeliano Amos Oz.

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Una madre di Gaza piange la famiglia distrutta da un attacco aereo israeliano

GAZA CITY (Ma’an) – Um Bilal al-Ghoul quest’anno trova difficoltà a celebrare la festa di Eid, dopo aver perso la maggior parte della sua famiglia colpita da un aereo israeliano, durante la devastante guerra di Gaza della scorsa estate.

Giovani palestinesi scrivere i nomi dei bambini uccisi durante la guerra della scorsa estate nella Striscia di Gaza. (AFP / Musa Al Shaer, File)
Giovani palestinesi scrivere i nomi dei bambini uccisi durante la guerra della scorsa estate nella Striscia di Gaza. (AFP / Musa Al Shaer, File)

Il 3 ago 2014 10 membri della sua famiglia muoiono e 20 rimangono feriti dopo un singolo attacco israeliano sulla sua casa a Rafah nel campo profughi di Yibna, densamente popolato

Um Bilal ha perso il marito Wael e tre dei loro figli.
La madre di Wael, il padre, il fratello, e due sorelle sono uccisi durante l’attacco. Ibrahim, Il figlio più giovane di Um Bilal, ha perso suo fratello gemello, Mustafa, i gemelli erano nati pochi giorni dopo l’inizio dell’offensiva israeliana.

Asmaa al-Ghoul, un giornalista che vive a Gaza City e parente di Um Bilal, aveava scritto  un post su Facebook dopo la loro nascita: “A Gaza, c’è sempre speranza e nuova vita. Una porta di luce e di felicità in mezzo a questa guerra.”

Quest’anno, però, la madre è in lutto e ha rifiutato di festeggiare il primo compleanno di Ibrahim senza il suo fratellino. Suo figlio maggiore Bilal ha tentato di persuaderla a fare diversamente, dicendole che “la ferita sebbene ancora sanguinante, quelle dei bambini erano guarite.”

Um Bilal ha riferito a Ma’an: “Ibrahim non sente la sofferenza che sentiamo noi, ma Eid quest’anno è ancora triste e difficile, oltre al fratello gemello Mustafa, non c’è più il padre, il fratello Ismail, e sua sorella Malak.”
L’ultimo ricordo di Um Bilal è quello del marito che stava tornando a casa con una aringa , su richiesta dei loro figli che erano in piedi e lo aspettavano con ansia davanti alla porta.
“Non saranno con noi quest’anno”, ripete Um Bilal a Ma’an, che sa che trascorrerà gran parte del suo tempo futuro per ricordare Ibrahim, suo padre e i suoi fratelli attraverso le fotografie.

Dopo l’attacco dello scorso anno, Asmaa ha scritto un articolo su Al-Monitor ricordando la morte dei suoi parenti, nessuno dei quali ha avuto nulla “a che fare con Hamas”.

Ha raccontato che la casa “aveva un tetto di asbesto sottile che non richiedeva due missili F-16 per essere distrutto”.

“Qualcuno informerebbe Israele che le case del campo profughi si possono distruggere ed i loro occupanti uccisi, e che basta solo una piccola bomba senza spendere miliardi per far in modo che sia poi tutto dimenticato?”

Asmaa ha scritto che durante la guerra i corpi si trovavano ovunque, era evidente che molti si erano lasciata la vita alle spalle. “Ancora più importante, hanno lasciato la paura della guerra alle loro spalle.”

La guerra della scorsa estate è stata la terza a Gaza in sei anni, e di gran lunga la più mortale e distruttiva delle tre. Il commissario generale dell’agenzia Onu Unrwa, Pierre Krahenbuhl, all’inizio di questo mese ha dichiarato che le cause alla radice del conflitto rimangono ancora sconosciute.

Ha ancora affermato che “La disperazione, la miseria e la negazione della dignità derivante dalla guerra dello scorso anno e dal blocco, sono una realtà della vita per la gente comune di Gaza”. .

