“Abbiamo vissuto di peggio ” la resilienza palestinese continua di fronte al COVID-19

Come nel resto del mondo,  dove il governo fallisce sono i cittadini comuni  che si danno da fare per alleviare il dolore e le difficoltà della loro comunità.

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Yumna Patel – 31 marzo 2020

Immagine di copertina: poliziotti palestinesi  vigilano affinché le persone rimangano nelle loro case come precauzione contro la diffusione di COVID-19, nella città di Nablus in Cisgiordania, il 29 marzo 2020. (Foto: Shadi Jarar ‘ ah / immagini APA)

Negli ultimi giorni in Palestina  si è verificato l’aumento del numero di casi di coronavirus ed è diventato sempre più evidente che questa crisi, prima di migliorare, peggiorerà notevolmente.

Si sperava che il virus potesse essere contenuto all’interno di Betlemme e di altre grandi città come Ramallah e Nablus, dove le autorità locali sono meglio attrezzate per affrontare un focolaio o imporre un blocco.

Ma, a seguito di sempre più casi segnalati nelle città e nei villaggi rurali, quella speranza è diminuita ed è stata sostituita da un senso di terrore, con il timore  che più persone continueranno ad ammalarsi e che il governo non riuscirà a contenere il contagio.

A partire da martedì, ci sono stati 117 casi confermati di coronavirus – 10 nella Striscia di Gaza e 107 in Cisgiordania.

Nell’ultima settimana in Cisgiordania il  numero di casi è quasi raddoppiato, quando centinaia di palestinesi che lavoravano in Israele sono tornati nei Territori.

La maggior parte dei nuovi casi è stata segnalata in un gruppo di villaggi nella Cisgiordania centrale, a ovest della città di Gerusalemme, nel distretto noto come “enclave di Biddu”, e si ritiene che  siano persone che lavoravano in Israele e  negli insediamenti.

Nonostante si trovi nell’ area B e C della Cisgiordania, il gruppo di villaggi è intrappolato oltre il muro di separazione israeliano, condizione che compromette gravemente la capacità dell’AP di contenere il virus all’interno dei  villaggi.

Vedere il virus diffondersi in villaggi come Biddu, Beit Iskaria e al-Qubeita è servito a ricordare  che gli effetti negativi dell’occupazione non hanno cessato di esistere con l’avvento del coronavirus; anzi,  nel caso dell’enclave di Biddu, l’occupazione è servita solo ad aggravare la crisi.

Le persone sono frustrate, arrabbiate e indignate per i video che circolano sui social media, che mostrano soldati israeliani vestiti con indumenti protettivi che attaccano case palestinesi in Cisgiordania e sputano su auto e case palestinesi mentre durante i raid pattugliano le strade.

Ma nello stesso tempo, la gente conosce fin troppo bene la realtà ancora più frustrante dell’Autorità Palestinese, fortemente dipendente dal governo israeliano  nel combattere questo virus.

La scorsa settimana, funzionari della sanità e del governo hanno lanciato l’allarme per  la rapida diminuzione del numero di kit di test e di tamponi in Cisgiordania e hanno lanciato un appello alla comunità internazionale affinché inviasse aiuti  nei Territori Occupati.

Lunedì è stata poi  l’agenzia di intelligence dell’AP che ha assicurato l’arrivo di ulteriori kit, pochi giorni dopo che il Mossad  israeliano  aveva fornito centinaia di migliaia di kit a Israele.

A far crescere la frustrazione contribuisce anche il fatto che la maggior parte della popolazione, sia nel settore privato che in quello pubblico, è senza lavoro e sta terminando  i risparmi.

Nel fine settimana l’AP ha annunciato misure di austerità , consapevole che le entrate del governo diminuiranno di oltre il 50%, ma ha mantenuto la promessa di pagare tutto il mese di marzo  ai dipendenti del settore pubblico, come gli operatori sanitari, gli insegnanti e le forze di sicurezza.

Nel frattempo, ai lavoratori del settore privato è stato promesso il 50% dei loro stipendi per i mesi di marzo e aprile.

Mentre l’annuncio dei pagamenti degli stipendi offre alla comunità un aiuto  più che necessario, in particolare in luoghi come Betlemme dove le persone sono senza lavoro ormai da un mese,  è come se si usasse un cerotto  per coprire una vasta ferita.

Un largo settore della popolazione infatti,  che solitamente fa affidamento sul lavoro negli insediamenti e in Israele, così come le persone che non sono assunte dal governo o dai settori privati, vengono lasciati  in un limbo, poiché il governo non ha  fondi da destinare loro.

Ma proprio come nel resto del mondo dove il governo fallisce, sono i cittadini comuni  che si danno da fare per alleviare il dolore e le difficoltà della loro comunità.

Nei campi profughi di Betlemme, dove i tassi di disoccupazione sono più alti rispetto al resto della città le organizzazioni, in assenza di aiuti da parte del governo e dell’UNRWA, mettono  in comune le loro risorse per fornire assistenza alimentare essenziale alla comunità.

Molti negozi locali stanno onorando i loro clienti di vecchia data consentendo loro  di acquistare articoli essenziali con un conto aperto,  che pagheranno nel momento in cui ne avranno la possibilità.

A Hebron una fabbrica di scarpe si è trasformata nell’unica fabbrica di mascherine di tutta la Cisgiordania, mettendo da parte le perdite finanziarie nel tentativo di aiutare il vacillante sistema sanitario.

A Gaza, un’importante fabbrica di abbigliamento è intervenuta per produrre maschere e indumenti protettivi per gli operatori sanitari del territorio. La compagnia, che ha sofferto per decenni  le guerre e i  blocchi israeliani, invia le sue mascherine persino in Israele, dove la domanda di tali presidi è aumentata.

Quando si condividono paure e ansie con amici palestinesi, in un modo o nell’altro emerge sempre questa disposizione d’animo: “Siamo sopravvissuti a situazioni molto peggiori di questa.  Ce la faremo anche stavolta”.

 

Yumna Patel è la corrispondente palestinese di Mondoweiss.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

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