Dialogo, sfollamento e disperazione: Perché la Palestina brucia come mai prima d’ora

Il fenomeno del dialogo cerca di nascondere il fatto che milioni di palestinesi sono sfollati e che la disperazione è tutto ciò che la vita ha da offrire loro. Ma non fornisce alcuna speranza, nessuna soluzione, solo la garanzia che le cose per i palestinesi continueranno a peggiorare.

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Di Miko Peled – 20 gennaio 2022 Leggi tutto “Dialogo, sfollamento e disperazione: Perché la Palestina brucia come mai prima d’ora”

“Deghettizzare”: la lotta per desegregare le scuole di Tel Aviv

La città che si autodefinisce un “paradiso liberale” segrega i bambini dei richiedenti asilo in scuole separate e fatiscenti. E i genitori stanno reagendo.

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Di Ben Reiff – 16 gennaio 2022

Immagine di copertina: Le conseguenze di un attacco con bombe molotov a un asilo per bambini immigrati nel quartiere Shapira a sud di Tel Aviv, Israele, 27 aprile 2012. (Oren Ziv/Activestills.org)

Sirak Yekealo è un alunno di quarta elementare di nove anni presso la scuola Gvanim nel sud di Tel Aviv. È nato in Israele e ha vissuto qui per tutta la vita, ma nonostante sia a soli due anni dalla scuola media, Sirak ha ancora difficoltà con gli esercizi di lettura e scrittura dell’ebraico elementare.

Il motivo è all’origine di una continua lotta tra richiedenti asilo e ONG da un lato, e Stato e municipalità dall’altro: Sirak e i suoi fratelli sono tra le migliaia di bambini di richiedenti asilo africani che studiano nelle fatiscenti scuole elementari e asili nido segregati di Tel Aviv, abbandonati e isolati dai figli dei cittadini israeliani, in una città che si presenta al mondo come l’apice del liberalismo. Ora i loro genitori si sono rivolti al tribunale per chiedere l’integrazione.

Un’indagine di Haaretz del dicembre 2020 ha rilevato che oltre il 90% dei figli di richiedenti asilo nelle scuole elementari di Tel Aviv non condivide un’aula con un solo bambino israeliano, trovandosi così in quelli che esperti e attivisti chiamano “ghetti didattici”. Questo nonostante la legge israeliana sui diritti degli studenti vieti la discriminazione nell’iscrizione degli studenti sulla base di etnia, nazionalità o religione, e nonostante varie sentenze della Corte Suprema degli ultimi decenni abbiano ordinato la fine della segregazione di “altri gruppi” nelle scuole israeliane, “come i figli degli ebrei etiopi e degli ebrei ultra-ortodossi Sefarditi”.

Il sud di Tel Aviv ospita oltre 10.000 richiedenti asilo provenienti da Eritrea e Sudan. Dal loro arrivo nel paese negli ultimi 15 anni, i succedutesi governi israeliani hanno sistematicamente rifiutato o semplicemente ignorato le loro richieste di asilo in tutti i casi tranne alcune eccezioni, rendendo il tasso di riconoscimento da parte di Israele di richiedenti asilo eritrei e sudanesi il più basso tra i paesi occidentali, meno dello 0,5% (rispetto a una media del 60-90% altrove). La retorica disumanizzante nei confronti dei richiedenti asilo proviene dai più alti livelli della politica israeliana, dove sono abitualmente descritti come “infiltrati”; nel 2012, il parlamentare del Likud Miri Regev (che sarebbe poi diventata Ministro della Cultura) ha definito i richiedenti asilo “un cancro nazionale”.

L’attuale battaglia per porre fine alla segregazione nelle scuole di Tel Aviv è iniziata circa tre anni fa, quando Sirak era in prima elementare. Un gruppo di genitori richiedenti asilo, tra cui il padre di Sirak, Biemnet Yekealo, si è riunito per tentare di costringere lo Stato e il comune a iscrivere i propri figli in scuole integrate. Hanno provato in ogni modo, compreso lo sciopero e il rifiuto di mandare i propri figli a scuola per diversi mesi. “Abbiamo anche scritto una lettera al Comune di Tel Aviv, siamo andati al Ministero dell’Istruzione di Tel Aviv per diversi incontri, ma è sempre la stessa storia: non hanno una soluzione”, dice Yekealo.