Grandi spazi di Gaza restano in rovina e il lavoro per la ricostruzione di circa 18.000 case totalmente distrutte durante la guerra non è ancora iniziato.

trad. Invictapalestina

fonte: https://www.maannews.com/Content.aspx?id=766533&utm_content=bufferc1597&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

LA DISGUSTOSA “PARODIA” DEI JACKAL SUL VIDEO DELLA BAMBINA PALESTINESE CHE PIANGE

Che i Jackal fossero dei coglionazzi lo pensavo da tempo. Oggi è arrivata l’ennesima conferma. L’ultima loro “parodia” – ovviamente ripresa dalla SCHIFOSA “la repubblica” – della bambina palestinese che PIANGE di fronte ad una impassibile Merkel è disgustosa, non fa ridere e genera solo tanta rabbia.

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Eppure il video originale avrebbe dovuto farci tutti incazzare: la giovane Rim piange perché dopo 4 anni vissuti in Germania, nonostante abbia appreso la lingua del posto, nonostante i sacrifici della famiglia, nonostante, immaginiamo, si sia fatta degli amichetti, sarà a breve deportata insieme ai suoi genitori, cacciati dalla civilissima Europa. Come se gli esseri umani fossero dei pacchi privi di sentimenti e umanità di cui ce ne si può disfare quando è scaduto il pezzo di carta che li rende “legali”. E’ ormai così poco il valore umano che il capitale assegna ai nostri corpi

Di fronte all’umanità di Rim, il suo sogno di poter studiare all’università “come tutti” si contrappone la freddezza della Merkel, uno dei principali simboli del capitalismo europeo e dell’arroganza occidentale, la cui disumanità appare ancora più evidente quando, goffamente, prova a mostrarsi più umana avvicinandosi alla piccola palestinese. Ma il capitale non sa cosa significa piangere, non sa cosa sono i sentimenti e ignora l’umanità: e così la Merkel non offre nulla a Rim, non un parola d’amore, non una carezza, non ci pensa nemmeno per un attimo a realizzare il sogno della bambina di poter studiare. Piuttosto con freddezza e rigidità, con sguardi privi di vita le fa capire che le porte dell’ospitalità del suo Paese sono ormai chiuse annunciandole di fatto il ritorno al claustrofobico campo profughi in Libano. Ghetto in cui i nonni di Rim e in seguito i suoi familiari, vale la pena ricordarlo, sono stati costretti a vivere a causa della pulizia etnica compiuta dallo stato d’Israele (e le complicità dei paesi arabi).

Non dovremmo ridere di fronte al dramma umano di Rim. E non perché “è una bambina che piange” come spesso si sente dire scioccamente. Ma perché le sue lacrime dovrebbero essere le nostre, sono le lacrime degli emarginati di questi terra piegati dalla stessa freddezza e dalle barbarie del sistema capitalistico (e imperialista) ben rappresentati dagli occhi senza espressione della Merkel. Sono le lacrime delle centinaia di migliaia di greci che perderanno il lavoro “per restare in Europa”, le lacrime dei nostri disoccupati, precari e gli sfruttati nelle nostre città. Dovremmo sentirci tutti Rim, dovremmo tutti sentirci palestinesi dei campi profughi. Dovremmo provare rabbia di fronte a queste immagini perché arriva il momento nelle nostre vite in cui il riso deve farsi necessariamente da parte.

La satira è un’arte elevatissima, troppo per un gruppo di fighetti napoletani che giocano spesso parlando di politica. La cosa grave su cui tutti ci dovremmo interrogare non è tanto cosa facciano questi cialtroni, ma perché alla rabbia per Rim, molti di noi sostituiranno le risate procurate dalla loro “parodia”.

Roberto Prinzi

fonte: http://www.inventati.org/cortocircuito/2015/07/17/la-disgustosa-parodia-dei-jackal-sul-video-della-bambina-palestinese-che-piange/

Il nuovo vocabolario della questione palestinese

Noam Chomsky (destra) e Ilan Pappé (sinistra)

 

di Andrea Colasuonno – Odysseo

Roma, 18 luglio 2015, Nena NewsÈ uscito il nuovo libro di Noam Chomsky e Ilan Pappé “Palestina e Israele: che fare?. A quasi un anno esatto dall’ultima sanguinosissima operazione israeliana su Gaza, “Margine protettivo”, i due autori hanno voluto proseguire il lavoro di riflessione iniziato con “Ultima fermata Gaza”, testo edito 5 anni fa, di grande successo e vasta diffusione.

