Titolo: Popular Resistance in Palestine
Sottotitolo: A History of Hope and Empowerment
Autore: Mazin B. Qumsiyeh
  
Casa editrice: Pluto Press
Genere: Saggistica
Lingua: Inglese
  
Adottabile: Si
Disponibilità: no
Formato: cartaceo
  
Settore: Palestina

[Rif. 201] Stampato anno: 2010 - Num. pagine: 310 - Costo: 21 Euro

Resistenza Popolare in Palestina: Una storia di speranza e di emancipazione, libro di Mazin Qumsiyeh * Pubblicato in inglese e ora disponibile da Pluto Press (Londra); (può essere prenotato per la consegna ai primi di gennaio anche da Amazon, Barnes and Noble etc) Presto disponibile anche in arabo, tedesco e italiano.

"Questo è un libro tempestivo e notevole, scritto dal cronista contemporaneo più importante della resistenza popolare in Palestina. Mazin Qumsiyeh evoca brillantemente lo spirito del Mahatma Gandhi, di Edward Said, di Rachel Corrie e molti altri, per dire la verità nuda e cruda sulla Palestina e sul colonialismo dei coloni sionisti. Ponendo l'accento su 'la storia e l'attivismo dal basso', questo è un lavoro di enorme significato. Sviluppando ulteriormente le sue idee originali sui diritti umani in Palestina, sull'attivismo dei media, le politiche pubbliche, la resistenza popolare non violenta, il libro di Mazin Qumsiyeh è una lettura obbligatoria per chiunque sia interessato alla giustizia e a come produrre la svolta necessaria nel conflitto israelo-palestinese" Prof. Nur Masalha

"Qumsiyeh ispira considerazione sia per i fatti quotidiani che per gli atti più straordinari della resistenza palestinese al colonialismo, smascherando le fuorvianti affermazioni secondo le quali i palestinesi non hanno mai provato la nonviolenza; infatti, sono degli esperti il cui coraggio, creatività e capacità di recupero sono fonte di ispirazione per le persone di coscienza in tutto il mondo. Anche con l'aiuto di una superpotenza militare, il fallimento del governo israeliano nel reprimere lo spirito palestinese e l'insistenza sui diritti umani ci ricorda che la forza più grande di tutti appartiene a quelli che hanno la giustizia dalla loro parte, che alla fine trionferà ". Anna Baltzer

"Mazin Qumsiyeh fa una cronaca dall'interno della resistenza civile palestinese e la sua ricerca di autonomia, indipendenza, diritti politici, e di auto-liberazione e mostra chiaramente che l'azione collettiva non violenta da parte dei palestinesi non è stata né episodica né un'aberrazione, ma molto coerente ed è durata per quasi un secolo. Il suo racconto di vasta portata appartiene alla libreria degli israeliani timorosi, dei palestinesi che non sono sicuri dei passi successivi, e di una comunità globale che deve ancora prendere una posizione significativa per la pace con la giustizia. Chiunque sia preoccupato per il futuro di tutti i popoli del Medio Oriente si sentirà incoraggiato dalla sua analisi rinvigorente ". Mary Elizabeth King, professoressa di Studi sulla pace e sul conflitto, Università per la Pace, e autrice di A Quiet Revolution: The First Palestinian Intifada and Nonviolent Resistance

'Il libro di Mazin Qumsiyeh è illuminante e potente. Esso rivela le sofferenze umane e la distruzione del popolo palestinese e della terra, che sono le terribili conseguenze del progetto etnico, nazionalista e militare di Israele che ha espulso la popolazione indigena palestinese e ha commesso crimini di genocidio e apartheid. A dispetto di tale ingiustizia, tutti noi possiamo trovare speranza e ispirazione dalle storie che Mazin fa della vita delle persone coraggiose palestinesi che fanno la storia reale, spesso non registrate. Il loro spirito pacifico e la perseverante lotta per i diritti umani e il diritto internazionale, è stata e continua ad essere portata avanti (principalmente) dalla resistenza popolare nonviolenta. Il loro metodo di resistenza attiva non violenta merita di essere conosciuto meglio dalla comunità internazionale che ha bisogno di vedere esempi simili, così da poter rifiutare la violenza, il militarismo e la guerra e costruire la propria sicurezza e libertà sui diritti umani e il diritto internazionale ". Mairead Maguire, Premio Nobel, www.peacepeople.com

Contenuti

Abstract

Il libro riassume e analizza la ricca storia di 130 anni di resistenza civile in Palestina discutendo le sfide e le opportunità nei diversi periodi storici con particolare enfasi sulle tendenze, le indicazioni e le lezioni apprese. L'obiettivo è di presentare al lettore una trattazione completa e accurata, di un soggetto che ha catturato l'immaginazione e gli interessi della comunità globale. Guardando i successi, i fallimenti, le occasioni mancate e le sfide di questo periodo permette alle persone di trovare una direzione migliore per il futuro.

