Noi israeliani passiamo tutta la vita a vedere i palestinesi solo come una minaccia

Anche se il nostro esercito a Gaza annienta intere famiglie, gli israeliani continuano a spazzare via l’umanità dei Palestinesi sotto un tappeto di giustificazioni poco convincenti relative alla sicurezza.

Fonte: english version

Di Yael Lotan – 31 maggio 2021

Immagine di copertina: Bambini palestinesi accendono candele durante una protesta vicino a edifici distrutti a Rafah, Gaza, 25 maggio 2021. (Abed Rahim Khatib/Flash90)

Avevo 18 anni quando vidi per la prima volta la Striscia di Gaza. Era il 2002, l’apice della Seconda Intifada, e mi ero arruolato nell’esercito israeliano come esploratore per il Field Intelligence Corps. L’area che dovevo monitorare era soprannominata il “berech” (in ebraico “ginocchio”) sul bordo nord-orientale della Striscia. Iniziavo ogni giorno zoomando avanti e indietro da una baracca in cui abitava una sola famiglia palestinese, osservando persone che non avevano quasi nulla. Li ricordo come il palmo della mia mano: una madre, un nonno e un bambino con luminosi occhi azzurri. Ogni notte, erano l’ultima cosa che vedevo prima di andare a dormire.

Allora, vedevo quella famiglia palestinese come un ostacolo, piuttosto che come esseri umani.I  Interferivano con il mio lavoro; i frutteti vicino al recinto, il loro misero sostentamento, ostruivano il mio campo visivo. Erano un ostacolo da eliminare. Ricordo quanto fosse facile e avvincente ripiegare su quella prospettiva militare, che riduce le persone in problemi e pericoli. È così che a noi israeliani viene insegnato a vedere Gaza, le sue case, la sua gente, i suoi bambini, come una costante minaccia alla sicurezza.

Questo è anche il modo in cui ogni azione israeliana a Gaza è giustificata, ognuna tracciando la linea rossa sempre più lontano. La guerra del 2014, che l’esercito israeliano aveva chiamato in codice “Operazione Margine Protettivo”, comportò la distruzione di grattacieli. L’ultimo attacco di questo mese, soprannominato “Operazione  Guardiano del Muro”, è iniziato bombardando quegli stessi edifici. I membri del gabinetto israeliano l’hanno chiamato “cambiare l’equazione” e questa equazione è cambiata SEMPRE nella stessa direzione.

L’operazione Piombo Fuso, la guerra di Gaza del 2008-9, ha ucciso 762 civili palestinesi, di cui 318 minorenni. Nel 2014, in appena un mese e mezzo, Protective Edge ha ucciso 1.372 civili, 528 dei quali minorenni, a un’ora di macchina da Tel Aviv – e quasi nessuno sembrava preoccuparsene.

Solo nei primi giorni dell’operazione a Gaza di questo mese, abbiamo ucciso Kussai (6 mesi), Adam (3), Zayid (8), Hanaa (15) e Yara (10); solo una, delle quindici famiglie che abbiamo cancellato dalla faccia della terra. L’esercito chiama questo “danno collaterale”. Questi bambini sono stati seppelliti senza lasciare dietro di sé nemmeno un’increspatura nella società israeliana, e sempre per lo stesso motivo: perché li vediamo come una minaccia piuttosto che come esseri umani. Anche un bambino di sei mesi.

Gli attacchi aerei israeliani alla fine hanno ucciso 65 bambini palestinesi in due settimane, bambini nati dall’altra parte della realtà in cui è nato mio figlio. Affinché i nostri figli abbiano un futuro libero da tale guerra, noi israeliani dobbiamo guardarci allo specchio e chiederci come siamo potuti diventare una società che accetta tali atrocità, rassegnandosi a “vivere con la spada”.

Troppe volte siamo stati testimoni non solo di quanto sia debole e poco convincente la logica della sicurezza di Israele, ma di come sia progettata per permetterci di continuare con le nostre vite, anche dopo che un’intera famiglia palestinese è stata cancellata. Troppe volte questa giustificazione ci ha permesso di ignorare come opera il controllo israeliano a Gaza, e cosa significhi per coloro che vivono sul lato oggetto delle nostre azioni e la cui unica colpa è il fatto di esistere.

Palestinesi partecipano ai funerali di 10 membri della famiglia Abu-Hatab, uccisi da un attacco aereo israeliano nel campo profughi di Al-Shati a Gaza City, 15 maggio 2021. (Atia Mohammed/Flash90)

Da giovane soldato, ho visto una famiglia palestinese svegliarsi ogni mattina. Ho visto un ragazzo giocare e un anziano palestinese che cercava di guadagnarsi da vivere. Ad un certo punto, diventa impossibile cancellare queste persone dalla tua coscienza, nasconderle sotto il tappeto delle giustificazioni della sicurezza. Cosa sta loro succedendo oggi? Quanti di loro sono sopravvissuti alle guerre precedenti?

Oltre alle innumerevoli voci e testimonianze dei palestinesi a Gaza, vale anche la pena ascoltare le testimonianze dei soldati che Israele ha inviato a Gaza nel 2014. Le cose che descrivono, gettano un’ombra nauseante sulle giustificazioni di sicurezza a cui ci siamo abituati. Descrivono i palestinesi che hanno continuato a vivere nei quartieri popolati che abbiamo bombardato nel 2014, quartieri che ci era stato assicurato fossero stati sgombrati da persone innocenti e che ci era stato detto che dovevano essere colpiti con proiettili di artiglieria.

Sono nato in una famiglia di militari. Sono stato educato ai valori del patriottismo israeliano e dell’amore incondizionato per Israele, nel bene e nel male. Avevo 18 anni quando mi sono arruolato. Sono passati diciotto anni da quando ho visto il ragazzo palestinese nella baracca oltre il recinto. Tra altri 18 anni, mio figlio neonato dovrebbe prendere parte attiva a questa stessa realtà. Non può essere che l’unico modo per lui di vivere qui ,sia soggiogare un’intera nazione – persone innocenti – per sempre. Mi rifiuto di accettare che questa sia l’unica opzione.

Yael Lotan è il vicedirettore di Breaking the Silence.

 

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org