Anche questo nuovo lavoro, come quello precedente, nasce fondamentalmente da un fitto scambio di vedute fra i due celebri studiosi ebrei. Così, spiega il curatore Frank Barat nell’introduzione, si era pensato di dividere il lungo dialogo in tre parti: una che trattasse del passato della questione palestinese, una del presente, l’altra del futuro. Le bozze del libro erano pronte quando nel luglio 2014 Israele e Gaza precipitarono nell’ennesimo conflitto. Pappé come Chomsky decisero che fosse doveroso a quel punto integrare il loro libro-intervista con lavori originali che ne chiarissero meglio alcuni contenuti.

Seguendo questa logica il testo si è arricchito di capitoli quali “I tormenti di Gaza, i crimini di Israele, le nostre colpe”, “Breve storia del genocidio progressivo di Israele”, il “Discorso alle Nazioni Unite” di Noam Chomsky. Ma soprattutto “Le vecchie e le nuove conversazioni”, saggio “eccellente, di straordinaria attualità, provocatorio e originale”, posizionato non a caso in apertura al testo, nel quale Pappé prova a riscrivere il vocabolario del conflitto israelo-palestinese.

Da dove nasce questa esigenza? Nasce dalla presa d’atto che le grandi conquiste raggiunte fuori dalla Palestina, ad esempio il cambio avvenuto nell’opinione pubblica mondiale circa il conflitto in questione, non si sia tradotto in miglioramenti concreti sul territorio. Ciò, secondo Pappé, non è avvenuto anche perché fra diplomatici, studiosi, politici, ma anche attivisti filo palestinesi occidentali, vige ancora un’egemonia retorica di ciò che chiama il “vocabolario dell’ortodossia pacifista”. Un vocabolario scaturito da una fiducia “quasi religiosa” nella soluzione a due Stati, messo a punto negli ambienti delle scienze politiche americane e “utile a conformarsi alle posizioni degli Stati Uniti”.  

che-fareEcco che, secondo lo storico israeliano, un “nuovo lessico può servire agli attivisti per rafforzare il proprio impegno nella lotta contro l’ideologia sottesa agli abusi e alle violazioni israeliane dei diritti umani e civili […]”. E allora questi alcuni dei termini in questione.

Colonialismo al posto di “sionismo”. Una sostituzione del genere, spiega Pappé, è fondamentale perché chiarisce la natura delle politiche israeliane di giudaizzazione sia all’interno di Israele che in Cisgiordania. Del resto il movimento sionista già nel 1882 usava il termine “le-hityashev”, letteralmente “colonizzare”. Inoltre non tutti capiscono “sionismo” mentre più o meno tutti comprendono “colonialismo”. Ciò permette di spezzare la favola della “complessità” del conflitto israele-palestina, che solo serve ai sionisti a prendere tempo e confondere le idee. In realtà “la fisionomia e l’obiettivo di questo progetto non sono per nulla straordinari”, si tratta di un popolo che ruba la terra a un altro popolo, vedi Sudafrica.

Stato segregazionista al posto di “Stato Ebraico”. Diversi studi hanno dimostrato come le politiche israeliane siano diventate negli anni via via più omogenee sia per i palestinesi della Cisgiordania che per gli arabi-israeliani. Oggi, secondo Pappé, Israele è indubbiamente uno stato che segrega e discrimina in base all’etnia, alla religione e alla nazionalità.

Apartheid al posto di “conflitto”. L’uso sempre più frequente di tale espressione, soprattutto negli ambienti che contano, ha favorito e favorirà sempre di più iniziative atte a sensibilizzare sulla condotta israeliana. Un esempio su tutti sono le “Israeli Apartheid Week”.

Decolonizzazione al posto di “processo di pace”. È chiaro a tutti, afferma Pappé, che il processo di pace è uno strumento per permettere a Israele di prendere tempo e aumentare le colonie. Introducendo il termine “decolonizzazione” si spera allora di fermare l’industria della “coesistenza” finanziata principalmente da americani e Unione Europea.