Richiedenti asilo, per lo più provenienti da Sudan ed Eritrea, aspettano fuori dal ministero dell’Interno per presentare le loro richieste di asilo, a sud di Tel Aviv, 15 gennaio 2018. Molti arrivano di notte, prima dell’apertura, e trascorrono ore in fila per entrare il prima possibile. (Credito: Oren Ziv)

Avendo esaurito tutte le altre opzioni, i genitori hanno intrapreso la via giudiziaria con il supporto di diverse ONG per i diritti umani. Dopo che una prima istanza per la desegregazione nel novembre 2020 è stata respinta dal tribunale, un’altra è stata presentata nell’agosto 2021 a nome di 325 bambini figli di richiedenti asilo insieme all’Association for Civil Rights in Israel (Associazione per i Diritti Civili in Israele – ACRI), l’Aid Organization for Refugees and Asylum Seekers in Israel (Organizzazione per l’Aiuto ai Rifugiati e ai Richiedenti Asilo in Israele – ASSAF) e la Levinsky Garden Library (Biblioteca Giardino Levinsky), che fornisce supporto educativo dopo la scuola a questi bambini nel sud di Tel Aviv. L’istanza, sostenuta anche dai genitori di quasi 100 bambini israeliani, è stata presentata dagli avvocati Tal Hassin dell’ACRI e Haran Reichman della Clinic for Law and Educational Policy (Centro di Diritto e Politica Educativa) dell’Università di Haifa.

Dopo che due udienze preliminari per l’attuale istanza si sono svolte presso il tribunale distrettuale di Tel Aviv nell’agosto e nel dicembre del 2021, una terza la scorsa settimana, il 12 gennaio, non è riuscita nemmeno a produrre un accordo tra le parti. Gli imputati, il Comune di Tel Aviv e il Ministero dell’Istruzione israeliano, attualmente guidato dal deputato Yifat Shasha-Biton del partito di destra New Hope (Nuova Speranza), sono accusati di gestire quattro scuole elementari e quasi 60 asili che educano esclusivamente i figli dei richiedenti asilo, ma negano di agire in violazione della legge.

Tel Aviv è solo l’ultimo fulcro di una lotta che è stata condotta nelle città dell’intero Israele nell’ultimo decennio. Già nel 2012, un accordo mediato dal tribunale ha posto fine alla segregazione nelle scuole nella città meridionale di Eilat, e più recentemente le lotte locali contro la segregazione hanno avuto successo anche a Petah Tikvah e Lod/Lydd, tra le altre città. Nel caso di Tel Aviv, invece, dove risiede la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo in Israele, il Comune e il Ministero dell’Istruzione si stanno dimostrando molto più ostruzionisti.

Scuse assurde 

Da parte sua, il Comune di Tel Aviv nega che vi sia una deliberata segregazione nelle sue scuole. Sostiene che qualunque separazione esista è il risultato della concentrazione dei richiedenti asilo in alcuni quartieri della città, dato che il processo di iscrizione scolastica mira a iscrivere i bambini in una struttura il più vicino possibile alla loro residenza.

In una dichiarazione, un Portavoce del Comune ha dichiarato: “Se la vita fosse perfetta, i membri della comunità di richiedenti asilo e i loro figli sarebbero integrati in tutti i quartieri e le città di Israele e godrebbero delle molte opportunità che la società israeliana mette a disposizione. Ma nella realtà in cui viviamo, la maggior parte dei richiedenti asilo vive in alcuni quartieri specifici intorno alla stazione centrale degli autobus e, come tutti i ragazzi di città, i loro figli frequentano le scuole vicino al luogo di residenza. Rifiutiamo qualsiasi tentativo di attribuire secondi fini a questa semplice realtà”.

