Stati Uniti e Israele: la santificazione di Israele obiettivo costante della Nato. (Parte 2/1)

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Di Renè Naba – 12 gennaio 2023

Capitolo 1 – La teoria del vuoto: Dalla raffinatezza occidentale come giustificazione ideologica alla predazione della Palestina

Israele è l’unico Paese al mondo, alla vigilia della Guerra Fredda sovietico-americana (1945-1990), ad essere stato riconosciuto contemporaneamente da Stati Uniti e URSS.

Il discorso di Fulton del Primo Ministro britannico Winston Churchill sulla ‘Cortina di Ferro’ che scese sui Paesi del blocco sovietico, annunciando l’inizio della Guerra Fredda, avvenne il 5 ottobre 1946, due anni prima del voto sovietico a favore dello Stato Ebraico. Ma il Presidente Harry Truman che si è attenuto più prudentemente a calcoli elettorali farà tuttavia in modo di cancellare la definizione di Stato Ebraico sostituendola con il termine “Stato di Israele”. Non sarà così per l’Unione Sovietica.

Il tragico errore dell’URSS durante la votazione del piano di spartizione

Per i sopravvissuti al Genocidio hitleriano e per gli innumerevoli nuovi simpatizzanti della causa ebraica, ben felici di compensare con una palpitante arabofobia, una nascente giudeofilia, come sollevati dalla loro precedente passività di fronte a uno dei grandi punti oscuri della storia occidentale insieme con la tratta degli schiavi, la creazione di Israele fu solo un risarcimento dei danni subiti da una comunità che in Europa era stata continuamente perseguitata per diversi secoli nei propri Paesi dai propri concittadini.

Non era lo stesso per gli arabi che ritenevano che il Piano di Spartizione della Palestina rappresentasse la prima operazione di spartizione nel Mondo Arabo dell’esternalizzazione del ricorrente antisemitismo della società occidentale; operazione sfociata nell’espropriazione di un patrimonio nazionale a vantaggio di una comunità esterna, a risarcimento di stragi di cui né gli arabi né i palestinesi erano in alcun modo responsabili. Un compenso su beni altrui insomma. Un’operazione triangolare di grande perversità.

L’URSS, dal canto suo, riteneva che l’ideale sionista simboleggiato dal Kibbutz (Fattoria collettiva israeliana) fosse più in linea con lo schema sovietico concretizzato dal Kolchoz (Fattoria collettiva russa), comunque infinitamente più dei “feudatari arabi”. Questo, almeno, era l’argomento avanzato dalla propaganda sovietica per giustificare il proprio voto a favore della creazione di Israele.

Ma questo aspetto ideologico mascherava in realtà un obiettivo strategico: il disimpegno degli inglesi dal Medio Oriente. Nel sostenere la creazione di Israele, Mosca intravedeva la possibilità di penetrare in Medio Oriente attraverso la Palestina, a condizione di cacciare prima gli inglesi. Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi cercarono, infatti, di organizzare il mondo in modo tale da tenerlo fuori dalla portata dei sovietici. Nel settembre 1946, a Zurigo, Winston Churchill lanciò l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Sullo stesso principio, lo fece la Lega Araba.

In entrambi i casi si trattava di unire una regione senza la Russia. Dall’inizio della Guerra Fredda, gli Stati Uniti d’America, da parte loro, hanno creato associazioni incaricate di sostenere questo movimento a loro vantaggio, il “Comitato Americano per l’Europa Unita” (American Committee on United Europe) e gli “Amici Americani del Medio Oriente” (American Friends of the Middle East). Nel mondo arabo, la CIA organizzò colpi di Stato, in particolare a favore del Generale Hosni Zaim a Damasco (marzo 1949), un presunto nazionalista che si presumeva essere ostile ai comunisti.

Di fronte all’ostilità del mondo occidentale, l’obiettivo dell’URSS era quindi duplice: indebolire gli inglesi nella regione, e tentare di far cadere Israele nel campo sovietico, approfittando del dominio della sinistra sul movimento sionista e della sua alleanza con il Mapam, il secondo partito del Paese dopo le elezioni del 1949, secondo lo storico Ilan Pappé

L’URSS non si riprenderà mai da questo fatale errore di giudizio che varrà ai comunisti arabi la persecuzione per ateismo e materialismo. L’appoggio sovietico al piano di spartizione scatenerà infatti un’ondata di diserzione nelle ormai diffidenti file comuniste arabe e un’ondata di repressione nei loro confronti. Il leader comunista libanese Farjallah Hélou sarà ucciso e sciolto nell’acido dai servizi siriani spinti dagli egiziani, dal Partito Comunista sudanese decapitato da Gaafar el-Nimeiry con l’aiuto del libico Muammar Gheddafi, nonché dai partiti comunisti di Iran, Egitto e Iraq.

