Gli estremisti israeliani fanno comodo al governo

 

Amira Hass su Internazionale n° 1464 – 10/16 giugno 2022

Gli arabi stanno alzando la testa. Si stanno prendendo delle libertà”, si lamentava Efrat Raz, un’abitante dell’insediamento abusivo e illegale di Kida, in Cisgiordania, rivolgendosi al primo ministro israeliano Naftali Bennett. Dato che è stato ucciso durante l’operazione, sappiamo che suo marito Noam Raz faceva parte dell’unità antiterrorismo Yamam della polizia che il 13 maggio ha fatto un’incursione a Jenin, in Cisgiordania, e ha bombardato una casa mentre i suoi abitanti palestinesi, compresi undici bambini, dormivano all’interno. Gli uomini armati dell’unità hanno anche usato un uomo e sua figlia come scudi umani.

 

Quanti sono gli abitanti degli insediamenti illegali e degli avamposti abusivi che con entusiasmo, dedizione e allegria prestano servizio in unità che terrorizzano i bambini palestinesi e suscitano in loro dei traumi e una collera che dureranno per tutta la vita? Quante delle loro mogli – ed è ragionevole supporre anche loro stessi – pensano che “gli arabi stanno alzando la testa”? Quanti degli estremisti ebrei che hanno indossato le camicie bianche alla marcia degli orrori del 29 maggio a Gerusalemme sognano di lavorare nella squadra antiterrorismo?

Sarebbe importante saperlo se fossero questi estremisti a definire la politica in base alla quale l’esercito e le unità speciali hanno il compito di proteggere e consolidare l’opera di colonizzazione. Ma è vero il contrario: da più di cinquant’anni la corrente messianico-nazionalista è stata un comodo strumento nelle mani dei governi israeliani laici, che hanno lavorato per far avanzare il progetto sionista mentre si accaparravano quello che restava delle terre palestinesi, conquistate nel 1967.

Le camicie bianche – fin dai festeggiamenti in occasione di alcuni avvenimenti come il massacro dei fedeli palestinesi compiuto dall’estremista Baruch Goldstein a Hebron nel 1994 – non avrebbero prosperato se non avessero servito così bene gli obiettivi di tutti i governi sionisti e se non fossero rientrati nei loro piani.  Se non fosse stato per politici (esponenti dell’Internazionale socialista!) come Shimon Peres e Yigal Allon che li hanno incoraggiati, e che già dalle prime fasi progettarono la disintegrazione della Cisgiordania come spazio palestinese; se le forze armate israeliane non avessero demolito tre villaggi palestinesi a Latrun, espellendo i suoi abitanti, al tempo di Levi Eshkol e Moshe Dayan (rispettivamente premier e ministro della difesa durante la guerra del 1967); se la polizia non avesse ignorato per decenni la violenza delle sue “mele marce”; se l’esercito non avesse confiscato vaste aree della Cisgiordania per presunti scopi militari passandole ai coloni; se economisti, architetti e avvocati israeliani non avessero impedito lo sviluppo palestinese, prima e dopo gli accordi di Oslo.

Il problema è che gli strumenti, come il Golem di Praga o quello di Walt Disney, tendono ad alzare la testa. Lo abbiamo visto il 29 maggio durante la terrificante danza delle bandiere a Gerusalemme. Oggi sono 50mila le persone che hanno marciato nel cuore della Gerusalemme palestinese. Ieri hanno marciato a Hebron e lì hanno realizzato la visione di una città svuotata dei palestinesi. Domani saranno centomila. Anche i violenti avamposti creati dagli allevatori israeliani in Cisgiordania sono un marchio registrato di questa sacra estetica bianca. Come ha confermato il loro sostenitore Zeev Hever del movimento colonizzatore Amana, questi avamposti hanno occupato una quantità di terra palestinese due volte più grande dell’area rubata dagli insediamenti veri e propri. Quanta riusciranno a rubarne domani? Un territorio otto volte più grande, o solo sette volte?

Oggi sono in 2.600 gli ebrei devoti e danzanti che sono saliti sulla Spianata delle moschee/Monte del tempio, a Gerusalemme. Sono riusciti a sottrarre quasi completamente la moschea di Abramo/Tomba dei patriarchi, a Hebron, ai visitatori palestinesi. Domani saranno settemila. Quanti di loro firmeranno una petizione per costruire il Terzo tempio sui luoghi santi dell’islam a Gerusalemme?

E quando avranno una maggioranza democratica nella knesset, il parlamento israeliano? Non sembra esistere oggi nel mondo un adulto responsabile che dica apertamente: “Al diavolo, questa mutazione ebraica che si sta sviluppando lì in Medio Oriente – in altre parole, lo stato di Israele – è andata fuori di testa. Ha dato di matto, ha perso la ragione, è impazzita. A causa della sua potenza militare, nucleare e tecnologica, combinata con il fervore religioso, a causa della sua alleanza con gli Stati Uniti, questo deve preoccuparci. Molto”. Nel nostro mondo cinico, è ingiustificato aspettarsi che a un certo punto possa comparire un organismo internazionale, che quell’adulto responsabile possa alzarsi in piedi e agire per fermare questo processo, alla cui creazione i cittadini ebrei di Israele hanno partecipato a pieno titolo. fdl

PER NON DIMENTICARE SABRA E CHATILA

IN LIBANO DAL 12 AL 19 SETTEMBRE, AL VIA LE ISCRIZIONI  PER LA DELEGAZIONE ITALIANA

Partecipate – You are all mostly welcomed to join us!