Gli studenti della scuola Bialik-Rogozin nel sud di Tel Aviv partecipano a un Seder pre-pasquale (il pasto di festa consumato le prime due notti di Pasqua) nel cortile della scuola, 20 marzo 2018. (Miriam Alster/Flash90)

L’argomentazione del Comune secondo cui le scuole riflettono la realtà demografica circostante spiega in qualche modo come due delle quattro scuole elementari segregate, Bialik-Rogozin e Hayarden, entrambe situate nei quartieri depressi di Neve Sha’anan e Hatikva, siano arrivate a educare esclusivamente i figli dei richiedenti asilo. Ma l’indagine di Haaretz, che ha esaminato le registrazioni delle conversazioni che coinvolgono funzionari della città, ha rilevato che le altre due scuole elementari segregate, Keshet (aperta nel 2017) e Gvanim (aperta nel 2019), sono state costruite dal Comune appositamente per i figli dei richiedenti asilo. Inoltre, molti dei genitori richiedenti asilo che hanno firmato l’istanza hanno affermato che i loro figli sono stati iscritti in asili nido o scuole al di fuori del loro quartiere, nonostante l’esistenza di alternative integrate più vicine a casa.

Agli occhi di Hassin dell’ACRI, la risposta del Comune elude il punto chiave. “La nostra argomentazione è che se il sistema produce un risultato non valido (cioè una situazione che viola la legge contro la segregazione), allora dobbiamo attuare l’iscrizione in modo diverso, cambiando o ampliando le aree di iscrizione, ad esempio. Non può esserci una situazione in cui un gruppo, a causa del colore della pelle, si trovi in ​​”ghetti didattici” per richiedenti asilo arrivati ​​dall’Africa. Nella città più liberale di Israele, nel 21° secolo, è semplicemente incomprensibile”.

Il Ministero dell’Istruzione, nel frattempo, ha adottato un approccio diverso in risposta all’istanza. Non solo ammettono che nelle scuole di Tel Aviv esiste la segregazione, ma sostengono che questa segregazione è, in effetti, una buona cosa per i bambini. In un parere ufficiale presentato prima della seconda udienza in tribunale il mese scorso, l’ufficio del direttore scientifico del Ministero ha affermato che l’integrazione dei figli dei richiedenti asilo nelle scuole con bambini israeliani “danneggerà le loro radici culturali e familiari”. Porre fine alla segregazione, ha continuato, creerebbe “un’unificazione culturale in un senso che elimina e offusca l’identità e la comunità da cui provengono”.

Yekealo dice che questa è un assurdità. “Possiamo mantenere la nostra cultura, loro possono mantenere la loro cultura, ma imparando insieme i bambini possono condividere il meglio. Possiamo insegnare loro le nostre tradizioni e cultura in famiglia. Ma a scuola è un’altra cosa. I bambini dovrebbero imparare ciò che i docenti gli insegnano”.

Il Comune ha recentemente offerto agli avvocati una soluzione temporanea, per cui i figli dei genitori aderenti all’istanza che attualmente studiano dalla prima alla terza elementare possono essere integrati nelle scuole del nord e del centro della città, ma solo se il Ministero dell’Istruzione si assume gli oneri per il trasporto necessario per effettuare tale operazione. Gli avvocati e i genitori sono d’accordo, ma il Ministero ha rifiutato di fornire il trasporto.

L’impatto della segregazione

Michal Schendar lavora come organizzatore di comunità presso la Levinsky Garden Library. Dopo diversi anni, il personale e i volontari hanno iniziato a notare un drammatico deterioramento delle capacità di lettura e scrittura dei bambini che venivano a chiedere sostegno. Secondo Schendar, ha raggiunto un punto in cui circa il 70% dei bambini, compresi quelli prossimi alla fine della scuola elementare, erano in grave difficoltà. “Non riuscivamo davvero a capire quale fosse il motivo di questo cambiamento, quindi abbiamo iniziato a indagare e abbiamo lavorato a un rapporto per il quale abbiamo intervistato insegnanti, presidi, genitori e colleghi di altre organizzazioni”, spiega.