La teoria del vuoto: La delegittimazione delle rivendicazioni arabe e la negazione dei diritti dei palestinesi

Il vuoto geografico: Una terra senza popolo per un popolo senza terra.

La Casa Nazionale Ebraica fu alla fine dislocata in Palestina e non in Madagascar o in Argentina come previsto nel progetto originale per l’ovvia ragione che l’insediamento di questa entità occidentale nel cuore del mondo arabo rispondeva soprattutto a un geocentrismo permanente delle potenze coloniali:

La chiusura dello spazio arabo con il pretesto della libertà di navigazione e della sicurezza della rotta verso l’India, Gibilterra, il Canale di Suez, l’isola di Masirah, la Costa dei Pirati avranno così costituito nel corso della storia tante pietre miliari dell’espansione europea, tante roccaforti di guarnigione e torri di guardia dell’Impero Britannico.

L’istituzione della Casa Nazionale Ebraica in Palestina è stata preceduta dalla conquista dell’Algeria, nel 1830, del protettorato francese sulla Tunisia, nel 1881, del protettorato inglese in Egitto, nel 1882. È concomitante con il Mandato Francese sulla Siria e sul Libano nel 1920 e il Mandato Britannico su Iraq e Palestina.

A settant’anni dall’indipendenza dei Paesi arabi, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la presenza militare occidentale è più forte che in epoca coloniale.

Il gruppo arabo-musulmano è così racchiuso in una rete, senza dubbio una delle più fitte al mondo. Il Bahrain ospita il quartier generale della Quinta Flotta statunitense che opera nell’area del Golfo-Oceano Indiano e il Qatar è il quartier generale del Comando Centrale (CENTCOM), che copre un’area dall’Afghanistan al Marocco. Il Kuwait, una zona di pre-posizionamento per le truppe americane nel Golfo, funge da base di retroguardia per il rifornimento strategico delle truppe da combattimento americane nell’area. Abu Dhabi, ospita una base aerea e terrestre francese, mentre l’Arabia Saudita ospita la base del Principe Sultano, la cui area supera quella di Parigi, per gli aerei radar Awacs,

Infine, il Sultanato dell’Oman, sull’isola di Masirah sotto la sua sovranità ospita una base aerea navale inglese che blocca la giunzione Oceano Indiano-Golfo Persico e Arabo, e, in Marocco, la base aerea di Kenitra per la sorveglianza aerea dal lato arabo dello Stretto di Gibilterra.

L’elenco non sarebbe completo se non si menzionasse il mandato esercitato di fatto sul Libano da Stati Uniti e Francia dall’assassinio del Primo Ministro libanese Rafic Hariri nel febbraio 2005. L’importanza dell’istituzione della Casa Nazionale Ebraica in Palestina appare quindi retrospettivamente come un elemento della rete.

La scelta della Palestina è stata fatta in base al principio della vacuità geografica. La mascheratura ideologica di questa impresa predatoria è stata riassunta da questo slogan: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Uno slogan mistificante perché equivaleva a negare l’esistenza di un popolo i cui antenati si erano vittoriosamente scontrati con i Crociati, in Palestina, negando l’esistenza di una civiltà, caratterizzata da un’economia agricola rinomata per il suo olio, i suoi vini, il vino di Latrun, i suoi agrumi, le arance di Jaffa famose in tutto il Mediterraneo, molto prima che i valorosi Kibutznik facessero “fiorire il deserto”, altra mistificazione della leggenda sionista.

La nozione di vuoto è da allora applicata in tutte le sue varianti. Dal vuoto geografico si è così passati al vuoto culturale e poi al vuoto politico.

Vuoto culturale: la Palestina è stata posta in una situazione di vuoto dall’applicazione della teoria “Res Nullus” del Cancelliere austriaco Metternich, semplicemente perché aveva la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata del confine e dell’impero europeo: “Fuori dai confini della civiltà, era possibile inserire liberamente, tra popolazioni più o meno arretrate, e non contro di esse, colonie europee che non potevano che essere poli di sviluppo”. In altre parole, la Palestina non era un territorio vuoto demograficamente e culturalmente, ma ascritto di una sorta di vuoto culturale, perché non rispondeva ai requisiti europei.

