Come non combattere l’antisemitismo

La risposta adeguata all’antisemitismo è aumentare la solidarietà con altri gruppi oppressi, non chiedere sostegno al sionismo.

Fonte: English version

Di Jonathan Kuttab – 28 dicembre 2022

Immagine di copertina: Manifestanti portano una bandiera israeliana mentre attraversano il ponte di Brooklyn per sostenere la marcia di solidarietà No Hate No Fear (Nessun Odio Nessuna Paura) il 1° gennaio 2020. (Foto: Ira L. Black / Getty Images)

L’antisemitismo è una forma malvagia di razzismo, fanatismo e discriminazione. Ha avuto una lunga e violenta storia di odio e persecuzione verso il popolo ebraico in molti Paesi e per molti secoli. Alcuni hanno fatto risalire gran parte di ciò a false teologie e all’ostilità dei cristiani verso gli ebrei, che furono accusati della responsabilità dell’uccisione di Gesù e che sono stati emarginati per non averlo riconosciuto come loro Messia. Questa ostilità ha portato l’occidente cristiano alle persecuzioni in Russia e nell’Europa orientale, alle devastazioni dell’Inquisizione in Spagna e infine all’Olocausto in Germania. Era facile fare degli ebrei un capro espiatorio per tutti i problemi della società e inventare nefande teorie del complotto sulla loro responsabilità nel controllo e manipolazione della società grazie al loro potere e denaro. Ha anche paradossalmente portato all’accettazione del sionismo come risposta per fornire un rifugio sicuro agli ebrei dalla persecuzione per mano di un Occidente impenitente che ha rifiutato di riconoscere l’umanità degli ebrei e di garantire loro un’autentica uguaglianza e accettazione come cittadini all’interno dei diversi Paesi in cui hanno vissuto.

Io, come molti altri cristiani, ho sempre sostenuto che l’antisemitismo è un peccato che dovrebbe essere apertamente condannato e combattuto. La recente ondata di antisemitismo, incoraggiata dal trumpismo, dal nazionalismo cristiano e dall’allentamento degli standard da parte di Twitter e di altri social media, è motivo di grave preoccupazione. Ha portato alla violenza e alla perdita di vite umane (come abbiamo visto nel feroce attacco alla Sinagoga dell’Albero della Vita). Purtroppo, nonostante il pubblico ripudio, l’antisemitismo è vivo e vegeto e si nasconde appena sotto la superficie in questo Paese, e deve essere apertamente denunciato e combattuto con forza.

Tuttavia, mi vengono in mente due modi sbagliati per combattere questo antisemitismo antiebraico.

Il primo è confondere l’antisionismo con l’antisemitismo. Coloro che lo fanno rendono un disservizio alla lotta all’antisemitismo. I palestinesi nutrono un’autentico risentimento contro il sionismo e le massicce violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale commesse da uno Stato israeliano sempre più apertamente fascista e intollerante.

La resistenza al sionismo e la ricerca della giustizia per i palestinesi non ha nulla a che fare con l’antisemitismo. Più chiaramente, gli orrori dell’Olocausto non danno il diritto alle sue vittime di opprimere un altro popolo. Non giustifica né scusa in alcun modo le ingiustizie commesse da Israele, o un sistema che prevede privilegi e supremazia ebraici a spese dei palestinesi. È controproducente equiparare i progressisti le cui politiche su Israele/Palestina non piacciono agli estremisti e ai razzisti che gridano “gli ebrei non ci sostituiranno”. I progressisti autentici che hanno da sempre una storia di lotta contro il razzismo vengono improvvisamente denigrati come antisemiti se osano sposare la causa palestinese. I tifosi marocchini sono stati etichettati come antisemiti dalla TV tedesca per aver issato la bandiera palestinese durante i Mondiali di calcio. Marc Lemont è stato licenziato dalla CNN come antisemita per aver usato la frase “Palestina libera dal Fiume al Mare”.

Potrebbero esserci delle vestigia di antisemitismo a sinistra, e dovrebbero essere affrontate ed eliminate, ma non è la stessa cosa dell’antisemitismo tossico e violento della destra. Inoltre, vediamo come evidenti antisemiti, dall’Ungheria agli Stati Uniti, cerchino di essere scagionati dal proprio razzismo e antisemitismo mostrando sostegno al sionismo e a Israele e alle sue politiche. Chiudere un occhio su questi individui e dare loro un lasciapassare gratuito non è il modo per combattere l’antisemitismo.