Il loro rapporto, pubblicato nel giugno 2020 in coordinamento con l’ASSAF, sostiene che il problema inizia anche prima che i figli dei richiedenti asilo entrino nella scuola dell’obbligo all’età di tre anni. “Tutto riconduce a quelle che la comunità chiama le ‘babysitter’: le scuole materne illegali che i bambini frequentano da zero a tre anni, dove non c’è esperienza, nessun programma e gli insegnanti non hanno formazione”, dice Schendar. “Quando i bambini raggiungono la scuola materna comunale all’età di tre anni e poi la scuola elementare all’età di sei anni, i divari di sviluppo sono già molto grandi. Anche l’insegnante più dotato non sarà in grado di occuparsi di 30 ragazzi contemporaneamente che non parlano ebraico e non sono preparati per la scuola elementare”.

I richiedenti asilo africani dormono vicino a una mostra fotografica di Activestills sulla lotta dei richiedenti asilo in Israele, Levinsky Park, Sud di Tel Aviv, 4 febbraio 2014. (Credito: Oren Ziv)

“Dobbiamo capire questa comunità di richiedenti asilo”, dice Hassin. “I loro genitori sono persone sfuggite alle atrocità nei loro paesi di origine, che hanno viaggiato attraverso il Sinai, si sono vendute gli organi, sono state violentate, sono state rapite, queste persone arrivano con dei seri traumi psicologici che non vengono curati perché non sono cittadini o residenti. Devono lavorare 24 ore al giorno dal momento del loro arrivo per poter sfamare le loro famiglie. Non hanno tempo per giocare con i loro figli. Non hanno tempo per raccontare storie. Quindi i loro figli giungono nel sistema scolastico con lacune terribilmente grandi”.

Dopo aver individuato le radici del problema, la Levinsky Garden Library e l’ASSAF hanno cercato di trovare delle soluzioni. Hanno parlato con esperti del mondo accademico, tra cui professori di educazione e sviluppo infantile, e hanno pubblicato le loro raccomandazioni in un secondo rapporto nel dicembre 2020. La conclusione è stata chiara: “Tutte le persone con cui abbiamo parlato hanno detto che ci sono molte cose da risolvere, ma la cosa più importante è assicurarsi che i bambini figli dei richiedenti asilo siano integrati con i bambini israeliani nei loro programmi educativi, tornando alle scuole materne e agli asili”, afferma Schendar.

“Naturalmente i bambini imparano dai loro insegnanti”, continua Schendar, “ma imparano meglio gli uni dagli altri e imparano l’ebraico nelle pause e quando comunicano con gli altri compagni di classe. Quando ci sono 30 bambini la cui lingua madre non è l’ebraico, sarà molto difficile per loro impararlo correttamente. Ciò influisce sul loro rendimento scolastico, ma porta anche a un senso di alienazione: questi ragazzi sanno benissimo che non vanno a scuola con bambini israeliani e questo può influire sulla loro autostima. Il messaggio fondamentale è: non sei integrato nella società israeliana e non vogliamo che tu faccia parte della società israeliana”.

La testimonianza di uno dei firmatari, una richiedente asilo di nome Lila Abdullah Ibrahim, illustra l’impatto che la segregazione scolastica ha avuto sul figlio di otto anni Amir: “Quando camminiamo per strada a volte indica qualcosa e mi chiede se è “solo per israeliani” e se non gli è permesso perché è di famiglia africana”.

Una soluzione globale

Per il dottor Marcelo Menahem Weksler, un esperto di pedagogia con decenni di esperienza nel lavoro con i bambini a rischio in tutti i settori della società, la riluttanza del Comune di Tel Aviv e del Ministero dell’Istruzione a integrare i bambini dei richiedenti asilo africani è un sintomo della  politica generale verso la collettività. “Non lo dicono esplicitamente, ma è perché nella loro mentalità i rifugiati sono qui solo temporaneamente, quindi nel frattempo daranno loro solo il minimo richiesto dalla legge”.

