Dure condizioni e abusi nelle carceri di sicurezza israeliane dove i palestinesi sono detenuti a causa di post sui social media

Jamal, un laborioso padre di una grande famiglia di Haifa, è detenuto nel carcere di sicurezza di Megiddo da oltre un mese dopo essere stato accusato di sostegno al terrorismo per una poesia che ha pubblicato su Facebook.

Fonte: English version

Yoav Haifawi – 15 novembre 2023

Immagine di copertina: Prigione israeliana (Foto: Wikimedia)

Ieri avevo concluso il mio articolo con parole di speranza. Sembrava giunta infatti al termine la vicenda dei due attivisti palestinesi, ‘Assaf di 28 anni e Ran di 24 anni, arrestati domenica 12 novembre perché sospettati di aver disegnato dei graffiti in solidarietà con la popolazione di Gaza ad Haifa. Lieto fine. La pubblica accusa ha esaminato il contenuto dei graffiti e ha deciso che non contenevano “incitamento” (qualunque cosa potesse essere) o “identificazione con un’organizzazione terroristica”. Lunedì e martedì i due giudici di custodia cautelare hanno concordato di prolungare la loro detenzione solo per un giorno (ogni volta) e hanno citato una decisione dell’Alta Corte che dichiara che la solidarietà con la sofferenza del popolo di Gaza non è un reato. Ho terminato il rapporto con le parole: “Il giudice ha concluso che l’interrogatorio stava per esaurirsi ed è stato rinviato a domani”.

Oggi abbiamo aspettato fino a mezzogiorno solo per sapere se la polizia avrebbe chiesto un’altra custodia cautelare. Lo ha fatto. Un piccolo gruppo di familiari e amici si è riunito nel tribunale di custodia cautelare dove gli avvocati Afnan Khalifa e Tamim Shihab hanno chiesto il rilascio della coppia. La polizia ha affermato di avere dodici nuove “attività investigative” che intende svolgere, di cui tre che i sospettati potrebbero inquinnare se venissero rilasciati. In questa fase tutto il materiale dell’indagine è ancora segreto, ma dalle risposte del pubblico ministero agli avvocati della difesa si è capito che si riferivano alla raccolta di testimonianze di possibili testimoni oculari che la polizia ancora non conosce ma hanno detto che potrebbero essere in grado di individuarne alcuni.

Gli avvocati della difesa ci hanno spiegato che si tratta di un noto sporco trucco dell’accusa: inventare misure investigative illusorie per mantenere i sospettati in prigione. Il vero obiettivo è incriminarli mentre sono ancora in prigione. Se riescono a concludere le indagini e a presentare un atto d’accusa mentre gli imputati sono ancora in carcere, possono richiedere la custodia cautelare fino alla fine del processo. Ciò significherebbe un lungo periodo in prigione…

Il giudice Ihsan Halabi, che ha trascorso molti anni come pubblico ministero e giudice nei tribunali militari dell’occupazione, non è rimasto colpito dalla richiesta dell’accusa. Ha concluso che, poiché l’accusa ha deciso che non vi è stata istigazione, i reati ancora rilevanti, vandalismo di edifici e comportamenti che possono violare l’ordine pubblico, non meritano una detenzione prolungata. Ha dato alla polizia un’ultima possibilità di interrogare altri testimoni fino alle 18:00. e ha ordinato il rilascio dei detenuti entro quell’ora.

Ravvivare il fantasma della “pericolosità”

La polizia ha sfruttato le poche ore rimaste per presentare ricorso. L’udienza è stata tenuta alle 16:30 davanti a un giudice di nome Ariyeh Ne’eman nel tribunale distrettuale di Haifa. Ancor prima dell’inizio dell’udienza, il giudice ha chiarito che avrebbe accolto il ricorso e avrebbe confermato la detenzione.

L’avvocatessa Khalifa, che rappresentava entrambi i detenuti in questa udienza, aveva tra le mani un dilemma impossibile. Poteva involontariamente “acconsentire” alla custodia cautelare, dando legittimità alle affermazioni dell’accusa, nella speranza di evitare parole dure da parte del giudice. Oppure poteva presentare il suo caso a un giudice che non mostrava alcuna intenzione di ascoltarlo e correre il rischio che la sua decisione potesse influenzare negativamente le prossime udienze

Ha provato allora a consultare i detenuti, che erano “virtualmente presenti” solo attraverso il cellulare della polizia, ma loro non riuscivano a sentirla. Erano scioccati e terrorizzati dall’idea che sarebbero stati rimandati nelle prigioni militari dove erano detenuti e non riuscivano a comprendere le considerazioni tattiche del loro avvocato. Alla fine, Khalifa, non pronta a scendere a compromessi in nome dei suoi clienti, ha  rinunciato alla causa, ma senza alcun risultato.

Nella sua decisione, il giudice Ne’eman, come temevamo, ha ricondotto l’intero caso nel quadro politico della grande guerra che ora infuria ovunque tra Israele e palestinesi. Dettagliando le giustificazioni della custodia cautelare, ha scritto:

“C’è anche il motivo della pericolosità: sebbene i reati imputati agli intervistati siano atti di vandalismo immobiliare e comportamenti idonei a violare la quiete pubblica, si tratta tuttavia di iscrizioni spray, alcune delle quali esprimono identificazione in relazione alla guerra in corso. Sebbene lo Stato stesso abbia esaminato il caso e sia giunto alla conclusione che non c’è nulla nelle scritte spruzzate che costituisca incitamento o sostegno al terrorismo. Tuttavia, non è possibile separare il reato stesso imputato agli imputati (…) dal contenuto degli scritti e dalle circostanze. In considerazione dei tempi duri, della guerra che affligge la nostra regione, della situazione della sicurezza, tutto ciò è rilevante e dovrebbe essere preso in considerazione e soppesato quando si considera il motivo della pericolosità”. (citato dal protocollo della corte.)