Il secondo errore che si commette spesso nella lotta all’antisemitismo è quello di concentrarsi esclusivamente sull’antisemitismo come fenomeno unico e separarlo dal contesto della lotta contro ogni forma di fanatismo e discriminazione che affligge la nostra società. In particolare, il razzismo anti-musulmano e anti-palestinese, così come il continuo razzismo contro le persone di colore, sono questioni altrettanto serie che devono essere affrontate.

È vero che il fanatismo antiebraico ha avuto una storia lunga e riprovevole, ma la comunità ebraica negli Stati Uniti oggi si trova in una posizione diversa. Gode ​​di un migliore accesso agli strumenti per combattere quel fanatismo e alle tutele legali e pubbliche che la maggior parte delle altre minoranze vulnerabili non ha. La lotta contro il fanatismo e la discriminazione deve basarsi fermamente sull’uguaglianza di principio e sulla dignità umana. Deve fondarsi su un’autentica uguaglianza in una società democratica pluralistica e non può essere essa stessa percepita come un altro aspetto del privilegio.

Senza in alcun modo minimizzare il reale pericolo dell’antisemitismo, che continua ad affliggere la società americana, ribollendo sotto la superficie mentre gli viene data legittimità in certi ambienti, non può essere combattuto come un male singolare e unico. La lotta contro il fanatismo antiebraico deve essere combinata con una lotta vigorosa contro tutte le forme di razzismo, incitamento all’odio e crimini d’odio. Il sostegno ebraico ai diritti dei palestinesi da parte di ebrei progressisti ha fatto di più per combattere l’antisemitismo nelle comunità arabe e musulmane di quanto qualsiasi forma di moralismo o educazione avrebbe potuto ottenere.

A parte questo, sa di ipocrisia. Non solo sfida la credibilità della lotta contro l’antisemitismo, ma rischia anche di rafforzare lo stesso male che stiamo combattendo. Riuscire a reprimere e punire le espressioni di fanatismo antiebraico in modo esemplare (senza collocarle nel contesto della lotta al fanatismo contro tutti i gruppi perseguitati) rischia di rafforzare le convenzioni comuni sul subdolo “controllo” ebraico, così come le teorie del complotto sul loro enorme potere sulla stampa, i media o il governo. Altrimenti come spieghiamo che altre forme di razzismo anti-musulmano e anti-palestinese non comportano alcun costo o sanzione?

La risposta adeguata per episodi di antisemitismo, come un attacco a un’istituzione ebraica o ai cimiteri, per esempio, è aumentare la solidarietà con altri gruppi oppressi, senza chiedere loro di sostenere Israele o il sionismo come condizione per la cooperazione. Se gli antisemiti marciano in una città, la risposta adeguata è una marcia ancora più grande di gruppi diversi, preferibilmente che si concluda in una moschea o in un centro comunitario che sostiene il movimento BlackLivesMatter, costituendo un fronte unito nel ridicolizzare e stigmatizzare il fanatismo e il razzismo e affermando effettivamente che siamo uniti nel combattere ogni forma di razzismo.

Ancora una volta, senza in alcun modo sminuire la minaccia del fanatismo antiebraico, dobbiamo cercare una risposta che affermi la dignità umana di tutti e che condanni in egual misura il razzismo e la discriminazione in tutte le sue forme. Questo dovrebbe essere relativamente facile perché coloro che odiano gli ebrei di solito odiano anche gli arabi, i musulmani e le persone di colore.

Jonathan Kuttab è un avvocato palestinese e attivista per i diritti umani. È membro degli Ordini degli Avvocati di New York, Palestina e Israele. È il direttore esecutivo di Friends of Sabeel North America (Amici di Sabeel Nord America – FOSNA) oltre che fondatore di una serie di organizzazioni per i diritti umani tra cui Al Haq, la principale organizzazione palestinese per i diritti umani, l’Istituto Mandela per i prigionieri palestinesi e l’Holy Land Trust (Fondo Fiduciario Terrà Santa). È anche membro del Bethlehem Bible College Board of Trustees e Nonviolence International (Consiglio del Collegio Biblico Internazionale di Fiduciaria e Nonviolenza di Betlemme), ed è attivo in molte altre organizzazioni della società civile in Palestina e a livello internazionale. È un’autorità riconosciuta in materia di diritto internazionale, diritti umani e affari palestinesi e israeliani.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org