La storia ci dice perché Israele non sconfiggerà Gaza

Israele non ha alcuna opzione militare a Gaza e coloro che sostengono qualunque strategia militare abbia in mente Tel Aviv si stanno illudendo.

Fonte: English version

Di Ramzy Baroud – 14 novembre 2023

Immagine di copertina: Una colonna di fumo si alza durante il bombardamento israeliano a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. 14 novembre 2023 (File/AFP)

Le discussioni in corso sugli obiettivi militari israeliani a Gaza si concentrano in gran parte sulla questione se Israele stia pianificando una rioccupazione militare della Striscia a lungo o a breve termine. Gli stessi israeliani stanno alimentando questo dibattito, con il 41% di loro che vorrebbe lasciare Gaza dopo la guerra e un altro 44% che vorrebbe che il territorio rimanesse sotto il controllo israeliano.

Queste cifre, rivelate in un sondaggio d’opinione condotto dall’Istituto Lazar e pubblicato dal quotidiano Maariv venerdì scorso, riflettono una reale confusione riguardo allo status giuridico di Gaza, anche nelle menti degli stessi israeliani. In verità, Israele rimane la Potenza Occupante a Gaza, insieme al resto della Palestina, nonostante il piano di “ridispiegamento” dalla piccola e impoverita regione nel settembre 2005.

Allora gli israeliani si erano convinti di non essere più gli occupanti della Striscia e, quindi, di non esserne più responsabili secondo il diritto internazionale, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma si sbagliano, anche se Tel Aviv ha dichiarato il 21 settembre 2005, l’ultimo giorno del suo ritiro, che Gaza era diventata un “territorio straniero”. Quasi esattamente due anni dopo, questo presunto territorio straniero veniva dichiarato “territorio ostile” e quindi soggetto alle ire dell’esercito israeliano nel caso non rispettasse la sovranità israeliana o se rappresentasse una minaccia per il territorio israeliano.

Il diritto internazionale, tuttavia, non è vincolato alle definizioni israeliane. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente rilasciato dichiarazioni in cui insistono sul fatto che Gaza rimane un Territorio Occupato. Inoltre, le recinzioni e i muri che separano Gaza da Israele non sono regioni di confine definite a livello internazionale, come designato dall’accordo di armistizio del 1949 tra Israele, Egitto e altri Paesi arabi in seguito alla Pulizia Etnica della Palestina nel 1948.

Pertanto, le accese discussioni israeliane sull’Occupazione o meno di Gaza dopo la guerra sono controverse; Gaza non è mai stata liberata per essere rioccupata.

Che Israele accetti o meno questa logica ovvia ha poca importanza, dal momento che sono le istituzioni giuridiche internazionali, come l’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia e altre, ad avere l’autorità e la responsabilità di applicare e far rispettare tali conclusioni.

Tuttavia, occorre ricordare a Israele alcune questioni urgenti.

Innanzitutto, riprendere l’assedio di Gaza non risolverà i problemi di Israele. Dopo tutto, è stato l’assedio ermetico, in cui i palestinesi sono stati “messi a dieta” ma non veniva loro permesso di morire, secondo l’alto consigliere del governo israeliano Dov Weissglas nel 2006, a fornire la motivazione principale alla necessità di Gaza di Resistere.

Secondo, è stata proprio quella Resistenza a costringere Israele a ridispiegarsi dalle aree popolate di Gaza, portando allo spietato assedio che è in atto da quasi 17 anni.

Queste date ed eventi sono spesso trascurati dai media convenzionali perché disturbano la narrativa israeliana riguardo alla guerra. Nei media occidentali, ad esempio, è normale evidenziare il settembre 2005, anche se qui il “ridispiegamento” di Israele è percepito come un “ritiro”, e il 7 ottobre di quest’anno, data dell’attacco di Hamas al Sud di Israele, come le date e gli eventi più significativi e meritevoli di attenzione. Mentre il primo viene utilizzato per scagionare Israele, il secondo viene utilizzato per accusare i palestinesi.

Ma i palestinesi, e chiunque sia interessato al vero contesto di questa guerra, non dovrebbero sentirsi vincolati da questa logica.

Inoltre, dovremmo ricordare che la maggioranza dei palestinesi a Gaza sono discendenti di profughi palestinesi che furono espulsi dalle loro case e dai loro villaggi nel 1948. Essi, giustamente, continuano a considerarsi profughi aventi diritto al diritto al ritorno, come sancito nella Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Un’altra data da ricordare è il giugno 1967, quando Israele occupò ciò che rimaneva della Palestina storica: Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza. Ciò è stato fondamentale, poiché ha rappresentato un cambiamento storico e sconvolgente nel rapporto di Israele con i palestinesi, che successivamente sono diventati vittime sia del colonialismo dei coloni israeliani che dell’Occupazione Militare.

L’Occupazione Militare israeliana ha inaugurato una nuova forma di Resistenza Popolare in Palestina, in cui i palestinesi comuni e oppressi si confrontano quotidianamente con i soldati israeliani. Gli strumenti di quella Resistenza, dal 1967 al 2005, si basarono in gran parte sulla disobbedienza civile, sugli scioperi popolari, sulle proteste di massa e sul lancio di pietre. Ma ciò bastò comunque a cacciare l’esercito israeliano da Gaza, ponendo così fine al controllo quotidiano della Striscia in cambio di una nuova fase di Occupazione Militare.

L’ultimo giorno del ridispiegamento israeliano, decine di migliaia di palestinesi sono scesi in piazza nel centro di Gaza subito dopo mezzanotte per affrontare i soldati israeliani mentre evacuavano l’ultima base militare. Senza un previo coordinamento, i giovani di Gaza volevano mandare il messaggio all’esercito israeliano che non erano i benvenuti a Gaza, nemmeno nelle ultime ore del ridispiegamento.

Gli israeliani dovrebbero riflettere su questa storia. Dovrebbero anche ricordare che la corsa israeliana per fuggire da Gaza, sotto la guida del famigerato Generale militare diventato Primo Ministro Ariel Sharon, ebbe luogo quando i palestinesi non avevano milizie e poche armi. La loro Resistenza armata consisteva principalmente di gruppi mal organizzati, sostenuti dalla furia di centinaia di migliaia di palestinesi esasperati, occupati e oppressi.

Se Israele ritorna a Gaza per rimanere, la sfida di governare la Striscia ribelle sarebbe molto più grande. La popolazione di Gaza è aumentata in modo esponenziale dal 2005. Inoltre, il più debole dei gruppi combattenti di Gaza comanda migliaia di uomini pronti a combattere e morire per tenere fuori gli israeliani.

Ancora più importante è che Israele in precedenza non è riuscito a governare Gaza, anche se ci ha provato per quasi quattro decenni. Se decidesse stupidamente di ritornare, dovrebbe vedersela con una Gaza raddoppiata: una popolazione ribelle e agguerrita e decine di migliaia di combattenti.

La verità è che Israele non ha alcuna opzione militare a Gaza e coloro che sostengono qualunque strategia militare abbia in mente Tel Aviv si stanno illudendo.

L’unica soluzione per Gaza è la stessa soluzione adottata per il resto dei Territori Occupati: una chiara comprensione del fatto che il vero problema non è il “terrorismo palestinese” o la militanza, ma l’Occupazione Militare israeliana, l’Apartheid e l’Assedio incessante.

Se Israele non porrà fine alle sue azioni illegali in Palestina, portando alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia per il popolo palestinese, la Resistenza, in tutte le sue forme, continuerà senza sosta.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org