Come il genocidio di Gaza ha distrutto la mia famiglia

Ho perso mio padre, l’intera famiglia di mio zio e conosco molti altri che sono rimasti feriti. Riesco a malapena a immaginare il dolore che proverò quando l’attacco finirà e saremo in grado di piangere queste perdite, se saremo abbastanza fortunati da sopravvivere a noi stessi.

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Abrar Jnena – 31 gennaio 2024

Immagine di copertina: palestinesi piangono i propri cari mentre vengono portati fuori dall’obitorio dell’ospedale di Al-Aqsa per la sepoltura a Deir El-Balah, Gaza, il 26 gennaio 2024. (Foto: Omar Ashtawy/APA Images)

Dall’inizio dell’attacco, ho perso ogni senso di conforto. Ho avuto paura fin dal primo bombardamento e ogni giorno mi sento più ansiosa e sola. Mi sento abbandonata ed esclusa dal mondo.

Sono l’unica donna in una famiglia di nove persone, compresi sei fratelli. Mio padre,  la persona a me più cara, ero la sua bambina coccolata, è stato ucciso il 7 novembre dopo che un attacco aereo israeliano ha raso al suolo la nostra casa nel quartiere Al Shejaiya di Gaza City. Anche mio fratello Ahmed è stato ferito, è grave ed è ancora in ospedale.

Mio fratello è stato portato all’ospedale Al-Shifa dopo essere stato tirato fuori dalle macerie. Ora si trova all’ospedale europeo di Khan Younis e da allora sta aspettando di essere trasferito in Egitto, ma non ci è ancora riuscito. Ha bisogno di un intervento chirurgico alla colonna vertebrale e al braccio sinistro.

Mio padre era rimasto nella nostra casa ad Al Shejaiya mentre mia madre, tre fratelli e io eravamo usciti per rifugiarci in una scuola vicina. Gli altri miei due fratelli vivono e lavorano in Kuwait e in Turchia, per aiutare la famiglia. Avevano discusso se lasciare la nostra casa. Non c’era posto che fosse sicuro. La mia amica e vicina di casa Aya, 13 anni, era stata uccisa due giorni prima insieme a sua madre dopo essere state evacuate nel campo profughi di Al Nuseirat, nella zona centrale della Striscia di Gaza. Israele aveva  detto che sarebbe stato più sicuro se ci fossimo trasferiti lì, ma la morte arrivava anche lì. Questo era anche il ragionamento di mio padre, che non dovevamo lasciare la casa e che nessun posto era sicuro. Quando gli abbiamo chiesto di evacuare, ci ha detto di guardare cos’era successo alla famiglia di Aya.

La mattina dell’8 novembre mio fratello Anas, che si trova in Kuwait, ci ha chiamato e ci ha comunicato la notizia. Mia madre ha gettato via il telefono subito dopo aver sentito. Era sotto shock. È crollata immediatamente e ha pianto.

Inizialmente non ho reagito.Per quattro ore non sono riuscita a piangere. . Ma poi sono scoppiata in lacrime. Non potevo parlare con nessuno. Mi sentivo come se avessi perso una parte della mia anima. Ero così spaventata e pensavo che sarei morta presto anch’io. Mio padre era la persona a me più vicina. Mi portava fuori a passeggiare e a fare shopping. Era molto protettivo nei miei confronti. Mio padre mi ha sempre incoraggiato a leggere e scrivere.

Mio fratello Ahmad,quello ferito, raramente si arrabbia. Lui e io godiamo di una bellissima amicizia. È calmo per la maggior parte del tempo. Era solito pagare le mie sessioni di tutoraggio. È ingiusto che stia attraversando un dolore così immenso. Non ha niente a che fare con la politica, nemmeno ciò che è accaduto a  mio padre. Perché hanno dovuto affrontare un simile destino?

Perché dobbiamo fuggire dalle nostre case? E perché abbiamo perso la nostra casa? Mi chiedo dove vivremo io e la mia famiglia dopo l’attacco. Gaza City è ormai quasi vuota. La maggior parte delle case sono state completamente rase al suolo. Di conseguenza, i prezzi degli affitti nel sud, dove molte case sono ancora in piedi, sono saliti alle stelle, rendendo difficile l’affitto. Ecco perché nel sud, a Rafah in particolare, dove Israele afferma che è più sicuro anche se a volte ha bombardato o continua a bombardare casualmente la zona, molti sono costretti a vivere in tende

