Sfidare l’apartheid climatico di Israele in Palestina

In Palestina, il quadro di costruzione della pace ha plasmato programmi di cooperazione che depoliticizzano le questioni ambientali e climatiche e, quindi, non riescono a interrompere le pratiche coloniali dei coloni israeliani.

Fonte: english version

Di Muna Dajani – 30 gennaio 2022

Attraverso la sua partecipazione alla Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26) del 2021 e altre conferenze internazionali, l’Autorità Palestinese continua a promuovere un approccio statale al cambiamento climatico che alla fine blocca la legittima giustizia climatica e ambientale in Palestina. Infatti, la dirigenza palestinese ha ridotto la lotta di liberazione palestinese, intrinsecamente una lotta per la giustizia climatica e ambientale, a un fallito progetto di costruzione dello Stato sin dagli Accordi di Oslo del 1993.

La giustizia è raramente affrontata in questi congressi e conferenze internazionali, lasciando i palestinesi confinati nella logica dei donatori internazionali che cercano di gestire l’occupazione invece di fare pressione su Israele per porvi fine. La normalizzazione e la depoliticizzazione dell’apartheid climatico di Israele caratterizzano l’approccio esistente per affrontare le questioni climatiche e ambientali della Palestina e devono essere contrastate sia dai palestinesi che dai sostenitori della giustizia climatica internazionale.

Normalizzazione è depoliticizzazione dell’apartheid climatico 

In Palestina, il quadro di costruzione della pace ha plasmato programmi di cooperazione che depoliticizzano le questioni ambientali e climatiche e, quindi, non riescono a interrompere le pratiche coloniali dei coloni israeliani. Infatti, iniziative finanziate da donatori come EcoPeace e l’Istituto Arava hanno utilizzato per anni slogan come: “l’Ambiente Non Conosce Confini” e “Riunire le Persone”. Fondamentalmente, queste iniziative servono solo a ignorare quella che è chiaramente una situazione di apartheid climatico e a promuovere il cambiamento climatico come un’altra arena in cui la cooperazione e il dialogo sono la risposta sostitutiva ad un cambiamento politico radicale.

Le organizzazioni ambientaliste palestinesi e i loro alleati hanno a lungo criticato queste iniziative per la normalizzazione e la legittimazione dell’occupazione israeliana con il pretesto di: sviluppo sostenibile, costruzione di fiducia e rendere più verde l’ambiente. Hanno evidenziato che, normalizzando e depoliticizzando il cambiamento climatico, queste iniziative promuovono l’idea che i problemi ambientali possono essere risolti solo con la tecnologia e gli incentivi basati sul mercato.

Il cambiamento climatico, tuttavia, non è un fenomeno naturale; è aggravato da decisioni politiche ed economiche. Nel caso della Palestina, gli effetti del cambiamento climatico sono influenzati ed aggravati dal colonialismo dei coloni israeliani e dal furto di risorse naturali. Ma invece di sostenere i palestinesi nella loro lotta per garantire i loro diritti sull’acqua, per esempio, l’Unione Europea e altri donatori internazionali hanno sottolineato per decenni il potenziale delle soluzioni tecniche per aumentare la disponibilità di acqua e risolvere la “carenza d’acqua” in Palestina.

Nell’ambito degli attuali meccanismi di finanziamento del cambiamento climatico, questo modus dannoso prevale. Ad esempio, il Green Climate Fund (Fondo Verde per il Clima), un meccanismo finanziario multilaterale dell’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), sta attualmente sostenendo un progetto quinquennale incentrato sull’aumento della disponibilità di acqua per l’agricoltura sostenibile a Gaza attraverso l’uso delle acque reflue trattate. Questa è un’altra soluzione tecnologica che ignora e normalizza la realtà politica che Gaza deve affrontare a causa del paralizzante blocco e dell’assedio di Israele, che a sua volta la isola dal resto della Palestina in termini di risorse naturali e continuità geografica.

Queste pratiche colpiscono anche gli arabi al di fuori della Cisgiordania e di Gaza. Nel ratificare l’accordo di Parigi, Israele si è impegnato a ridurre del 25% le sue emissioni di gas serra del 2005 entro il 2030 e mira a raggiungere questo obiettivo sviluppando progetti di energia verde nelle alture occupate del Golan e nel deserto del Naqab, tra le altre aree. I residenti siriani del Golan (Jawlani) affrontano minacce al loro accesso alla terra e all’acqua a causa di un piano israeliano per sviluppare un progetto eolico su larga scala su ciò che resta dei terreni agricoli dei Jawlani. E a partire da gennaio 2022, Israele sta cacciando i palestinesi dalle loro case e terre nel Naqab come parte di un progetto per appiattire le dune e piantare alberi. Questo greenwashing (ecologismo di facciata) perpetua la depoliticizzazione e la normalizzazione di quella che è fondamentalmente la pulizia etnica dei palestinesi da parte di Israele.

Raccomandazioni

L’Intifada dell’Unità del 2021 ha portato rinnovati sforzi tra i palestinesi per sfidare la loro frammentazione forzata. Allo stesso modo, l’ambiente palestinese trascende i confini geopolitici e, quindi, il cambiamento climatico in tutta la Palestina deve essere inteso come una realtà intrinsecamente politica definita da decenni di colonialismo da parte dei coloni israeliani e dal furto di risorse naturali.

La ripoliticizzazione del clima e dell’ambiente e la sfida ai discorsi sulla costruzione della pace e sulla collaborazione sono passi cruciali per centralizzare la giustizia climatica all’interno della mobilitazione popolare palestinese. Per farlo:

• La comunità dei donatori dovrebbe cessare di sostenere i progetti di normalizzazione verde che ignorano la realtà politica e le disparità di potere tra palestinesi e israeliani.

• La dirigenza palestinese e la comunità dei donatori dovrebbero invece investire nella difesa basata sulla giustizia delle organizzazioni della società civile palestinese, come PENGON e Al Haq, che stanno sensibilizzando e mobilitando per la giustizia ambientale, idrica e climatica intersezionale.

• I sostenitori della giustizia climatica palestinese dovrebbero sfidare gli approcci tecno-gestionali delle conferenze internazionali come la COP e i relativi meccanismi di finanziamento per il clima.

• Gli attivisti locali e internazionali per il cambiamento climatico dovrebbero concentrarsi sull’affrontare le ingiustizie storiche e ambientali in Palestina per ritenere Israele responsabile del furto delle risorse naturali dei palestinesi.

• La dirigenza palestinese e la comunità internazionale dovrebbero sostenere la mobilitazione di risorse locali, nazionali e internazionali per fare pressione su Israele affinché riconosca e si impegni ad aderire ai diritti palestinesi su acqua e terra.

 

Muna Dajani ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Geografia e Ambiente presso la Facoltà di Economia di Londra. La sua ricerca si concentra sulla documentazione delle lotte per l’acqua nelle comunità agricole durante il colonialismo dei coloni. È Ricercatrice Associata Senior presso il Centro Ambientale Lancaster dove lavora a un progetto intitolato “Transformations to Groundwater Sustainability” (Trasformazioni per la Sostenibilità Delle Acque Sotterranee – T2GS), esplorare le iniziative di base della governance globale intergenerazionale delle acque sotterranee. Ha contribuito a numerosi studi sull’idropolitica dei bacini dei fiumi Giordano e Yarmouk. Ha anche co-diretto un progetto di collaborazione che documenta la storia dell’occupazione del Golan siriano attraverso lo sviluppo di un portale di conoscenza online con memorie collettive della lotta popolare che ha avuto luogo lì.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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