Sinossi

C'è una litania di scritti sul conflitto israelo-palestinese che copre questioni come guerre, privazioni economiche, terrorismo (di Stato e individuale), diritti umani, credenze religiose, territorio, e la governance. Difficilmente si trovano libri e scritti sulla resistenza civile (vedi sezione sottostante su titoli concorrenziali). Inoltre, siamo in grado di imparare da ogni battuta d'arresto degli sforzi collettivi, per tracciare un percorso più informato verso un futuro di pace nella giustizia. Ho esaminato oltre 800 fonti (più della metà in arabo) e oltre 300 citazioni-chiave di giornali, interviste, comunicati stampa, articoli e libri in diverse lingue. Questo mi ha permesso di mettere insieme qualcosa di non tentato prima: una ricostruzione degli episodi di resistenza civile in Palestina da oltre 130 anni con un'analisi ben informata della storia, dello status e delle prospettive della resistenza civile in Palestina.

Più di due terzi dei 10 milioni di palestinesi nel mondo sono rifugiati o sfollati. Questo, come tutte le altre situazioni analoghe nella storia, come in Sud Africa, non avrebbe potuto avvenire senza la resistenza alla violenza del colonialismo. Ma la maggior parte di questa resistenza è stata in forma di resistenza civile / non violenta che è poco discussa altrove. Questo libro vuole rispondere a un bisogno, sentito in letteratura, su questo settore. Poiché ci sono stati eventi chiave che segnano i capitoli della nostra storia, usiamo i periodi intermedi come capitoli effettivi per discutere di quali atti di resistenza civile sono avvenuti e quali lezioni hanno insegnato.

Questi i periodi: la resistenza al sionismo durante la dominazione ottomana (dalla prime colonie nel 1878 fino 1917); l'era britannica dal 1917 (Dichiarazione Balfour) al 1935; la rivolta del 1936-1939; il periodo tra l'inizio della seconda guerra mondiale e la Nakba di distruzione di centinaia di città e villaggi palestinesi tra 1947-1949; il periodo di frammentazione della popolazione palestinese in esilio e divisa tra Stato di Israele, Giordania ed Egitto (al 1967); l'unificazione sotto un unico stato etnocentrico ebraico dopo il 1967 fino al 1987; la rivolta del 1987-1991; gli anni di Oslo 1992-2000; e l'Intifada di Al-Aqsa a partire dal 2000.

Varie risoluzioni delle Nazioni Unite e il diritto internazionale consuetudinario hanno affermato la legittimità della resistenza armata. Per esempio, UNGA A/RES/33/24 del 29 novembre 1978 "ribadisce la legittimità della lotta dei popoli per l'indipendenza, l'integrità territoriale, l'unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall'occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, in particolare la lotta armata ". Il principio di auto-determinazione prevede che, qualora l'azione violenta venga usata per sopprimere il diritto, la forza può essere usata per contrastarla e per raggiungere l'autodeterminazione. Considerando i decenni di pulizia etnica, la violenza e la distruzione, in realtà è sorprendente quanto pochi palestinesi si siano impegnati nella resistenza violenta nel suo complesso (sia sanzionata internazionalmente o meno). Infatti, dalla prima colonia sionista nel 1878 fino al 1920, in questo libro si mostra che ci sono stati quasi 50 anni di resistenza popolare non violenta.

Questo lavoro è utile e va letto per i seguenti motivi:

A) l'accuratezza dell'estrazione-dati fatta per realizzare uno studio conciso e altamente leggibile nonché completo, basato su fonti originali (oltre la metà arabe), su un argomento che ha ricevuto scarsa attenzione,
B) l'unicità dell'approccio nel guardare il successo della resistenza civile come una storia che dà lezioni per il futuro,
C) la crescita di interesse per la resistenza civile in Palestina concomitante con l'insufficienza delle tradizionali strutture politiche nel rispondere ai bisogni della società, e
D) la crescente partecipazione attiva della comunità internazionale in questa lotta.

Il libro trae i seguenti spunti di discussione/generalizzazioni dall'analisi della storia della resistenza civile:

a) Le situazioni coloniali (soprattutto quelle che spogliano la gente delle loro terre e case), per loro natura comportano l'uso della violenza contro la popolazione nativa. Tali situazioni coloniali generano una resistenza che è riconosciuta come legittima dal diritto internazionale. Che la resistenza dei nativi è una curva a campana: una piccola porzione è di tipo collaborativo (chiedendo gentilmente e accettando tutto ciò che è dato), la maggior parte non violenta, una parte violenta e una porzione più piccola estremamente violenta. Come direbbe ogni esperto di statistica, eliminando una parte della curva le consentirebbe di normalizzarsi in breve tempo (se ciò che si elimina sono coloro che si dedicano alla violenza o alla nonviolenza non è rilevante).

b) La violenza degli occupanti / coloni uccide sempre molti più indigeni rispetto alla popolazione dei coloni. Ad esempio il rapporto di civili uccisi era 10:1 (palestinesi: israeliani) e oltre 100:1 (coloni europei: nativi americani).