Un piano del governo israeliano per espellere con la forza decine di migliaia di richiedenti asilo sudanesi ed eritrei in Ruanda e Uganda è stato interrotto nel 2018 di fronte alle pressioni locali e internazionali. Ma fino ad oggi, l’approccio di Israele nei confronti della comunità è sempre stato quello di costringerli ad andarsene.  Nel 2017, ad esempio, Israele ha promulgato una legge che detrae il 20% dagli stipendi dei richiedenti asilo da inserire in un fondo a cui possono accedere solo dopo aver lasciato il Paese. La strategia ha avuto successo: dal 2015 oltre 30.000 richiedenti asilo eritrei e sudanesi hanno lasciato Israele per cercare rifugio altrove, a volte con conseguenze pericolose. Oggi ne rimangono solo 28.000.

Questa politica di coercizione non è l’unico fattore che spiega la persistenza della segregazione nelle scuole di Tel Aviv; c’è anche una forte resistenza da parte di alcuni genitori israeliani. “Ciò che motiva il sindaco Ron Huldai, che a mio parere è ragionevole presumere, è la pressione dei genitori che non vogliono vedere i rifugiati nelle scuole dei loro figli. Penso che in molte scuole i genitori siano contrari all’integrazione”, afferma Weksler.

All’inizio di quest’anno scolastico, ad esempio, un gruppo di genitori israeliani e attivisti di destra ha organizzato una protesta in risposta all’iscrizione di un piccolo numero di bambini figli di richiedenti asilo nelle scuole dei loro quartieri. Una degli attivisti presenti, Sheffi Paz, nota per aver molestato i richiedenti asilo e i loro bambini negli spazi pubblici nel sud di Tel Aviv, è stata arrestata nel dicembre 2020 per aver fatto irruzione in un asilo nido per i bambini dei richiedenti asilo. Nell’agosto 2021, le è stato vietato di entrare alla Knesset dopo aver chiesto l’esecuzione del parlamentare di Meretz Gaby Lasky per aver suggerito che Israele dovrebbe accettare i rifugiati afgani.

I residenti del Sud di Tel Aviv protestano contro l’integrazione dei figli dei richiedenti asilo e dei lavoratori migranti nel sistema scolastico del quartiere, Tel Aviv, 25 agosto 2021. (Tomer Neuberg/Flash90)

La proposta di Weksler, allegata all’istanza, è di attuare un approccio più misurato che risponda alle esigenze di tutte le parti interessate. “Ho suggerito di inserire lentamente piccoli gruppi di studenti nelle scuole del nord e del centro che siano disposti ad accoglierli, e di preparare in anticipo gli insegnanti su come accogliere i bambini rifugiati, quali cambiamenti devono essere apportati al metodo di insegnamento e come rafforzare il processo di integrazione sociale. Questo è l’unico modo per sghettizzarli: per portarli fuori e offrire loro una porta d’ingresso per integrarsi nella società israeliana”, spiega.

“Non sto parlando di un rapporto a pari numero o qualcosa del genere, ma di prendere piccoli gruppi da cinque a sette studenti e inserirli nella classe”, continua Weksler. “La paragono sempre alla legge sull’integrazione dei bambini con bisogni speciali, che dice che i genitori che vogliono integrare i propri figli nelle scuole regolari possono farlo. Sono sempre in minoranza e la scuola è preparata con qualcuno che li aiuta. Se c’è una legge sull’integrazione per i bambini con bisogni speciali, perché non c’è una legge sull’integrazione per i bambini rifugiati?”

Parlando prima della terza udienza della scorsa settimana, Hassin dell’ACRI non era convinto che il tribunale avrebbe raggiunto un verdetto definitivo in tempi brevi, soprattutto perché ha la capacità di trasferire il caso alla Corte Suprema. “Può anche respingere l’istanza, ma non credo che ci sia un giudice che vorrebbe apporre la firma e associare il proprio nome su una decisione che autorizza istituzioni educative separate per i bambini africani. Non so come si svilupperà, ma non c’è dubbio che non finirà qui e ora”.