Cari amici della Palestina,

la diaspora dei Palestinesi, causata dalla Nakba del 1948, resta una ferita profondissima e non sanata del mondo contemporaneo: metà di questo popolo è stato costretto a lasciare la sua terra, non ha il suo Stato e milioni di uomini e donne palestinesi vivono sparsi in diversi paesi del pianeta.

Oltre 400mila sono profughi in Libano dal 1948: le loro condizioni di vita sono terribili, aggravate nel corso degli anni dalle crisi economiche globali, dalle guerre che portano altri profughi anche nel Paese dei Cedri, ed inoltre, dalla spaventosa pandemia che ha colpito in modo più feroce, come sempre avviene, proprio gli ultimi della terra.

 

Quest’anno riprendiamo la consuetudine dei viaggi in Libano, interrotta proprio per la pandemia.

Come ogni anno dal 2001, si terrà in Libano (dal 12 al 19 settembre) la settimana di commemorazione delle vittime del massacro di Sabra e Chatila che sarà occasione di conoscenza, solidarietà e informazione.

Da oggi e fino al 10 luglio siamo pronti a raccogliere le adesioni e a formare una delegazione dell’Associazione “Per non dimenticare ODV”.

Nello spirito dei nostri fondatori, Stefano Chiarini e Maurizio Musolino, andremo a ricordare uno dei massacri più brutali che si ricordi, commesso nel 1982 dalle forze falangiste e da quelle israeliane contro persone inermi, e a denunciare le condizioni di vita dei profughi, l’ignavia della comunità internazionale nei confronti della Palestina, il crescente razzismo con cui i governi israeliani stanno tentando di cancellare la questione palestinese, sfruttando l’islamofobia dilagante e il disprezzo dello straniero nel mondo occidentale per ‘sfilarla’ dall’agenda internazionale.

E’ molto importante andare in Libano e conoscere la realtà di quel pezzo di umanità scacciata dalle proprie case nel 1947 e, dopo venti anni, nel 1967, rappresentata da uomini e donne che non sono potuti tornare indietro e che non possono guardare al futuro perché non hanno patria. Cittadini di serie B in un paese che li ospita malvolentieri.

Serve a capire la questione palestinese, la crudeltà delle detenzioni di massa (4600 palestinesi sono rinchiusi illegalmente nelle carceri israeliane, tra cui 31 donne e 172 minori, oltre a una decina circa di parlamentari), le sistematiche incursioni contro Gaza, la repressione in Cisgiordania, l’arroganza dello Stato sionista che continua nella politica di occupazione delle terre, di espansione delle colonie, di espulsione forzata dei Palestinesi da Gerusalemme Est.

Si conosce da vicino anche tutto questo andando in Libano, visitando i campi, parlando con le forze politiche e sociali, ricordando che il Diritto al ritorno è sancito dalla Legge internazionale.

E’ ancora più importante andare proprio quest’anno, quando ricorrono i quarant’anni dalla strage di Sabra e Chatila, per ribadire che noi NON dimentichiamo.

Perciò facciamo appello all’opinione pubblica italiana, ai democratici, agli uomini e alle donne di cultura, alle associazioni, ai politici, ai semplici cittadini, per formare una delegazione il più possibile numerosa e venire con noi e con altre delegazioni internazionali in Libano, dove i nostri compagni di Beit Atfal Assomoud sono già impegnati nella programmazione dell’evento, allo scopo di:

  • stare accanto ai Palestinesi durante le celebrazioni del 40° anniversario del massacro
  • conoscere la realtà di un popolo rifugiato
  • chiedere alle autorità e alle forze politiche libanesi, con le quali il nostro paese ha ottimi rapporti di cooperazione, che venga fatto ogni sforzo per consentire ai Palestinesi di avere una vita dignitosa
  • ricordare che il Diritto al Ritorno è sancito dalla legge internazionale ma disatteso
  • chiedere la fine delle aggressioni contro il popolo palestinese  e la fine dell’occupazione militare della Palestina
  • ripristinare lo status di città libera e multiconfessionale di Gerusalemme
  • denunciare l’ebraicizzazione di Israele, l’espandersi delle colonie, le politiche statunitensi e israeliane impegnate a realizzare sul campo il progetto neocoloniale del sionismo, eliminando il diritto al ritorno dei non ebrei e dei Palestinesi nati in quelle terre.

La nostra delegazione in Libano si impegna a denunciare tutto questo, i nostri silenzi, quelli dell’Occidente, dell’Europa, del nostro Governo.

Per queste ragioni vi chiediamo di comunicarci nel più breve tempo possibile la vostra intenzione di partecipare, per consentirci di organizzare al meglio la visita.

Contiamo anche quest’anno di essere numerosi.

L’ Associazione “Per non dimenticare ODV”

Recapiti utili:

  • Marta Turilli (340 9254858 – martaturilli@yahoo.it)
  • Mirca Garuti (339 3758378 – mirca_garuti@yahoo.it)
  • Goretta Bonacorsi (349 2124576 – gorettina@libero.it)