Pulizia etnica al posto di “catastrofe” (Nakba). Parlare di pulizia etnica permette di individuare una vittima e un aggressore, base per cercare una riconciliazione. La comunità internazionale ha stabilito da tempo precise direttive che indicano come trattare le vittime di atti del genere. Ecco che ad esempio, seguendo il “principio di riparazione”, non sarebbe scandaloso riprendere a parlare di “diritto al ritorno” (dei profughi del ’48), punto completamente rimosso dalla vecchia ortodossia pacifista.

Cambio di regime al posto di “negoziati”. Non deve più essere considerato inconcepibile un cambiamento radicale dello Stato israeliano: da stato colonialista a patria per tutti. Diversi esempi di storia recente (Egitto, Tunisia) dimostrano come una cosa del genere sia possibile anche per mezzo di soluzioni non violente o quasi non violente.

Soluzione a uno stato al posto di “soluzione a due stati”. Secondo lo storico dovrebbe essere una diretta conseguenza del “cambio di regime” di cui abbiamo accennato appena più su. La questione, tuttavia, è di portata capitale e sarebbe inutile provare a sintetizzarla nel giro di qualche riga. È il punto sul quale Chomky e Pappé divergono più platealmente. Il libro prova a spiegare i perché dell’uno e i perché dell’altro lasciando poi, come tutti i libri, la parola alla storia. Nena News

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L’esercito israeliano propone piccoli passi per aiutare l’economia di Gaza al collasso

L’alleggerimento di alcune delle più dure condizioni del blocco può aiutare fino a 100.000 gazawi, ma ignora i bisogni elementari e i diritti degli altri 1,7 milioni di palestinesi della Striscia.

Di Amira Hass, 13.07.2015 (Haaretz)

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Gli ufficiali dell’esercito israeliano hanno fatto una stupefacente scoperta, che è valsa loro molto apprezzamento: il degrado economico nella Striscia di Gaza costituisce una minaccia alla tranquillità e alla stabilità.

Hanno anche scoperto che c’è un nesso tra la politica di Israele e il decadimento economico. Hanno quindi suggerito al ministro della difesa di alleggerire il rigido blocco di Gaza. Un editoriale di Haaretz ha definito le loro raccomandazioni “una nuova strategia pragmatica e razionale”.

Sono scoppiati gli applausi. Come nella vecchia barzelletta sul rabbino che suggerisce all’uomo che vive in una casa insopportabilmente affollata di portare in casa una capra e lasciarla libera, così l’esercito ha proposto di togliere un paio di restrizioni su Gaza – restrizioni che sono state stabilite dai militari e dai politici nei primi anni ’90.

Magari nelle raccomandazioni c’è di più di quanto riferito dal mio collega Amos Harel (Haaretz, 8 luglio 2015). Ma secondo il documento, le raccomandazioni sono piuttosto modeste quanto ad obbiettivi:

. Permettere ai lavoratori palestinesi di lavorare nelle comunità al confine con Gaza. Si tratta di una marcia indietro rispetto al piano di disimpegno del 2005, quando migliaia di palestinesi che ancora lavoravano in Israele furono espulsi e venne cancellata una politica durata 35 anni che consentiva ai gazawi di lavorare in Israele. Il ritorno di alcune migliaia di palestinesi a lavorare in Israele migliorerà la situazione di decine di migliaia di persone, e questo non va sottovalutato. Allo stesso tempo, questo ritorno andrà a beneficio di quelle comunità israeliane (lavoro a basso costo, disponibile e di buona qualità, soprattutto in agricoltura e forse anche nel settore delle costruzioni). Ma non modificherà sostanzialmente la situazione di disoccupazione a Gaza né risolverà il problema dei giovani disoccupati.

. Riaprire il transito commerciale di Karni (che è stato chiuso di fatto nel 2007 ed ufficialmente nel 2011) ed ampliare il transito commerciale di Kerem Shalom. In altri termini, aumentare il numero dei camion che trasportano merci. Non c’è carenza di beni di consumo a Gaza, per cui si spera che questo ampliamento significhi aumentare la quantità di materiale da costruzione in ingresso a Gaza e accelerare il processo di ricostruzione. Questo è certamente uno sviluppo positivo. Non è stato specificato se l’esercito consiglia di permettere ai palestinesi di Gaza di commerciare di nuovo le loro merci in Israele e Cisgiordania, ma forse è questa l’intenzione.

