Immaginando la fine dell’occupazione israeliana

Immagine di copertina: I palestinesi si recano per partecipare alle preghiere del venerdì del Ramadan nella Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, a un posto di blocco nella Cisgiordania occupata da Israele, venerdì. Credito: MOHAMAD TOROKMAN/ REUTERS

Fonte: https://www.haaretz.com/

Di Carolina Landsmann – 9 aprile 2023

Parafrasando il critico letterario americano Fredric Jameson, che scrisse: “Qualcuno una volta disse che è più facile immaginare la fine del mondo che immaginare la fine del capitalismo”, si può dire che è più facile immaginare la fine dello Stato di Israele che immaginare la fine dell’occupazione.

È vero che non se ne parla, e che accreditare il movimento di protesta antigovernativo con l’opposizione all’occupazione suona forzato, o come un pio desiderio. Eppure, è una protesta contro l’occupazione. Inoltre: nulla cambierà in meglio, e le cose non torneranno improvvisamente alla normalità, fino a quando la potente forza che sta nelle strade gridando “basta” grida anche “porre fine all’occupazione”.

C’è un motivo per cui non si parla dell’occupazione. I principali movimenti per la pace, sia nella Knesset (Parlamento) che al di fuori di essa, si sono schiantati contro il muro degli ebrei (Baruch Goldstein, Yigal Amir) e dei palestinesi (attacchi terroristici).

Il Libro dei Re ci ha dato l’espressione “hai ucciso e anche ereditato?” Benjamin Netanyahu ha assassinato il processo di pace ed ha ereditato la paura del compromesso territoriale, la paura che ha schiacciato la sinistra.

Con la sua astuzia politica, è riuscito a rimuovere il conflitto nazionale di Israele dall’agenda nazionale; lungo la strada, ha indebolito l’Autorità Palestinese e la sinistra israeliana mentre dava potere ad Hamas e alla destra radicale ebraica. Con il conflitto assente dalla politica israeliana, l’asse delle divisioni politiche del Paese si è spostato dal conflitto alla divisione nazionalista e di classe. Invece del conflitto israelo-palestinese, è diventato il conflitto Ashkenazi-Mizrahi.

La lotta contro l’occupazione è ormai vista come un ritorno al passato politico che non ha alcuna possibilità di ritornare, se non per elitari collezionisti di antiquariato. Anche nei più nostalgici non c’è affezione allo slogan “Due Stati per Due Popoli”. Ad essere onesti, neanche alla parola “pace”.

Quindi dovremmo aspettarci che la corrente principale israeliana agisca come avanguardia politica, per riproporre vecchie idee e osare riavviare il dibattito sull’occupazione? E tornando a Jameson, dopo 56 anni di occupazione, è difficile pensare a Israele fuori dai confini dell’occupazione.

Le proteste stanno avendo successo. Quando la nazione chiede sinceramente qualcosa, la nazione lo ottiene. Ma cosa chiede veramente la nazione? Lo sa? Questo sentimento, che la nazione sia stufa, non si esprime quando si tratta della questione dell’occupazione. La protesta si esprime secondo quella coppia di opposti: democrazia e dittatura. La protesta immagina letteralmente la fine dello Stato di Israele quando avverte della sua distruzione. Perché? Perché è più facile protestare contro la distruzione dello Stato che contro l’occupazione.

Il passo successivo è capire che tutti i problemi sono sottoprodotti dell’occupazione e che non ci sarà soluzione a nessuno finché non ci sarà soluzione al conflitto. Un nuovo patto sociale tra i cittadini e lo Stato, e tra le “tribù” di Israele, è inconcepibile se non si risolve il conflitto. Non c’è soluzione alla disuguaglianza dei cittadini arabi di Israele senza una risoluzione del conflitto. E non c’è, e non ci sarà, cura per il divario etnico, né per l’infezione del razzismo, finché la ferita nazionale rimarrà aperta. Ed è ovvio che nessuna costituzione può essere redatta fino a quando il conflitto, soprattutto, non sarà risolto. Qualcuno può immaginare che un Paese senza confini abbia una costituzione? E non ci sarà pace all’interno di Israele senza un accordo di pace arabo-israeliano.

Anche se è difficile, la corrente principale israeliana deve esigere che lo Stato fornisca una soluzione al conflitto. La disputa politica deve tornare ancora una volta a riguardare la radice del problema israeliano: l’occupazione. La divisione politica deve essere riorganizzata attorno all’asse del conflitto. E la destra e la sinistra, ciascuna secondo la propria visione del mondo, devono esigere un’iniziativa israeliana per risolvere il conflitto. In altre parole, ciò che è necessario ora è che smettano di immaginare la fine dello Stato di Israele e inizino a immaginare la fine dell’occupazione.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org