Vuoto politico: la teoria del vuoto palestinese è stata applicata in modo discontinuo dal 1948 sul piano politico. La mancanza di progressi nella ricerca della pace è sempre stata attribuita alla mancanza di desiderio di pace tra gli arabi, che era vero per un certo tempo, ma non più dal 1982 (adozione del piano di Fes-Marocco), e soprattutto all’assenza di interlocutori palestinesi, cosa che non è mai stata vera.

Dagli “animali”, nelle parole dell’ex Primo Ministro Golda Meir, agli “scarafaggi” di Avigdor Lieberman, il leader della destra radicale, raramente i palestinesi sono stati identificati come esseri umani, per quello che sono, palestinesi, gli abitanti nativi della Palestina.

La negazione dell’identità palestinese ha raggiunto l’apice con la relegazione all’esilio domiciliare di Yasser Arafat, Presidente democraticamente eletto della Palestina e Premio Nobel per la Pace, decisa dal leader più controverso di Israele per le sue pratiche terroristiche, il Primo Ministro Ariel Sharon con la complicità dei Paesi occidentali.

La Dichiarazione Balfour è in realtà una promessa fatta il 2 novembre 1917 dal Ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour a Lord Walter Rothschild di stabilire una “Casa Nazionale Ebraica in Palestina”. Arthur Koestler, uno scrittore per nulla sospettato di antisemitismo, ne trarrà una conclusione sconvolgente che parla da sé: “Per la prima volta nella storia”, scriverà, questo autore filo-sionista anticomunista ungherese, “una nazione promette solennemente a un’altra (nazione in divenire) il territorio di una terza nazione”. Agli ebrei viene promessa una frazione di Palestina non per risarcirli delle atrocità commesse contro di loro dai palestinesi o dagli arabi, ma in risarcimento per le persecuzioni che hanno dovuto subire in Europa.

Renè Naba è un giornalista-scrittore, ex capo dell’Arab Muslim World (Mondo Arabo Musulmano) al servizio diplomatico dell’AFP, poi consigliere del direttore generale di RMC Middle East, capo dell’informazione, membro del gruppo consultivo dell’Istituto Scandinavo dei Diritti Umani e dell’Associazione di Amicizia Euro-Araba.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Ricordando gli eroi dell’Egitto nell’anniversario della Rivoluzione di Gennaio

Anche coloro che a quel tempo non avevano ancora raggiunto l’età della giovinezza, ma i cui occhi erano aperti alle speranze e si unirono alla rivoluzione in seguito, non dovettero tardare molto nel dover subire la repressione dello Stato.

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Mohammad al-Batawi – 27 gennaio 2023

Hoda Abdel Moneim

Nelle ore in cui il regime sembrava avere ancora basi solide, l’avvocatessa Hoda Abdel Moneim si presentò davanti all’Alta Corte di giustizia, rivolgendosi ai manifestanti e gridando slogan sulla caduta del regime, in un atto che alla maggior parte degli uomini sembrò terrribile. Fu anche tra i primi manifestanti ad entrare in piazza Tahrir il 25 gennaio.

Dopo la caduta del leader del regime, Muhammad Hosni Mubarak, l’avvocatessa egiziana intensificò il suo attivismo e divenne membro del Consiglio nazionale per i diritti umani (NCHR), prima di dimettersi a seguito del colpo di stato del luglio 2013.  Indirizzò quindi i suoi sforzi per documentare i casi di sparizioni forzate e si offrì volontaria come consulente presso il Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà. Oggi Hoda è un chiaro esempio dei rivoluzionari del gennaio 2011 detenuti in carcere.

Hoda è considerata un esempio di donne (e uomini) che hanno preso parte alla rivoluzione del 25 gennaio 2011 in Egitto, ma che oggi sono diventate assenze forzate, rinchiuse dietro le sbarre, tutte con accuse simili e ripetute, come se fossero frasi fatte e il testo trasferito da un caso all’altro senza alcuna chiara spiegazione.

All’inizio di novembre 2018, Hoda Abdel Moneim, che ha più di sessant’anni, fu arrestata a casa sua e fatta sparire per 21 giorni, prima di comparire presso la sede della Procura nazionale per la sicurezza dello Stato a fine novembre, accusata di far parte di un gruppo clandestino e di operare contro l’economia nazionale.