c) I palestinesi resistono semplicemente vivendo nelle loro case, andando a scuola, mangiando e vivendo. Questo perché questa occupazione coloniale vuole che tutti i palestinesi si arrendano e lascino il paese (per dare ad Israele il massimo della geografia con il minimo della demografia nativa). Quando i pastori palestinesi del villaggio di Atwani hanno continuato a recarsi nei campi, nonostante i ripetuti attacchi da parte dei coloni e persino il tentativo di avvelenamento della loro pecore, questa è resistenza non-violenta. Quando i palestinesi vanno a scuola a piedi mentre coloni e soldati sputano loro contro, li prendono a calci e li picchiano, è resistenza non-violenta. Quando i palestinesi passano ore ai check point per arrivare in ospedale, ai loro terreni agricoli, al loro lavoro, alle loro scuole, oppure a visitare i loro amici, è resistenza non-violenta. I palestinesi hanno resistito in innumerevoli altri modi, come viene specificato in questo libro.

d) La stragrande maggioranza della resistenza civile descritta in questo libro proviene dal basso verso l'alto. I partiti politici e le leadership di solito sono prese alla sprovvista dall'inizio di nuove rivolte e dalle invenzioni di nuovi metodi di resistenza. Occasionalmente dei movimenti possono evolvere in iniziative politiche come il Palestine National Initiative e One Democratic State Group (www.odsg.org), ma il più delle volte influenzano semplicemente le formazioni politiche esistenti in maniera che si comportino in modo diverso.

e) Gli abitanti del posto chiedono cosa devono fare: impegnarsi in lotte personali nella resistenza violenta o non-violenta o un mix? Ma è piuttosto inutile per i teorici in poltrona fare lezione a persone a migliaia di chilometri di distanza sulle tattiche e le strategie. E' meglio, per le persone in Europa e Nord America, lavorare per attuare un cambiamento nei loro governi e nei media (le entità che sono direttamente coinvolte nel perpetuare le ingiustizie) per portare una soluzione a questo conflitto.

f) Gli individui possono cambiare e adottare uno stile di vita non violento, anche dopo aver trascorso anni con la violenza. Questo è il potere dell'intelletto umano e la forza della spiritualità. La Dichiarazione di Siviglia sulla violenza è stata adottata dall'UNESCO nella 25a sessione dell'assemblea generale delle Nazioni Unite il 16 novembre 1986. Redatta da eminenti scienziati, espone fatti e smonta la mitologia, anche il mito che la specie umana che ha inventato la guerra non può eliminare la guerra. http://www.unesco.org/shs/human_rights/hrfv.htm.

Questo documento delinea le basi per un mondo senza guerra e ingiustizia. Le poche centinaia di esempi di resistenza civile palestinese (tra gli altri) ci ispirano e mobilitano per cercare un mondo senza guerre e ingiustizie.

g) L'evoluzione delle società umane si sta muovendo in una direzione che ha reso il confronto militare meno accettabile. Da quando è stata istituita l'ONU, sempre più persone sono giunte a riconoscere che la forza non può essere utilizzata per portare il dominio e il controllo. Ma il costo della guerra è diventato anche piuttosto inaccettabile nell'era delle bombe da 2 tonnellate, nucleari, biologiche e delle armi chimiche. Inoltre, si è visto che la superiorità militare ha sempre meno probabilità di produrre i risultati auspicati dai leader politici. Prendete il pantano degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan come esempi o il fallimento del massiccio attacco israeliano contro il Libano dell'estate 2006, a Gaza nel dicembre 2008-gennaio 2009. In altri tempi, il combattimento poteva essere fatto lontano dalla popolazione civile e diretto da classi dirigenti che si tenevano lontane dai conflitti. Oggi, i cittadini non possono essere sicuri quando il loro paese va in guerra, anche quando non sono combattenti.

Titoli concorrenziali

Non c'è carenza di trattati sulla storia del conflitto Palestina /Israele a livello politico, sulla violenza che ha accompagnato la lotta, le accuse e le contro accuse, e così via. Per sostenere la versione sionista della storia, molti libri sono scritti in lingue occidentali. Altri libri riportano la versione palestinese degli stessi eventi. Non è insolito avere versioni così diverse in una terra la cui proprietà e il controllo passa dagli indigeni a coloni immigrati provenienti da tutto il mondo. A volte, gli storici revisionisti infrangono alcuni miti, ma questo accade da molti anni e, a volte, decenni dopo gli eventi chiave. Lo abbiamo visto con i nuovi storici israeliani (Avi Shlaim, Ilan Pappe, Tom Segev, Simha Flapan, Hillel Cohen) che hanno decostruito gli eventi del 1947-1949 che hanno portato all'esodo di massa dei nativi palestinesi.