“Nel frattempo”, continua, “cercheremo di spostare quanti più bambini possibile. Ma la domanda fondamentale all’ordine del giorno è se possono esistere istituzioni educative separate e la risposta secondo noi è no”.

Da parte sua, Yekealo attende con impazienza un futuro in cui i suoi tre figli possano sentirsi parte della società israeliana, ma teme per le loro prospettive se non saranno in grado di integrarsi a scuola. “L’istruzione è la strada principale, ma nulla è cambiato in questi tre anni di lotte. Se non sono educati bene, non vedo un futuro brillante per i miei figli in Israele”.

Ben Reiff è uno scrittore e attivista britannico. Twitter: @bentreyf.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Come i cristiani palestinesi vengono cacciati da Gerusalemme

La presenza cristiana palestinese a Gerusalemme è minacciata a causa della discriminazione istituzionalizzata, degli attacchi dei gruppi radicali israeliani e dei tentativi sistematici delle organizzazioni di coloni di impossessarsi delle proprietà della chiesa nella Città Vecchia.

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Di Alessandra Bajec – 13 gennaio 2022

I cristiani palestinesi a Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata e in Israele rischiano di scomparire di fronte ai tentativi sistematici di espulsione dalla Città Vecchia e da altre parti della Terra Santa.

Come ogni anno a Natale, i patriarchi cristiani e i capi delle Chiese hanno messo in guardia sul destino delle loro comunità nella regione.

In una campagna lanciata prima delle festività, a metà dicembre, i capi della chiesa di Gerusalemme hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando che “i cristiani sono diventati l’obiettivo di attacchi frequenti e sostenuti da parte di gruppi estremisti radicali” alludendo ai coloni israeliani di estrema destra che mirano a “ridurre”  la presenza cristiana.

Questi gruppi, denuncia il comunicato, “usano spesso subdole trattative e tattiche intimidatorie per sfrattare i residenti dalle loro case” e continuano ad acquisire proprietà strategiche nel quartiere cristiano, nella Città Vecchia, causando una riduzione della comunità cristiana.

La dichiarazione ha continuato descrivendo “innumerevoli incidenti” di aggressioni fisiche e verbali contro sacerdoti e altro clero, e attacchi alle chiese cristiane. Ha anche denunciato atti di vandalismo e profanazione di luoghi santi e proprietà della chiesa, e le continue intimidazioni nei confronti dei cristiani locali mentre praticano il loro culto e svolgono la loro vita quotidiana.

L’arcivescovo britannico di Canterbury Justin Welby in un tweet ha definito la dichiarazione della diocesi di Gerusalemme “senza precedenti”, e ha scritto un articolo con l’arcivescovo anglicano di Gerusalemme Hosam Naoum pubblicato sul Sunday Times, che delinea le pressioni che hanno portato a un esodo della comunità cristiana.

Hanno ricordato che un secolo fa c’erano circa 73.000 cristiani palestinesi in Terra Santa che rappresentavano almeno il 10% della popolazione totale e il 20% di quella di Gerusalemme, mentre nel 2019 nella Città Vecchia si contavano solo 2.000 cristiani, appena il 2% della popolazione.

“L’estremismo religioso è in aumento, ci sono sentimenti ostili all’interno della comunità ebraica verso i cristiani palestinesi”, ha detto Omar Haramy, direttore di Sabeel Jerusalem, un’organizzazione teologica popolare palestinese per la liberazione dei cristiani,

Gruppi locali ebraici con ideologie estremiste hanno compiuto per anni attacchi contro istituzioni cristiane a Gerusalemme e in altri luoghi. La Chiesa ortodossa rumena a Gerusalemme è stata vandalizzata durante la Quaresima nel marzo dello scorso anno.

Era la quarta volta che il luogo sacro veniva attaccato in appena un mese. Durante l’Avvento nel dicembre 2020, un vandalo ha dato fuoco alla Chiesa di Tutte le Nazioni nel Giardino dei Getsemani a Gerusalemme Est, il quarto attacco contro la chiesa.