Questa “pericolosità” onnicomprensiva che viene attribuita ai palestinesi nei tribunali israeliani è la parola in codice che apre le porte dell’inferno. Ciò significa che gli accusati, a prescindere da ciò che hanno effettivamente fatto, dovrebbero essere soggetti alla furia dei colonizzatori.

Segnalazioni di abusi

‘Assaf è stato detenuto nella prigione di “sicurezza” di Megiddo, e Ran è stata detenuta con donne palestinesi prigioniere di “sicurezza” nel centro di detenzione di Ha-Sharon, vicino a Natanya. Oggi entrambi sono stati portati alla stazione di polizia di Haifa per ulteriori interrogatori. Poiché al momento erano trattenuti dalla polizia, potevano solo “partecipare” alle udienze tramite WhatsApp, una pratica comune “in questi tempi difficili”.

Nell’udienza d’appello, appena apparsi sullo schermo del cellulare, entrambi si sono lamentati emotivamente delle dure condizioni nelle carceri di “sicurezza”. Hanno detto che non avevano acqua potabile pulita e dovevano bere acqua sporca, che causava loro vomito, mal di stomaco e mal di testa. Hanno chiesto di ricevere acqua pulita e di essere visitati da un medico.

Quando il giudice ha iniziato a scrivere la sua decisione e loro hanno capito che sarebbero stati rimandati nelle prigioni di sicurezza dove erano stati detenuti prima, Ran è scoppiata in lacrime, implorando per la sua vita. Ha detto che le guardie carcerarie di Ha-Sharon minacciano di stupro le donne detenute. Ha detto di aver incontrato molte prigioniere che avevano gravi segni di percosse sugli arti e che le guardie hanno minacciato di picchiare anche lei.

Il pubblico ministero ha obiettato che le sue denunce sarebbero state scritte nel protocollo. Ha detto che è contro la procedura convenzionale che un detenuto parli dopo che il giudice ha iniziato a scrivere la sua decisione. Ma il giudice ha permesso che fosse scritto. Per lui era solo una formalità, niente di cui preoccuparsi.

Alla fine della sua decisione, ha scritto:

“Mi è stato presentato dal loro avvocato il fatto che gli intervistati avanzano pretese riguardanti le condizioni nel centro di detenzione come sopra descritto. Incarico l’autorità penitenziaria di verificare le richieste e di rispondere di conseguenza, inclusa la loro richiesta di vedere un medico, il tutto in conformità con le procedure dell’autorità penitenziaria”.

Alla ricerca di Jamal

‘Assaf e Ran sono molto fortunati rispetto agli altri prigionieri. I reati loro attribuiti sono di lieve entità. Provengono dalla comunità degli attivisti e hanno amici e familiari che seguono il caso. Nella Palestina del ’48, dove i palestinesi sono formalmente cittadini di Israele, ci sono molti prigionieri in situazioni molto più difficili.

Ho un amico del quartiere, un padre laborioso di una grande famiglia di nome Jamal (nome di fantasia),  del quale sto cercando di seguire il caso. La mattina del 7 ottobre, come molti altri, si è svegliato con le immagini dei palestinesi esultanti di Gaza che facevano cadere i muri che li avevano imprigionati per decenni. Ha pubblicato alcuni versi di una poesia sulla sua pagina Facebook, elogiando il rovesciamento del confine. Quando è venuto a conoscenza degli eventi sanguinosi che sono seguiti, ha prontamente rimosso il post.

Alcuni giorni dopo, è stato arrestato e accusato di sostegno al terrorismo. Aveva un avvocato israeliano dell’ufficio del pubblico difensore dello Stato che non capiva nemmeno l’arabo. Solo poche settimane dopo, dopo essere stato incriminato, l’ufficio del pubblico difensore gli ha trovato un avvocato arabo. Anche lui è detenuto nel carcere di Megiddo. Mentre assisteva virtualmente alle udienze in tribunale, si è lamentato delle dure condizioni e del pestaggio sistematico dei prigionieri. Nell’ultima udienza, poiché la sua detenzione era stata rinviata per più di un mese, ha detto che non sarebbe sopravvissuto.

Gli avvocati difensori d’ufficio non si preoccupano di visitare gli imputati che rappresentano. Jamal è a Megiddo già da più di un mese e non ha incontrato un avvocato nemmeno una volta. Ho chiesto ad un amico avvocato di fargli visita. Sua madre ha firmato il modulo necessario e l’avvocato ha chiesto ufficialmente di poterlo visitare. Sono passati più di dieci giorni e non ha ancora ricevuto nessuna risposta.

L’ultima volta che ho parlato con l’avvocato, mi ha parlato di un altro prigioniero di Megiddo che aveva chiesto di visitare e, dopo più di due settimane, la risposta era stata che le autorità responsabili stavano “ancora verificando” se potevano consentire tale visita. Ha presentato denuncia al tribunale, ma non sa quando verrà presa in considerazione

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” – Invictapalestina.org.