Pur avendo diverse versioni della storia, la maggior parte dei libri racconta le azioni dei governi e dai leader potenti nelle situazioni di conflitto. Meno libri raccontano di una possibile pace basata su giustizia, diritti umani e diritto internazionale. Altri raccontano storie significative di gente ordinaria che vive, si adatta e lotta. C'è comunque una scarsità di materiale pubblicato che parla della storia e dei sorprendenti risultati delle principali forme di resistenza palestinese. Alcuni libri, scritti da occidentali che non hanno familiarità con la lingua locale e, dipendendo da fonti pubblicate o da colloqui con le élite palestinesi, non sono riusciti a rendere giustizia a questo argomento. I trattati sono stati, a volte, ristretti ad un certo periodo. Altri sono stati superficiali / di basso livello e altri ancora sono stati addirittura denigratori e condiscendenti. "Nonviolence and Israel/Palestine" di Johan Galtung ha fatto un lavoro giusto che mostra alcuni aspetti del periodo 1987-1989. E siamo grati che l'intifada del 1987 sia stata inclusa in libri come "Una forza più potente: Un secolo di resistenza non violenta" di Peter Ackerman e Jack Duvall (New York, Palgrave, 2000). Il lavoro di Mary Elizabeth King è stato basato su numerose interviste con persone che si sono presentate come i leader della lotta palestinese civile. Ha sottolineato il periodo della resistenza palestinese alla colonizzazione sionista dopo il 1987 e ha definito un quadro normativo adeguato per la discussione. Tuttavia, il libro ha ricevuto una recensione piuttosto negativa sul Journal of Palestine Studies: "lei esagera le sue argomentazioni, consentendo alla sua metodologia e alle sue convinzioni di colorare una realtà complessa. Guidata dalle sue convinzioni e dalle sue fonti all'interno di Gerusalemme Est, King tenta, ex post facto, di forzare una rivolta popolare caratterizzata da una potente miscela di disobbedienza civile e lancio di pietre, nella camicia di forza ideologica della non violenza. E non va bene. Questo è un inconveniente deplorevole per un libro che, altrimenti, sarebbe molto leggibile e mirabilmente ricco di dettagli ". E' ancora meglio delle condiscendenti trattazioni orientaliste come quelle trovati in Herbert Adam ed Kogila Moodley. Eppure, altri occidentali che visitano la stessa area possono andare nella direzione opposta e semplificare la complessa battaglia palestinese (7). Il format pratico e metodico (quasi un racconto) di descrivere gli atti della resistenza civile in Palestina nel libro proposto (con ricche fonti da diverse lingue) rappresenta una presentazione sotto forma di romanzo che non si trova altrove.

Sommario

Prefazione / ringraziamenti
Capitolo 1 Introduzione
Capitolo 2 Ciò che vogliamo: pluralità, giustizia, diritti dell'uomo
Capitolo 3 La logica della resistenza popolare
Capitolo 4 Il contesto locale della Resistenza Popolare
Capitolo 5 Resistenza Popolare durante la dominazione ottomana
Capitolo 6 Balfour, Buraq, e la crescita sionista (1917-1935)
Capitolo 7 La Grande Rivolta del 1936-1939
Capitolo 8 La devastazione: Nakba 1939-1948
Capitolo 9 Dalla nakba ad al Naksa 1948-1967
Capitolo 10 Uno stato di oppressione 1967-1986
Capitolo 11 L'Intifada AlHijara 1987-1993
Capitolo 12 Gli anni di Oslo e dell'Intifada AlAqsa
Capitolo 13 Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni
Capitolo 14 Conclusioni e prospettive per il futuro
Appendice 1. Esempi di atti innovativi della Resistenza
Appendice 2. Esempi di gruppi locali di resistenza popolare
Appendice 3. Esempi di gruppi di resistenza popolare internazionale
Indice
Ci sono inoltre più di 50 illustrazioni di esempi di resistenza civile e resistenti, dalla fine del 19 ° secolo al primo decennio del 21° secolo. Il sommario è alla fine.

Ripartizione in capitoli

Il libro è organizzato in 14 capitoli che, in modo logico, presentano gli argomenti a favore della resistenza civile, la storia e gli insegnamenti tratti dalla resistenza civile in periodi storici diversi e distinti e attira il lettore in un mondo positivo e pieno di energia che si adopera per il cambiamento. Il primo capitolo introduce il tema e approfondisce le questioni di struttura e di definizione della resistenza civile in generale. Il capitolo 2 spiega che la resistenza civile palestinese, fin dal suo inizio, si è basata prevalentemente sulla creazione di una società democratica con rispetto e uguaglianza per tutte le persone (ebrei, cristiani e musulmani, ecc). Nel capitolo 3 si approfondisce cosa, perché, e come si pratica la resistenza civile. Il contesto locale della resistenza civile è riportato nel capitolo 4 che spiega come le azioni di resistenza civile in Palestina siano fondate su un patrimonio di tradizioni religiose palestinesi di tolleranza e rispetto e definisce i confini su ciò che è e ciò che non è ammissibile nei conflitti. Questi capitoli di preparazione (1-4) sono seguiti dalla sezione principale del libro che include i capitoli 5-12 in cui vengono descritti i dettagli della resistenza civile palestinese dalla nascita dell'idea politica sionista, nella metà del 19° secolo, fino ad oggi. Le lezioni apprese da questi diversi periodi di tempo sono analizzate in ogni capitolo. Per esempio vediamo che, durante i diversi periodi di tempo, l'opportunismo politico e le divisioni hanno diminuito o addirittura distrutto le possibilità di successo della resistenza civile, mentre gli atti di resistenza civile disinteressati dei singoli o di gruppi fortemente convinti hanno fatto una grande differenza nella storia.

