Guerra a Gaza: il senso di colpa e la rabbia di essere una palestinese della diaspora

I palestinesi all’estero lottano con il senso di colpa dei sopravvissuti, assistendo impotenti al prezzo fisico e mentale del conflitto sui propri cari intrappolati.

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Hala Alsafadi – 7 febbraio 2024

Immagine di copertina: Una donna trova i vestiti di un parente ucciso tra le macerie di una casa distrutta durante il bombardamento israeliano di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 3 febbraio 2024 (Mohammed Abed/AFP)

Il senso di colpa del sopravvissuto, che si riferisce ai sentimenti dolorosi causati dal rimanere in vita in una situazione in cui altri sono morti, è diventato una realtà per molti palestinesi della diaspora provenienti da Gaza. Siamo al sicuro, mentre i nostri cari sono rimasti bloccati in una zona di guerra.

I messaggi e le telefonate che ricevo dalla mia famiglia a Gaza sono diventati gradualmente più brevi. Sono emotivamente prosciugati e non vogliono più parlare.

Le lunghe chiacchierate che facevamo all’inizio della guerra sui bombardamenti israeliani, sulla carenza di beni di prima necessità, sul benessere della mia famiglia e sulle loro preoccupazioni per il dopoguerra, sono state sostituite da sospiri e risposte cliché: “Siamo ancora vivi”, non sta succedendo “niente di nuovo”, oppure è “solo un altro giorno a Gaza”.

Quando è iniziata la guerra, piangevo ogni giorno. Ma i video e le storie provenienti da Gaza alla fine mi hanno devastato e ho smesso di piangere. Invece, ero piena di rabbia verso il mondo.

Ero arrabbiata con le persone ignoranti che non sanno cosa sta succedendo in Medio Oriente. Ero arrabbiata con i politici che cercavano di giustificare l’uccisione di civili innocenti. Ero arrabbiata con i paesi che hanno accettato di inviare più armi a Israele, ma non più aiuti umanitari a Gaza.

Oggi però, dopo più di quattro mesi di guerra, sono insensibile.

Uno dei sentimenti peggiori che una persona possa provare è l’incapacità di aiutare i propri cari nel momento del bisogno. Non solo non posso fare nulla da parte del Regno Unito, ma la comunità internazionale e milioni di manifestanti non hanno avuto il potere di fermare la brutalità di Israele.

Domande dolorose

Devo ancora svegliarmi ogni mattina, portare mio figlio a scuola, lavorare, uscire, socializzare e fingere di essere una persona normale con normali lamentele da primo mondo. Ma svolgere tutti questi compiti banali mi fa sentire più colpevole che mai.

Perché non sono lì con la mia famiglia? Perché va bene per me sentirmi al sicuro quando loro non possono? Perché nel Regno Unito vengo trattata come una persona con pieni diritti umani, mentre se fossi a Gaza oggi non avrei diritto ai diritti fondamentali? Perché posso avere acqua potabile pulita semplicemente aprendo il rubinetto?

Anche se conosco tutte le risposte razionali a queste domande, il mio cervello non sembra disposto ad accettarle. Niente di ciò che sta accadendo a Gaza ha più senso per me.

Essendo sopravvissuta a tre precedenti guerre israeliane a Gaza, questo conflitto mi ha riportato alla mente molti ricordi oscuri. Il rumore degli aerei ha iniziato di nuovo a spaventarmi. Ricordo costantemente a me stessa che non sono aerei da guerra. Sono tornata ad avere incubi di guerre e invasioni, scappando continuamente, mentre dormo.

Essere una palestinese di Gaza che vive all’estero in questo particolare momento è incredibilmente impegnativo. Nei primi giorni della guerra mi sentii in dovere di spiegare a tutti che la storia non è iniziata il 7 ottobre. Mi è stato chiesto più volte se condannassi Hamas, prima ancora che mi chiedessero come mi sentivo riguardo al fatto che la mia famiglia fosse sfollata dopo che la loro casa era stata bombardata.

Mentre il bilancio delle vittime e della distruzione a Gaza aumentava, le persone intorno a me hanno mostrato maggiore comprensione e simpatia. Eppure ancora, dopo quattro mesi, nessuno mi chiede di Gaza o della mia famiglia. Mi sono resa conto che se qualcosa resta nelle notizie del telegiornale per troppo tempo, le persone tendono a perdere interesse.

Martin Griffiths, coordinatore dei soccorsi d’emergenza delle Nazioni Unite, ha descritto in un’intervista alla fine dell’anno scorso la terribile sofferenza dei civili intrappolati a Gaza: “Nessuna famiglia può pianificare il proprio futuro… Vedo queste cose in tutto il mondo, ma questo va oltre la mia immaginazione. E andrà peggio”.

Esaurimento emotivo

Per i palestinesi di Gaza, me compresa, questa guerra è la peggiore mai vista a causa della nostra impotenza. Non riusciamo a capire come questa guerra possa continuare, mentre viene trasmessa in live streaming.

Vediamo i bambini che vengono estratti a pezzi dalle macerie. Sentiamo le grida degli orfani appena creati, mentre il mondo scorre attraverso questo filmato come se non fosse più reale.

Ogni volta che invio un messaggio a un membro della famiglia e ricevo solo un segno di spunta, a dimostrazione che non è stato recapitato correttamente sul suo telefono, vado nel panico e inizio a pensare allo scenario peggiore. Ciò dura finché la connessione Internet non viene ripristinata e vengono visualizzati due segni di spunta. Solo allora posso provare un po’ di sollievo, almeno fino al prossimo messaggio.

Questa guerra ci ha mostrato come le persone non siano tutte considerate uguali, come i diritti umani non siano garantiti per tutti gli esseri umani e come il diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra possano essere adattati per soddisfare coloro che detengono il potere.

Come palestinese di Gaza, nel Regno Unito, ho scritto ai miei parlamentari e ho partecipato a manifestazioni, veglie ed eventi di beneficenza per sostenere la Palestina. Ho contattato le ambasciate nel tentativo di portare la mia famiglia da Gaza nel Regno Unito, ma è stato tutto inutile. Ero, e sono ancora, impotente e senza speranza.

L’esaurimento emotivo che provo oggi a causa di questa guerra è oltre ciò che posso sopportare, ma mi sento in imbarazzo a lamentarmi. Almeno ho il lusso di appoggiare la testa sul cuscino ogni notte, mentre le bombe cadono sulle teste dei miei cari a Gaza.

Quando incontro i miei amici palestinesi nel Regno Unito, mi terrorizza chiedere delle loro famiglie a Gaza. I “e se” sono troppo travolgenti.

Una volta che ho trovato il coraggio di farlo, discutiamo di quale famiglia è stata evacuata più volte o di quale famiglia stia ancora lottando per trovare cibo, acqua o un posto dove stare. Le conversazioni più dolorose, tuttavia, arrivano quando qualcuno ha appena perso una persona cara.

 

Hala Alsafadi è una giornalista palestinese che ha lavorato con canali internazionali a Gaza. Ha lavorato come corrispondente di guerra durante le guerre israeliane a Gaza nel 2012 e nel 2014. Ha anche seguito la “Grande Marcia del Ritorno” del 2018 ai confini tra Gaza e Israele. Ha conseguito un Master in Management e Finanza presso la Durham University.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictpalestina.org

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