La scuola in cui ci trovavamo è stata bombardata mentre eravamo lì il 10 novembre. Siamo dovuti fuggire, lasciando dietro di noi tutto ciò che avevamo, mentre cadevano le bombe. Abbiamo visto razzi  maciullare le persone nella scuola, ma non siamo riusciti a vedere chiaramente la fonte, a causa del fumo e delle macerie che cadevano. Sapevamo molto bene chi lanciava le bombe. Eravamo scioccati. Lasciando indietro mio fratello ferito e colui che lo accompagnava, Ismael, siamo dovuti fuggire a piedi. Erano le tre del mattino e non avevamo altra scelta che scappare. Tutti ripetevano l’ordine di evacuazione di Israele. Tutti erano confusi e spaventati. Abbiamo visto persone cadere morte una dopo l’altra. mentre venivano colpite dai soldati israeliani. Quel giorno non c’era carburante e nemmeno ambulanze. Alcune persone uccise venivano portate negli ospedali su carri trainati da asini. Altre sono state lasciate a decomporsi.

A piedi, con i corpi tremanti e i cuori terrorizzati, siamo finalmente riusciti a raggiungere la zona centrale di Gaza. Quando il fumo si è diradato e l’alba è spuntata, abbiamo visto i soldati israeliani. Li abbiamo visti chiaramente e anche loro hanno visto noi. Avevano carri armati e armi e ci sentivamo impotenti contro di loro, perché alcuni di noi erano scappati senza nemmeno le scarpe. Non avevamo armi, nient’altro che i nostri vestiti. Abbiamo camminato per quasi dodici ore mentre i soldati israeliani di tanto in tanto ci ordinavano di fermarci e di non fare movimenti improvvisi. Alla fine abbiamo raggiunto il campo Al Bureij nella zona centrale. Lì siamo riusciti a prendere una macchina e ad andare a Khan Younis, a casa di un amico di mio fratello, dove abbiamo cercato rifugio. Siamo rimasti lì finché Israele non ha detto ai residenti di Khan Younis di evacuare.

A quel punto siamo fuggiti nuovamente a Rafah, dove abbiamo dovuto rifugiarci a casa di alcuni conoscenti. Non ero mai stata nel sud di Gaza e non conoscevo nessuno lì. La situazione è la stessa ovunque a Gaza e sento ancora di poter essere uccisa . Sono ancora ansiosa e vigile. Cosa succederà dopo?

Dopo essere arrivati a Khan Younis, abbiamo perso completamente i contatti con i miei fratelli nell’ospedale di Al-Shifa. Mia madre non riusciva più a dormire. Era estremamente preoccupata per i miei fratelli, perché i soldati avevano appena invaso l’ospedale di Al-Shifa. Dopo una settimana mio fratello è riuscito a mandarmi un messaggio dicendo che stavano bene, poi abbiamo perso di nuovo i contatti per quasi un mese.

Alla fine abbiamo ricevuto una chiamata da un autista di ambulanza che ci informava che nostro fratello era stato trasferito in un altro ospedale del sud, l’Ospedale Europeo. Riusciva a malapena a muoversi, eppure è stato trasferito tre volte, due volte in scuole che erano state trasformate in ospedali temporanei per feriti, e una volta all’Ospedale Europeo dall’ospedale Al-Shifa dopo che Israele aveva ordinato al personale medico e ai feriti di evacuare.

Subito dopo aver ricevuto la chiamata ci siamo diretti direttamente all’ospedale e finalmente abbiamo visto i nostri fratelli. Mia madre ha pianto di gioia  per il fatto che Ahmad e Ismael fossero ancora vivi. Abbiamo contattato i nostri due fratelli all’estero, Malik in Turchia e Anas in Kuwait, e li abbiamo rassicurati. Ora possiamo visitare Ahmad e Ismael quando vogliamo.

La nostra lotta ora è che siamo distrutti come famiglia. I miei fratelli Ismael e Ahmad sono in ospedale e più tardi mio fratello Baraa si è unito a loro per accompagnarli e aiutarli. Gli altri miei due fratelli sono all’estero. Mio padre è stato ucciso. Ma questa non è la nostra battaglia più grande, bensì la lunga attesa di mio fratello Ahmad per ottenere il permesso di andare in Egitto per un intervento chirurgico e un trattamento adeguato. Sta aspettando il permesso da quando è stato ferito il 7 novembre. Non sappiamo come mio fratello Ahmad potrà vivere  simili ferite e quale futuro avrà, ma speriamo che sopravviva.

Durante l’attacco ho perso mio padre, l’intera famiglia di mio zio composta da otto persone e molti altri che sono rimasti feriti. Tutti i nostri vicini hanno perso familiari a causa dei bombardamenti israeliani sul nostro quartiere. Il nostro quartiere è stato spazzato via e riesco a malapena a immaginare il dolore che proveremo quando l’attacco finirà e saremo in grado di piangere le perdite, sempre se saremo abbastanza fortunati da sopravvivere a noi stessi.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictpalestina.org