Dal 2007 Israele ha vietato la vendita di prodotti agricoli e dell’industria leggera, come vestiti e mobili, fuori da Gaza, provocando il fallimento di importanti industrie manifatturiere. Si spera che i responsabili delle decisioni nell’esercito capiscano che non ci può essere ripresa economica senza la riapertura del settore manifatturiero e la possibilità di vendere le merci al di fuori di Gaza.

. Permettere a migliaia di palestinesi di uscire da Gaza attraverso il ponte di Allenby al confine con la Giordania – in altri termini, permettere il passaggio in Israele e la Cisgiordania. Queste “migliaia” sono studenti che sono stati inseriti in programmi di studio all’estero, uomini d’affari, malati che viaggiano per avere cure mediche, pellegrini che si recano alla Mecca, palestinesi che sono arrivati da fuori per visitare la loro terra, personale di organizzazioni locali o internazionali che devono partecipare a conferenze o programmi di formazione all’estero. Insomma, chiunque abbia ottenuto un visto all’estero, che abbia il permesso di entrare attraverso la Giordania e che abbia i mezzi finanziari per tale viaggio. Una stima molto abbondante indica la cifra di circa 100.000 persone all’anno.

E i restanti 1,7 milioni?

Il testo del documento chiarisce molto bene una cosa. Gli ufficiali dell’esercito non raccomandano di fare la più naturale delle cose: aprire il valico di Erez in modo che gli abitanti di Gaza possano percorrere i 50-70 kilometri verso la Cisgiordania, e che gli abitanti della Cisgiordania possano recarsi a Gaza. Non raccomandano che i gazawi possano tornare a studiare nelle istituzioni della Cisgiordania; non raccomandano che gli amici e i familiari della Cisgiordania e di Gaza possano tornare a stare insieme, o formare nuove famiglie e creare rapporti di lavoro. Non raccomandano ciò che dovrebbe essere considerato come garantito: la libertà di movimento per tutti. Gli ufficiali dell’esercito continuano a considerare la negazione della libertà di movimento per i palestinesi nella loro terra come la norma, come una legge di natura. La differenza adesso è nel numero delle eccezioni alla norma che loro consigliano, ma non è una differenza sostanziale.

Nonostante la vanità dei miei sforzi per comunicare il seguente dato di fatto, non mi stanco di ripeterlo: la politica di fondo che ha guidato le mosse di Israele dal 1991 è separare Gaza dalla Cisgiordania e renderla un’entità separata e autarchica. La strategia gemella è la creazione di enclave palestinese in Cisgiordania e l’annessione dell’area C (quelle parti della Cisgiordania che gli Accordi di Oslo hanno posto sotto il temporaneo controllo totale di Israele, a livello civile e di sicurezza). Gli ufficiali dell’esercito non raccomandano la cancellazione di questa duplice strategia, che è la madre di tutti i fallimenti diplomatici e dei disastri umanitari, economici e della sicurezza degli ultimi 20 anni.

Non ci può essere alcuna ripresa economica a Gaza senza il ripristino dei rapporti naturali tra i gazawi e le loro sorelle e fratelli in Cisgiordania. Non può esserci ripresa economica senza il rispetto del diritto dei palestinesi alla libertà di movimento – non solo per andare all’estero, ma all’interno del proprio paese. Non ci può essere ripresa economica palestinese senza che vengano eliminate le restrizioni della libertà di movimento e della costruzione e sviluppo nell’area C della Cisgiordania.

Un’ultima cosa: senza un’equa ripartizione delle risorse idriche nel paese (tra il fiume e il mare [ossia in Israele e in Cisgiordania. N.d.tr.]) con i palestinesi, e la immediata erogazione di decine di milioni di metri cubi di acqua a Gaza – non come carità, ma come dovere e risarcimento per decenni di furti –, la ripresa non sarà altro che un vuoto slogan, perché il disastro umano ed ambientale è già lì. Qui.

Traduzione di Cristiana Cavagna