Amnesty International ha dichiarato che Hoda è stato detenuta arbitrariamente per quattro anni dopo essere stata oggetto di sparizione forzata. È sotto processo con false accuse presso il tribunale di emergenza per la sicurezza dello stato (ESSC) in relazione al suo attivismo per i diritti umani e al suo lavoro. L’11 ottobre 2021, Hoda disse al giudice del tribunale e alla sua famiglia, durante un’udienza in tribunale, che soffriva di una malattia cardiaca che richiedeva il cateterismo cardiaco, ma le autorità carcerarie si rifiutarono trasferirla in un ospedale esterno per le cure.

Oltre a Hoda, molte donne continuano a subire una lunga detenzione apparentemente senza fine, tra cui la traduttrice Marwa Arafa, la giornalista Hala Fahmy, la figlia del leader dei Fratelli Musulmani Khairat el-Shater, Hassiba Mahsoob, la fotografa Alia Awad e altre .

Alaa AbdelFattah

La sera del 25 gennaio 2011, le parole e i sogni del blogger egiziano Alaa AbdelFattah si materializzarono. Dopo che erano state solo fantasie sparse su Internet, alla fine presero vita sul terreno di piazza Tahrir come persone che rivendicavano i propri diritti, cosa che attirò l’attenzione sul suo ruolo di primo piano anche prima dello scoppio della rivoluzione e ne fece uno dei suoi simboli.

Ma Alaa e la sua famiglia ne stanno pagando il prezzo con la vita, lui dietro le sbarre, loro  davanti alle carceri, in attesa di una visita o di un pezzo di carta che li rassicuri che  il loro caro, che sta deperendo nel buio della cella, sia ancora vivo.

Sebbene Alaa, detenuto dal 2013, avesse già scontato una pena detentiva di cinque anni per “manifestazione senza permesso”, e le autorità lo avessero  rilasciato (parzialmente) nel marzo 2019, venne nuovamente arrestato nel luglio dello stesso anno, con accuse ripetute e poco chiare, che hanno prolungato la sua permanenza dietro le sbarre fino ai giorni nostri.

Anche se Alaa è considerato una delle icone di spicco della rivoluzione, non ha potuto celebrare l’anniversario della rivoluzione da uomo libero per più di dieci anni – dal 2014 a oggi – tutti trascorsi dietro le sbarre. Anche la famiglia di Alaa è bloccata con lui in questo vortice, poiché sua madre, la dottoressa Laila Soueif, trascorre molti giorni e ore davanti al complesso carcerario chiedendo di visitare suo figlio o di ottenere una risposta scritta da lui, solo per assicurarsi che sia ancora vivo, soprattutto nel corso dei lunghi scioperi della fame da lui intrapresi per rivendicare i propri diritti.

Nel giugno 2020, le autorità egiziane si stancarono della famiglia di Alaa che si accampava davanti al complesso carcerario nella speranza di ricevere corrispondenza da Alaa, quindi inviarono alcune delle loro reclute ad aggredire fisicamente sua madre e le due sorelle. Quando queste documentarono l’accaduto e si recarono alla Procura della Repubblica per sporgere denuncia, una sorella fu arrestata e fu trattenuta arbitrariamente in carcere per un breve periodo.

Ahmed Douma

Un poeta, un rivoluzionario, un oratore ribelle, ma proprio come i talenti non vengono individualmente, nemmeno le disgrazie. Nel caso di Ahmed, sono stati arrestati, multati e torturati.

Douma prese parte agli eventi di piazza Tahrir e ai sit-in della rivoluzione ed è stato condannato a quindici anni di carcere, nel caso noto ai media come “gli eventi del Consiglio dei ministri”. La sentenza contro di lui includeva l’obbligo di pagare 6 milioni di sterline egiziane, oltre alle successive  angoscianti fughe di notizie che hanno dettagliato  le torture  a cui  è stato sottoposto all’interno della prigione di Tora Farms lo scorso luglio 2022.

Amnesty International ha espresso preoccupazione per le notizie secondo cui Douma è stato ripetutamente picchiato e maltrattato, e in una dichiarazione ha invitato le autorità egiziane a indagare sulle accuse di torture subite da Douma chiedendo che fosse rilasciato immediatamente.

Il procuratore generale egiziano Hamada el-Sawy ha risposto agli appelli per aprire un’indagine sulla denuncia presentata dalla famiglia, che aveva accusato il capo dell’unità investigativa del carcere di averlo aggredito fisicamente e picchiato. Tuttavia sono trascorsi mesi dall’inizio dell’indagine e non un singolo risultato o esito della presunta indagine ha visto la luce.