Gli attacchi contro i siti cristiani sono in genere perpetrati da gruppi come Lehava e movimenti di “Price Tag” (Prezzo da Pagare), estremisti israeliani che agiscono come rappresaglia per qualsiasi politica vista come una minaccia al movimento dei coloni nei Territori Palestinesi Occupati.

La chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme (Getty Image)

Gli incidenti violenti sono in aumento a Gerusalemme, con almeno 24 attacchi alle chiese negli ultimi sei anni, secondo un rapporto pubblicato dall’ICOHS. C’è stato anche un numero crescente di segnalazioni di sacerdoti e fedeli locali che sono stati insultati, sputati o aggrediti.

Lo scorso maggio, tre coloni hanno aggredito e picchiato alcuni sacerdoti del Patriarcato armeno ortodosso mentre si recavano alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per pregare.

I membri delle diverse chiese della città sono regolarmente molestati dalle forze di sicurezza israeliane e subiscono restrizioni. Alla fine di aprile dello scorso anno, la polizia israeliana ha eretto barricate intorno alla Chiesa del Santo Sepolcro impedendo ai cristiani ortodossi di accedere al luogo santo.

Nel 2018, il parlamento israeliano ha introdotto un disegno di legge fiscale che consentirebbe al comune di Gerusalemme di modificare un’esenzione dall’imposta religiosa, con conseguente pesante tassazione sulle proprietà commerciali di proprietà della chiesa. I capi religiosi cristiani locali si sono lamentati, affermando che si trattava di una mossa per indebolire la presenza cristiana a Gerusalemme, e hanno chiuso al pubblico la Chiesa del Santo Sepolcro in segno di protesta per tre giorni.

Inoltre, ci sono stati tentativi da parte di organizzazioni di coloni per ottenere il controllo di proprietà della chiesa vicino alla Porta di Jaffa, l’ingresso principale dei quartieri cristiano e armeno. L’organizzazione sionista Ateret Cohanim lavora per popolare la Città Vecchia e altri quartieri di Gerusalemme Est con residenti ebrei, acquistando immobili da proprietari non ebrei.

La chiesa greco-ortodossa possiede circa un terzo della terra nella Città Vecchia e luoghi chiave intorno a Gerusalemme.

“I capi della Chiesa sono molto preoccupati per questo sviluppo. Lo vedono come un modo per minare la presenza cristiana a Gerusalemme e interrompere i pellegrinaggi”, ha detto Dorien Vanden Boer, responsabile politico per Israele e Palestina presso la Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo e la Solidarietà, CIDSE, una rete di organizzazioni cattoliche per la giustizia sociale.

Gli estremisti ebrei, con il sostegno delle autorità israeliane, stanno adottando misure e prendendo provvedimenti per cambiare l’identità e il carattere dei quartieri cristiani della Città Vecchia.

“Il governo israeliano e il comune di Gerusalemme hanno incoraggiato visite regolari e altre attività con pellegrini ebrei nell’area con l’intento di cambiarne il carattere demografico”, afferma il direttore di Sabeel Jerusalem Omar Haramy, attivista cristiano palestinese di lunga data e sostenitore della pace e della giustizia.

Ha specificato che le comunità cristiane a Gerusalemme Est sono influenzate negativamente dall’occupazione militare israeliana e dall’annessione illegale soprattutto in due modi che ne accelerano la fuga.

Primo, i gerosolimitani palestinesi pagano a caro prezzo la legge sul ricongiungimento familiare, che vieta ai cittadini palestinesi di Israele che sposano palestinesi della Cisgiordania o di Gaza di vivere all’interno di Israele, inclusa Gerusalemme Est, annessa illegalmente nel 1967.

Devono o trasferirsi nei territori occupati e perdere il loro documento di residenza a Gerusalemme o rimanere separati dai loro coniugi e mantenere il loro status di residenza, una misura israeliana volta a preservare una maggioranza ebraica rispetto ai palestinesi.

