Mia Madre e il frate Giovanni.

 Di Odeh Amarneh –  Roma 11.11.2021

Mentre io e il frate Giovanni eravamo seduti davanti casa quella sera di primavera, mia madre è venuta e ci ha portato il caffè arabo che profumava di cardamomo e anche un dolce che lei preparava sempre nei giorni dell’Eid, una torta deliziosa farcita con datteri palestinesi provenienti da Gerico.

“Per favore Odeh offrigli la migliore ospitalità e fallo sentire a casa propria, benvenuto a te Giovanni. Gli italiani sono amici del popolo palestinese, sono molto simili a noi e vi vogliamo bene”.

Ci versò il caffè e sorrise al mio nuovo amico italiano, si dimostrò contenta di questa visita e aggiunse: “Questa è la prima volta che vedo un frate cattolico in casa nostra, quando andai in Italia anni fa, io e  tuo padre buon anima, abbiamo percepito la cordialità e gentilezza degli italiani, oh dio che bei ricordi”.

“Grazie mamma, anche Giovanni è felice di visitare la Palestina, soprattutto Jenin e Yabad, quasi vola per la gioia, me l’ha appena detto”.

“Grazie mille per il buon caffè e la torta , oggi ho mangiato molto e non ci sono abituato. Mi permetta una domanda Signora Hajji, come si è sentita quando ha visitato Odeh ancora ragazzino, nella prigione del Negev nel deserto?”.

Mamma reagì con un misto di curiosità e risata: “Cos’è questa storia? Non avete discorsi migliori di questo? Raccontaci piuttosto tu qualcosa della tua bella Italia!”.

Io invece sorrisi a questa domanda, sapevo che mia madre non amava parlare di prigione e di ricordi dolorosi, anche se si tratta di una parte importante della sua vita, quindi intervenni:

“Perdonami mamma, Giovanni ha insistito e proprio ora gli sto raccontando di quel periodo.”

“Non c’è bisogno, non aprire le mie ferite adesso, per favore!”.

Tradussi per Giovanni quello che diceva mia madre, e lui le sorrise così dolcemente che mamma iniziò a raccontare.

“Ogni volta che torno col pensiero a quei giorni, ricordo che era un viaggio angosciante, di agonia, un viaggio che durava più di 17 ore. Venivamo trascinati da un posto all’altro, da un autobus all’altro, da un controllo manuale a uno elettronico, da un tornello o cancello dotato di spennapolli a un altro, salivo e scendevo e salivo e scendevo, era un viaggio lungo e faticoso, di tormento, pieno di pressione psicologica e fisica, ci scioglievamo per il caldo e per la stanchezza, non dimenticherò mai i volti delle madri, degli anziani e dei bambini, imbronciati, ansiosi e tristi, non dimenticherò mai quelle lacrime calde”.

“Scusate, ma che cos’è uno spennapolli?”.                                                                    “Sono cancelli di ferro dotati di tornelli telecomandati da una cabina di controllo e hanno la forma di spennapolli, noi palestinesi li chiamiamo così per ridere o per addolcire la nostra vita amara, perché loro cercano in tutti i modi di  umiliarci e noi, per non dare soddisfazione ci ridiamo su, dove possibile”.

“Il viaggio del tormento praticamente iniziava non appena sapevamo, attraverso la croce rossa, che si poteva fare una visita; quindi si iniziava con la registrazione per poi procedere alla richiesta dei permessi necessari.

Poi finalmente partivamo con gli autobus della Croce Rossa, spesso nel cuore della notte, nel viaggio non potevamo vedere nulla a causa dell’oscurità, eravamo invasi dall’ansia, dalla stanchezza, ma spinti dal desiderio di rivedere i nostri cari.

Sapevo già che la visita durava 45 minuti e sarebbe passava in un batter d’occhio, ma questo non bastava a spegnere il fuoco della nostalgia che ardeva nei nostri cuori, ogni volta mi riproponevo di non piangere per apparire forte davanti a mio figlio, ma non ci riuscivo mai, piangevo ogni volta, non riuscivo a trattenere le lacrime. Una volta, alcune donne mi hanno presa in giro amorevolmente dicendo: “Ma come? poco fa stavi incoraggiando me e mi dicevi di essere forte e adesso piangi disperata!”.