Abdel Moneim Aboul Fotouh

La mattina del primo giorno della rivoluzione, il segretario generale dell’Unione medica araba, Abdel Moneim Aboul Fotouh, si trovava in mezzo a un gruppo di giovani circondati dalle forze di sicurezza. A quel tempo, sembrava fiducioso che la rivoluzione avrebbe raggiunto il suo obiettivo , rovesciando Mubarak, e così fu. Un anno dopo, Aboul Fotouh arrivò molto vicino a governare il paese, classificandosi ai primi posti tra i candidati più forti, ma per il dottore settantenne la fine del suo sogno è stata dolorosa.

Nel 2012 condusse una forte campagna elettorale che lo collocò tra i più forti candidati alla presidenza. Dopo le elezioni fondò un partito politico che portava il nome della sua campagna, il “Partito dell’Egitto forte”, e il suo nome (dopo le sue dimissioni dai Fratelli Musulmani) brillava come una delle figure aperte ad altre correnti politiche.

Tuttavia, nel febbraio 2018, le autorità egiziane arrestarono Aboul Fotouh e lo accusarono di diffondere notizie false per danneggiare gli interessi nazionali, a seguito di un’intervista televisiva in cui Aboul Fotouh criticava la situazione e le politiche nel Paese.

I politici ritennero che il fatto che questa intervista si fosse rapidamente diffusa avesse preoccupato le autorità egiziane, le quali temevano  che  egli volesse ricandidarsi alla presidenza, Così fu arrestato dopo essere tornato nel paese e, nel luglio 2022, la Corte Suprema per la Sicurezza dello Stato di Emergenza (SSSC) ha condannato Aboul Fotouh a 15 anni di carcere.

L’abuso di Aboul Fotouh non si è fermato alla sua persona, ma si è esteso a dirigenti e quadri del suo partito, compreso il suo vice, Muhammrd el-Qassas, che è stato coinvolto nello stesso caso e ha ricevuto una condanna a 10 anni di carcere.

Salah Sultan

Sognando la rivoluzione e la libertà, lo sceicco Salah Sultan salì sui gradini dell’Alta Corte, gridando slogan  per la partenza del regime, e marciò per entrare in piazza Tahrir il primo giorno della rivoluzione , nonostante la crescente brutalità e i lacrimogeni usati contro i manifestanti. Anche se l’intensità del fumo dei gas lacrimogeni non riuscì a  oscurare la voce e la presenza dell’uomo, le carceri e i centri di detenzione sono stati in seguito in grado di nascondere anche il suo luogo di detenzione, nonché le sue condizioni di salute e le informazioni su di lui

Dopo la partenza di Mubarak, Sultan fu tra i primi a opporsi al colpo  militare del luglio 2013, ma questo  causò a lui e alla sua famiglia varie forme di abuso.

La sofferenza di Sultan  emerse dopo che una foto di lui e del figlio in sciopero della fame, Mohamed Sultan,  divenne virale. La foto ritraeva il figlio sdraiato su un letto, incapace di muoversi e di aprire gli occhi, mentre il padre gli stava accanto apparendo confuso e amareggiato per non poter salvare suo figlio.

Nonostante il rilascio del figlio in seguito alle pressioni statunitensi (egli ne detiene la cittadinanza), le autorità egiziane  iniziarono a utilizzare il padre per esercitare pressioni sul figlio, che in America aveva nel frattempo fondato un’organizzazione per difendere i diritti dei detenuti.

Dopo aver intentato una causa contro funzionari governativi che erano in carica durante la sua prigionia (in particolare l’ex primo ministro egiziano Hazem el-Beblawy), Mohamed Sultan denunciò che suo padre, un prigioniero politico che stava scontando l’ergastolo, era scomparso dalla sua cella “per rappresaglia contro la mia attività in difesa dei diritti umani”.

Oppressi nel loro amore per la rivoluzione

Forse per ironia della sorte, molti di coloro che non erano presenti  a piazza Tahrir il 25 gennaio, ma i cui cuori erano stati testimoni degli obiettivi della rivoluzione e se n’erano innamorati, sono stati anch’essi avvolti dalle fiamme ardenti dell’arresto e degli abusi. Anche quelli che a quel tempo non avevano ancora raggiunto l’età della giovinezza, ma i cui occhi erano aperti alle speranze e si unirono alla rivoluzione in seguito, non dovettero tardare molto nel dover subire la repressione dello Stato.

Anche se i loro nomi non sono saliti all’onore delle cronache, e le loro sofferenze non sono state raccontate, molte sono le persone detenute in oscuri sotterranei, stipati in minuscole celle, uniti nella condivisione di sofferenze e dolori.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali “ – Invictapalestina.org