Nel capitolo 5 abbiamo approfondito la resistenza civile durante la dominazione ottomana dai primi accenni del sionismo politico, negli anni 40 dell'Ottocento, fino alla fine di questo dominio sulla Palestina, nel 1917 (il sionismo, qui, ha compiuto poche incursioni, grazie alla resistenza civile palestinese). La fragilità ottomana nel 19° secolo, con i conflitti nella periferia dell'impero, facilitò le incursioni delle potenze occidentali in Palestina. Una lezione appresa da questo periodo è che la capacità di organizzare una resistenza efficace è stata ostacolata dall'isolamento delle élite palestinesi dalle masse, dalla rivalità turco-araba e dalle strutture feudali che si sono trovate di fronte a un movimento sionista internazionale ben organizzato e ben finanziato. Le incursioni sioniste in Palestina prima del 1917 erano piccole e insignificanti grazie alla resistenza civile palestinese sotto il sistema ottomano.

Nel capitolo n 6 si analizza la resistenza cresciuta a seguito del salto in avanti del progetto sionista dalla Dichiarazione Balfour e Jules fino a Hibbet AlBuraq nel 1929 e a quello che seguì al 1935 (un accumulo di ingiustizia che pose le basi per la rivoluzione). La società palestinese durante il dominio britannico è stata subissata di problemi, ma ha risposto molto bene alle incursioni di sionisti e britannici che miravano al suo smantellamento e a stabilire al suo posto una patria ebraica. Il drammatico cambiamento, da quattro secoli di dominio ottomano alla dominazione britannica, è stato un traumatico e forse l'aspetto meno indagato dei cambiamenti al potere e delle alleanze, nella società palestinese. Questo nuovo dominio britannico è stato unico. Infatti, oltre ad essere un dominio coloniale, aveva un nuovo scopo: portare a compimento la dichiarazione Balfour per la creazione di un "focolare ebraico" in una Palestina prevalentemente araba La nomina del sionista Herbert Samuel fu fondamentale per promuovere il progetto sionista in Palestina e, in questo libro, si esamina come la società britannica fu mantenuta all'oscuro della realtà del territorio. L'oscurità era bucata solo, per brevi periodi, grazie alla resistenza civile palestinese. L'élite britannica ha risposto con "politiche divide et impera" alcune delle quali, purtroppo, hanno funzionato grazie a quei palestinesi che hanno collaborato con le autorità contro la causa nazionale. Degne di nota le liti tra le fazioni Husaini e Nashashibi e l'isolamento di queste élite dall'interesse dei palestinesi di garantire un limite a quello che avrebbe potuto essere realizzato.

La sommossa / rivolta del 1936-1939 ha meritato un capitolo a parte , il 7, perché nell'equazione entrò la violenza sistemica e il mix di violenza e nonviolenza divenne un punto fermo del discorso palestinese per i decenni successivi. Il sostegno britannico, sistematico e inflessibile, al progetto sionista ha iniziato a rompersi solo quando i palestinesi si sono impegnati nella resistenza massiccia tra 1936-1939. Come in altre rivolte, un movimento di base forte e radicato spinse l'élite politica a malincuore a cavalcare l'onda della rivolta in crescita. Le autorità di occupazione attuarono punizioni collettive per i palestinesi e un trattamento preferenziale per coloni ebrei (anche il loro armamento), l'assegnazione di terre e il cambiamento di status e dell'accesso ai luoghi santi, come il Muro del Pianto e le terre Waqf (queste sono terre di uso religioso islamico).

La devastazione della leadership politica che accompagnò la devastazione della Palestina dopo la rivolta 1936-1939 ha portato, negli anni della seconda guerra mondiale e nei tre brevi anni che seguirono, ad atti di resistenza civile continua (capitolo 8). Insieme al rifiuto di adempiere ai diritti umani fondamentali degli abitanti del posto, compreso il diritto all'autodeterminazione, queste politiche hanno generato risentimento e resistenza. Le politiche inglesi a quel tempo erano classicamente simili a quelle attuate in altre parti del mondo coloniale britannico: brutali e di calcolo e di divisione. Migliaia sono stati arrestati nel corso degli anni per niente di più che aver espresso l'opposizione, o per la creazione di partiti politici che hanno sfidato il dominio coloniale. Coloro che hanno resistito con violenza sono stati cacciati e uccisi. La impiccagioni erano comuni. I confini tra i coloni sionisti, l'occupazione britannica, e gli ebrei locali che ne hanno beneficiato, ma non erano coinvolti, hanno continuato a essere offuscati. Ci sono stati tre periodi di riacutizzazione della resistenza, 1921, 1929 e 1936-1939. Quest'ultimo periodo ha visto alcuni combattenti palestinesi della guerriglia organizzata e sistematica resistere con le armi. Ma, la grande rivolta palestinese del 1936-1939, ha anche elevato forme di resistenza civile come petizioni e proteste di disobbedienza civile. Le misure più aggressive della resistenza civile, insieme con una certa violenza, trovarono gli inglesi e i sionisti impreparati. Ma questi si sono adattati rapidamente e sono riusciti a trarre vantaggio dai litigiosi leader politici palestinesi (che erano felici di appropriarsi di una rivolta di successo). I palestinesi furono politicamente indeboliti dopo che la maggior parte dei loro capi fu imprigionata o deportata. L'economia locale palestinese, la coesione sociale, e le capacità organizzative hanno subito un colpo molto pesante. Il vuoto è stato riempito da altre forze del secondo dopoguerra, anche da parte degli stati arabi di recente indipendenza. Ci volle un'altra generazione per ricostruire una voce palestinese veramente indipendente.