I cristiani, in quanto minoranza, sono particolarmente colpiti da questa legge in quanto devono scegliere i loro coniugi all’interno delle comunità più piccole.

Secondo, in quanto popolazione altamente istruita, i cristiani palestinesi lottano con servizi educativi inadeguati, poiché il governo israeliano ha continuamente ridotto i fondi per le scuole cristiane, con conseguente aumento delle tasse universitarie.

Le scuole ecclesiastiche, che un tempo fornivano istruzione gratuita ai gerosolimitani palestinesi e sostituivano la mancanza di assistenza ai palestinesi da parte del comune di Gerusalemme in molte aree, hanno visto un aumento della tassazione. Di conseguenza, molti cristiani si sono trasferiti fuori città per continuare la loro istruzione nelle scuole cristiane nella Cisgiordania occupata.

La mancanza di alloggi per i cristiani che vivono a Gerusalemme è un altro fattore che porta all’emigrazione dei cristiani. Inoltre, ai palestinesi di Gerusalemme vengono negati i permessi di costruzione per nuove case o l’ampliamento delle loro proprietà nella Città Vecchia e a Gerusalemme Est.

Secondo Omar Haramy, i cristiani gerosolimitani che sono finanziariamente gravati e privati ​​dei servizi essenziali hanno un maggiore incentivo a vivere nella Cisgiordania occupata, dove possono accedere a opportunità di lavoro attraverso le reti cristiane e sentirsi più integrati nella società palestinese.

Una recente ricerca condotta dal Centro Palestinese di Ricerca Politica e Statistica mostra che i cristiani costituiscono meno dell’1% della popolazione in Palestina. Recenti sondaggi stimano che dei 162.000 cristiani palestinesi residenti in Israele e Palestina nel 2020, la maggioranza vive all’interno di Israele (esclusa Gerusalemme Est) con i restanti 52.000 distribuiti in tutta Gerusalemme Est (10.000), Cisgiordania (40.000) e nella Striscia di Gaza (2.000).

Haramy ha aggiunto che i sionisti cristiani svolgono un ruolo dannoso nel diffondere la convinzione che Dio abbia donato la Terra Santa al popolo ebraico, compreso il tentativo di convincere la comunità cristiana palestinese dell’idea che è dovere di ogni cristiano sostenere lo Stato di Israele, e che tale sostegno comporterebbe un’accelerazione della seconda venuta di Gesù Cristo.

“Quelle persone cercano di infiltrarsi, dividere e indebolire la comunità cristiana, per i propri scopi mentre si nascondono dietro la religione”, ha detto. “Alimentando la paura e l’ignoranza”.

Citando un appello lanciato da Kairos Palestina nel 2020, Vanden Boer ha sottolineato come l’appello a cristiani, chiese e istituzioni ecumeniche abbia sfidato l’uso improprio della Bibbia attraverso la teologia cristiana sionista, che legittima “il diritto di un popolo a negare i diritti umani di un altro”.

Ma le azioni discriminatorie nei confronti dei cristiani di Gerusalemme non possono essere isolate dalle politiche di occupazione israeliane in corso contro le comunità musulmane e cristiane nei territori palestinesi. L’adozione da parte di Israele della Legge sullo Stato-Nazione nel 2018 ha legalizzato questa discriminazione istituzionale.

“Lo sforzo sistematico per espellere la comunità cristiana deve essere inquadrato nella più ampia politica israeliana di espropriazione nei confronti del popolo palestinese in generale”, ha sottolineato il responsabile politico del CIDSE.

Le autorità israeliane non adottano misure per proteggere le popolazioni locali non ebraiche, consentendo di fatto a gruppi estremisti israeliani di assaltare luoghi sacri e membri della chiesa.

Ha chiarito che la violenza dei coloni, pienamente supportata dallo stato israeliano, ha lo stesso obiettivo di espellere tutti gli abitanti nativi palestinesi dalle loro terre, impossessarsi delle loro case e continuare l’espansione degli insediamenti.

Alessandra Bajec è una giornalista indipendente attualmente residente a Tunisi.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org