“Come faccio a non piangere? Questo è mio figlio, il mio sangue e la mia carne, l’ho cresciuto con le ciglia di miei occhi”.  Ma, se a parole e col cervello davo incoraggiamento agli altri dicendo: “I nostri figli sono uomini ed eroi, una prigione non li può rinchiudere per sempre! Torneranno liberi a casa, dobbiamo solo resistere”,  col cuore e con gli occhi piangevo. Il mio cuore poi si spezzò completamente quando vidi il mio bambino chiuso dietro il filo spinato, trattato come un animale, anche se in realtà sapevo che quello che tenevano in gabbia era un cucciolo di leone”.

“Una volta chiesi ad uno dei carcerieri di permettermi di abbracciarti” disse guardandomi con gli occhi lucidi “ma lui si rifiutò con forza affermando: “È vietato! Tuo figlio è un piccolo terrorista e rappresenta una minaccia per la sicurezza dello Stato di Israele”.

Ricordo che gli risposi: “Grazie a Dio che mio figlio è un piccolo terrorista, ma se davvero mio figlio, questo bambino, minaccia la sicurezza di Israele, questo significa che anche Israele è mortale e spero che vada all’inferno presto, ne sarò felice”.

“Quando finalmente lo incontravo, il momento dell’addio arrivava in un attimo, dopo appena 45 minuti che trascorrevano alla velocità della luce, provavo una profonda tristezza nel lasciare Odeh lì da solo, senza poter riportarlo a casa con me, e prendermi cura di lui preparandogli i vestiti puliti, parlando con lui, e preparandogli i cibi che amava.

Pensa caro Giovanni che a Odeh piaceva mangiare il “Makhshi”, fatto con zucchine ripiene di carne, noci e spezie e cotte con lo yogurt, che va mangiato con riso bianco, ebbene io non ho mai cucinato questo piatto durante la sua permanenza in carcere e non ho neppure fatto i dolci che amava. Quando uno dei suoi fratelli mi chiedeva di farlo rispondevo di no: “Questo è il piatto preferito di Odeh , quando uscirà dalla prigione, lo farò per tutti voi e mangeremo tutti insieme e festeggeremo il suo ritorno.”

Infatti questo è quello che è successo, quando è uscito dal prigione, è stato il primo piatto che ha mangiato, ti ricordi Odeh?”

Giovanni ascoltava in silenzio le parole di mia madre e la mia traduzione, di tanto in tanto sussurrava parole per me incomprensibili, non so se fosse una preghiera, o un commento commosso o se si trattasse, forse, di una preghiera sommessa.

Anch’io rimasi molto colpito dalle parole di mia madre, che sentivo per la prima volta e dopo così tanti anni che erano successi questi fatti, mi ritrovai a pensare a come si fosse sentita a vivere quei momenti trovando la forza di andare avanti, rendendomi conto che i ricordi non muoiono mai, soprattutto quelli dolorosi.

Mamma aggiunse:

“Nonostante tutto questo, continuavo a ripetermi che in fondo era stato un bel viaggio perché avevo rivisto Odeh e cominciavo a ricontare i giorni e le ore per poterti visitare di nuovo. Adesso le cose non sono cambiate, no no, anzi le condizioni per la visita ai detenuti sono peggiorate, ora la visita avviene da dietro spessi vetri e si parla al telefono.”

All’improvviso, mia madre terminò di parlare, si alzò e disse: “Scusatemi ora vado a pregare,  prendo la mia medicina e vado a dormire. Buona notte.”

“Buona notte mamma”

“Buona notte Signora Hajji”

Calò un terribile silenzio tra me e Giovanni.

 

Odeh Amarneh nasce nel 1976 a Yabad, paese vicino Jenin nel nord della Palestina, vive e lavora a Roma. Nel 2015 ha conseguito il Dottorato di ricerca presso facoltà di lettere e filosofia dell’università di Roma la Sapienza.  È membro dell’Unione generale degli scrittori palestinesi. Poeta traduttore e attivista nel panorama culturale, scrive in lingua araba e italiana