Il capitolo 9 esamina esempi di resistenza civile nel periodo compreso tra la Nakba del 1948 e la Naksa del 1967, all'interno e all'esterno della linea verde. Il nostro studio mostra anche che i palestinesi si sono mobilitati essenzialmente in isolamento all'interno della Linea Verde tra 1949-1966. Non solo sono stati isolati dal loro hinterland arabo e islamico, ma si trovarono di fronte ad un potere e ad un brutale regime militare che ha tentato di schiacciarli e separarli dalle loro restanti terre. I palestinesi al di fuori della Linea Verde (a Gaza, nella West Bank, ed esiliati in altri paesi) avevano un altro problema. Non hanno avuto contatto diretto con i loro oppressori e con il potere coloniale e avevano un sacco di contatti con il mondo arabo e islamico. Hanno dovuto sviluppare modalità di lotta e di cavarsela che erano inimmaginabili prima del 1948.

Quando Israele occupò il resto della Palestina, nel 1967, riemerse l'epoca di uno stato di oppressione e così fece anche la resistenza in tutta la Palestina (capitolo 10). La guerra del 1967 ha drammaticamente cambiato il quadro sia in positivo che in negativo. La superiorità militare di Israele ha permesso di occupare e controllare nuove vaste aree arabe. Ma la guerra ha anche scosso la gente affinché si rendesse conto che i leader arabi erano impotenti. I palestinesi cominciarono a costruire le loro istituzioni rappresentative e a sostituire tali fedelissimi ai leader arabi (ad es lentamente l'influenza di re Hussein in Cisgiordania sì indebolì a dispetto sia delle le politiche israeliane e che di quelle giordane per rafforzare tali tradizionali lealisti). Con il periodo 1973-1974, dominarono le tendenze nazionaliste (con una piccola minoranza che rappresenta gli islamici e il sostenitori della monarchia). Il supporto dell'OLP e la crescita delle istituzioni civili nelle zone occupate (su entrambi i lati della linea verde) si moltiplicano. Israele ha provato tutte le tattiche a sua disposizione per schiacciare questi sentimenti nazionalisti senza alcun risultato. Più dura è la repressione, più forte è cresciuta la resistenza. L'avventura di Israele e i massacri in Libano tra il 1975-1987 sono stati i tentativi più efferati di uccidere la resistenza, uccidendo i suoi simboli esterni.

Dedichiamo il capitolo 11 all'Intifada, che divenne nota come Intifada AlHijara (1987-1993). Anche la tradizionale leadership dell'OLP è stata colta di sorpresa e ha lavorato in fretta alla via del ritorno per connettersi con le persone all'interno e collegarsi con una nuova generazione di attivisti. La nostra analisi rivela che, come la rivolta del 1935-1939, la rivolta del 1987-1991 terminò a causa di a) la leadership politica interessata al potere e alla faziosità, b) le circostanze esterne (rispettivamente l'inizio della seconda guerra mondiale e l'inizio della guerra del Golfo), c ) stress sociali, e c) collaborazione dei leader arabi vicini e lontani.

La sezione di storia si chiude con gli anni di Oslo e l'Intifada AlAqsa (capitolo 12) e la spaccatura crescente tra elementi secolari e religiosi nazionalisti. Qui le forme più notevoli di resistenza civile del passato crescono, ma se ne aggiungono anche di nuove, come una crescente internazionalizzazione, con lo sviluppo dell'International Solidarity Movement, e un salto qualitativo e quantitativo degli sforzi della resistenza civile, soprattutto dopo la costruzione del muro di segregazione intorno alla comunità palestinese. Discutiamo di strategie di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nel Capitolo 13, spiegando il perché del recente intensificarsi del loro sforzo e il futuro impatto della crescente internazionalizzazione della resistenza civile. Il libro si conclude con un capitolo che riassume le lezioni apprese dai 130 anni di lotte e guardando ad un futuro di liberazione aiutato dalla resistenza civile. Questo potrebbe portare ad una pace basata sui diritti umani e ad una conseguente piena uguaglianza per tutte le comunità in Terra Santa.

Chi l'Autore

La capacità di dialogare liberamente con gli attori chiave nella loro lingua originale e di poter utilizzare le fonti primarie arabo (giornali, libri, dichiarazioni originali e discorsi di leader della resistenza), in aggiunta a tutte le fonti pubblicate in inglese, mi permette di dare al lettore una prospettiva migliore sulle tendenze della resistenza civile, sugli errori, sulle occasioni mancate, e molto altro in maniera più sfumata e realistica. Segue una sintesi della mia esperienza e un curriculum vitae completo.

Il Dr. Mazin Qumsiyeh è professore alle Università di Betlemme e di Birzeit, ed è Presidente del Consiglio del Centro per il Riavvicinamento di Beit Sahour. In precedenza ha lavorato sulle facoltà di Duke e Yale e nei comitati esecutivi di una serie di gruppi tra cui Peace Action Education Fund, la campagna americana per la fine dell'occupazione, la Coalizione per il Diritto al Ritorno in Palestina, il Congresso palestinese americano, Associazione per Uno Stato democratico in Israele / Palestina, e BoycottIsraeliGoods.org. Egli ha fatto parte di molti altri gruppi tra cui Somerville Divestment Project, Olympia-Rafah Sister City Project, Palestine Freedom Project, Sabeel North America, and National Council of Churches of Christ USA.

Il suo interesse principale è l'attivismo dei media e la pubblica istruzione. Ha pubblicato più di 200 lettere al direttore e 100 pezzi op-ed e intervistato in TV e radio estesamente (locale, nazionale e internazionale). Ha inoltre pubblicato oltre 150 articoli scientifici e più di 100 articoli che trattano vari aspetti della lotta in Israele-Palestina. Le apparizioni sui media nazionali includono, tra gli altri, Washington Post, New York Times, Boston Globe, CNBC, C-Span e ABC. Ha inoltre tenuto regolarmente conferenze in materia di diritti umani e di diritto internazionale. Gli altri suoi libri includono 'Bats of Egypt', 'Mammals of the Holy Land', "Sharing the Land of Canaan: Human Rights and the Israeli/Palestinian Struggle" (quest'ultimo è stato anche tradotto in spagnolo) e un libro sull'attivismo pubblicato in formato elettronico sul suo sito web (http://qumsiyeh.org).

Vedi anche "Where is the Palestinian Gandhi" by Mazin Qumsiyeh, The Link - Volume 43, Issue 3, July - August 2010
http://www.ameu.org/page.asp?iid=291&aid=621&pg=1

Alcune delle conclusioni dello studio riassunto in questo libro (che ha utilizzato più di 600 fonti, interviste ed esperienze personali):

a) Le situazioni coloniali (soprattutto quelle che spogliano la gente delle loro terre e case), per loro natura comportano l'uso della violenza contro la popolazione nativa. Tali situazioni coloniali generano resistenza che è riconosciuta come legittima dal diritto internazionale. Che la resistenza nativa è una curva a campana: una piccola porzione è di tipo collaborativo (chiedendo gentilmente e accettando tutto ciò che è dato), la maggior parte non violenta, una parte violenta e una porzione più piccola estremamente violento. Come direbbe ogni esperto di statistica, eliminando una parte della curva le consentirebbe di normalizzarsi in breve tempo (se ciò che si elimina sono coloro che si dedicano alla violenza o nonviolenza).

b) La violenza degli occupanti / coloni uccide sempre molti più indigeni rispetto alla popolazione dei coloni. Ad esempio il rapporto di civili uccisi era 10:1 (palestinesi: israeliani) e oltre> 100:1 (coloni europei: nativi americani).

c) Mentre alcuni ideologi cercato di rappresenatre come i palestinesi divisi fra quelli che sostrngoni la resistenza violenta e quelli che sostengono quella nonviolenza, i sondaggi indicano che la maggioranza le sostiene entrambe. Nei decenni della lotta contro il sionismo, è emersa una classica evoluzione della resistenza, da violenta a non violenta, che non è diversa nel carattere da quella osservata in Algeria (contro i francesi) o in Sud Africa (contro l'apartheid). Forse abbiamo visto molto di più la diversità di gruppi e tattiche usate, rispetto a quella in altri luoghi (vedi per esempio la descrizione delle decine di gruppi palestinesi e le organizzazioni costituite per resistere alla colonizzazione sionista).

d) I palestinesi resistono semplicemente vivendo nelle loro case, andando a scuola, mangiando e vivendo. Questo perché questa occupazione coloniale vuole che tutti i palestinesi si arrendano e lascino il paese (per dare ad Israele il massimo della geografia con il minimo della demografia nativa). Quando i pastori palestinesi del villaggio di Atwani hanno continuato a recarsi nei campi, nonostante i ripetuti attacchi da parte dei coloni e persino il tentativo di avvelenamento della loro pecore, questa è la resistenza non-violenta. Quando i palestinesi vanno a scuola a piedi mentre coloni e soldati sputano loro contro, li prendono a calci e li picchiano, è resistenza non-violenta. Quando i palestinesi passano ore ai check point per arrivare in ospedale, ai loro terreni agricoli, al loro lavoro, alle loro scuole, oppure a visitare i loro amici, è resistenza non-violenta. I palestinesi hanno resistito in innumerevoli altri modi, come viene specificato in questo libro.

e) La stragrande maggioranza della resistenza civile descritta in questo libro proviene dal basso verso l'alto. I partiti politici e le leadership di solito sono prese alla sprovvista dall'inizio di nuove rivolte e dalle invenzioni di metodi nuova di resistenza. Occasionalmente movimenti possono evolvere in iniziative politiche come il Palestine National Initiative e One Democratic State Group (www.odsg.org), ma il più delle volte influenzano semplicemente le attuali formulazioni politiche in maniera che si comportino in modo diverso.

f) Fin dall'inizio, c'era sempre la lotta tra i campi che ha favorito la cooperazione (alcuni direbbero collaborazione) con gli occupanti nella speranza di ottenere qualcosa e quelli che favoriscono il confronto e la non-cooperazione. I campi un tempo erano lungo la linea della famiglia (ad esempio Nashashibi, Dajani, le famiglie Husseini nel 1920) o lungo le linee politico più ampio (ad esempio, i partiti politici dei primi anni 21). Questo è un fenomeno naturale di resistenza al dominio coloniale e termina il dominio coloniale non è mai successo con il 100% o 100% della cooperazione non-cooperazione. Quindi, "i palestinesi potrebbe essere necessario in realtà hanno agito simultaneamente nella loci distinti di potenza (attualmente esistenti o ancora da formare), sia per controllare la potenza della loro leadership politica e per mantenere lo slancio della lotta".

g) C'è sempre stata la resistenza popolare in Palestina, ma l'intensità a volte è stata maggiore e in qualche momento più debole a causa di fattori esterni ed interni (fenomeni di flusso e riflusso distanziati in media di 9-15 anni). E' riuscita a sventare molti (non tutti) i programmi sionisti che mirano a trasformare il paese in uno stato ebraico a spese del popolo nativo.

h) Sempre più spesso, la resistenza popolare palestinese è giunta a coinvolgere membri internazionali, tra cui gli israeliani, con effetti positivi ed energizzanti.

i) La campagna BDS è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi anni e fornisce indicazioni per il futuro (capitolo 13).

j) E' piuttosto inutile dare lezioni alla gente qui su tattiche e strategie. E' molto meglio venire a lavorare con il crescente movimento di resistenza popolare per aiutare ad accelerare i cambiamenti già in atto.

k) Gli individui possono cambiare e adottare uno stile di vita non violento, anche dopo aver trascorso anni con la lotta armata.

l) L'evoluzione delle società umane si sta muovendo in una direzione che ha reso il confronto militare meno accettabile. Da quando è stata istituita l'ONU, sempre più persone sono giunte a riconoscere che la forza non può essere utilizzata per portare il dominio e il controllo. Ma il costo della guerra è diventato anche piuttosto inaccettabile nell'era delle bombe da 2 tonnellate, nucleari, biologiche e delle armi chimiche. Inoltre, si è visto che la superiorità militare ha sempre meno probabilità di produrre i risultati auspicati dai leader politici. Prendete il pantano degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan come esempi o il fallimento del massiccio attacco israeliano contro il Libano dell'estate 2006, a Gaza nel dicembre 2008-gennaio 2009.

References
1. See as examples Dan, Uri. 1988. To the Promised Land: the Birth of Israel, Doubleday, New York; Netanyahu, Benjamin. 2000. A Place Among the Nations: Israel and the World, Bantam Books; Lozowick, Yaacov. 2003. Right to exist: A Moral Defense of Israel's Wars. Doubleday, New York; Sachar, Howard M. 2007. A History of Israel: From the Rise of Zionism to Our Time. Alfred A. Knopf, New York

2. See for example Hitti, Philip Khuri. 2004. History Of Syria: Including Lebanon And Palestine. 2nd Edition, Georgias Press, Piscataway, New Jersey; Hourani, Albert Habib. 2003. A history of the Arab peoples. Belknap Press of Harvard University Press; With a New Afterword edition; Edward Said, 1992. The Question of Palestine, Vintage Press, New York; Mustapha Murad AlDabbagh, 1947, Biladanu Falasteen, Dar AlTali'a, Beirut, In Arabic.

3. Johan Galtung. Nonviolence and Israel/Palestine. Institute for Peace, University of Hawaii Press 1989.

4. Mary Elizabeth King. A Quiet Revolution: The First Palestinian Intifada and Nonviolent Resistance. Nation Books, 2007.

5. Joost Hiltermann, Limitations of ideology. Review of Mary Elizabeth King's book. Journal of Palestine Studies. 37(2):109-109.

6. Herbert Adam and Kogila Moodley. 2005 Seeking Mandela: Peacemaking Between Israelis And Palestinians. UCL Press, London

7. See for example Ginsburg, Aimee. 2008. Gandhis in Olive Country. Outlook, 17 March 2008, pp. 22-28.

8. see also Salim Tamari. 1982. Factionalism and Class Formation in Recent Palestinian History, p. 177-202 in Roger Owen (ed), Studies in the Economic and Social History of Palestine in the Nineteenth and Twentieth Centuries, The Southern Illinois University Press, Carbondale and Edwardsville, p.208-210.

9. Khalid Abu Bakr. 2006. Harb Kasr AlIbada bayn AlMuqawama waAlmashroo' AlSahyuAmreeki: Falastin wa Lubnan. Aldar AlArabiya LilUloom Wal'Nashr, Beirut. (In Arabic)

Adalah http://www.adalah.org

(Tradotto da Barbara Gagliardi)

Originale: http://www.qumsiyeh.org/popularresistanceinpalestine/

L’autore è nato nel 1957 a Beit Sahour, villaggio vicino a Betlemme nella Gisgiordania occupata da Israele nel 1967. Laureato in Biologia nel 1978 presso la Jordan University, ha ottenuto il Master in Zoologia nel 1982 presso Connecticut University e il dottorato nel 1986 presso Texas Tech University.