La guerra di Erdoğan alle donne

 

DILAR DIRIK 17 November 2016

Le donne kurde, appartenenti a uno dei più forti e radicali movimenti delle donne nel mondo, stanno subendo un violento attacco dallo Stato turco, che resta impunito poiché l’Europa fa finta di non vedere. “Noi resisteremo e resisteremo fin quando vinceremo!” ripeteva Sebahat Tuncel prima che la sua bocca fosse serrata con la forza da mezza dozzina di poliziotti che l’hanno trascinata lungo il pavimento e imprigionata nei primi di novembre. Nove mesi fa un convoglio di cartelli di vittoria, slogan ottimisti e fiori accolse Tuncel quando venne liberata dal carcere, affinché potesse entrare in Parlamento essendo stata eletta quando ancora era reclusa. Tuncel, di nuovo in prigione, è una delle decine di politici kurdi del Partito Democratico dei Popoli (HDP) o al Partito delle Regioni Democratiche (DPB), arrestati dalle forze di sicurezza turche dall’ultimo ottobre, a seguito delle operazioni antiterrorismo avviate dal Presidente Erdoğan contro coloro che sfidano la sua autorità. Questo giro di vite segue il tentato golpe di luglio e rappresenta, dall’estate del 2015, una nuova escalation nella guerra fra lo Stato e il movimento kurdo, ponendo fine al processo di pace durato due anni e mezzo. Come il consiglio suggerito al nucleo antiterrorismo tedesco negli anni Ottanta “Prima sparate alle donne !”, la tossica mascolinità dello Stato è diventata palese nella sua dichiarazione di guerra alle donne. La forza del movimento militante delle donne kurde costituisce la più grande minaccia al sistema. E il caso di Sebahat Tuncel non è l’unico.

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Gültan Kışanak’s photos.

Alla fine di ottobre, Gülten Kisanak è stata imprigiona. È stata la prima donna co-sindaco della municipalità metropolitana di Diyarbakir e precedentemente, membro del Parlamento. Negli Ottanta trascorse due anni nella nota prigione di Diyarbakir, dove sopravvisse alle più atroci forme di tortura, come vivere per mesi dentro una cuccia per cani piena di escrementi perché si era rifiutata di dire “ Io sono turca”. Il suo arresto fu immediatamente seguito dalla violenta reclusione di Ayla Akat Ata, in precedenza membro del Parlamento e oggi portavoce del Congresso delle Donne Libere (KJA), la maggiore organizzazione femminile di difesa nel Kurdistan e nella Turchia, che è fra le 370 organizzazioni della società civile bandite dal governo un mese fa.

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Sebahat Tuncel, Ayla Akat Ata, Selma Irmak and Pervin Buldan protest a security bill in parliament. All except Pervin Buldan are now in jail. Photo: Murstafa Istemi/Milliyet

Durante il suo mandato Gülten Kisana è stata più volte ricoverata in ospedale per le violenze della polizia ed è sopravvissuta a tentativi di assassinio. Selma Irmak è fra i membri del Parlamento eletti in prigione, dove ha trascorso più di dieci anni con l’accusa di terrorismo, ha partecipato a scioperi della fame. Gülse Yildirim è stata imprigionata per cinque anni prima della sua elezione. Un’altra parlamentare è Leyla Birlik, per tutta la durata del blocco militare in Sirnak s’è trovata al fianco dei civili sotto il fuoco dei soldati, diventando testimone di brutali omicidi condotti dall’esercito. Suo cognato, Haci Lokman Bilik, attivista e regista, è stato giustiziato dai militari nell’ottobre del 2015; il suo corpo venne legato a un veicolo militare e trascinato per le vie. I soldati lo filmarono e inviarono il video a Leyla Birlik con il messaggio: “Vieni a raccogliere tuo cognato”. La lista può proseguire.

Abbiamo scelto queste donne coraggiose come nostre rappresentanti. Oggi sono in galera nonostante siano state elette da cinque milioni di cittadini. La linea politica ultra conservatice del Partito per la Giustizia e Sviluppo (AKP) sotto Erdoğan ha condotto in Turchia nell’ultima decade e mezzo a un aumento della violenza contro le donne. Non solo i membri più in vista dell’amministrazione, incluso lo stesso Erdoğan, spesso rifiutano l’eguaglianza fra donne e uomini a favore di atteggiamenti che normalizzano l’idea di stupro, violenza di genere e misoginia, ma in aggiunta l’AKP scaglia espliciti attacchi fisici alle donne e alle lesbiche, agli omosessuali, ai bisessuali e transessuali. Lo Stato ultra maschilista non solo punisce pubblicamente la comunità kurda accusandola di separatismo, terrorismo o di cospirare contro lo Stato, ma dipinge le attiviste kurde come “maledonne”, vergognose prostitute e violatrici della del concetto di nucleo familiare.Storicamente lo stupro e la tortura sessuale, incluso il moderno “test della verginità”, sono stati usati dallo Stato turco per disciplinare e punire il corpo delle donne, come osserva Anja Flach nel suo libro Frauen in der Kuridischen Guerilla (Donne kurde nella guerriglia) che non è stato tradotto dal tedesco. In prigione le donne sono soggette a ispezioni intime atte a umiliarle sessualmente.

Di recente dei soldati hanno strappato via gli abiti dai cadaveri di donne militanti kurde per poi condividere queste immagini sui social media. Un altro brutale video mostrava l’esercito turco che sparava in testa a delle donne della guerriglia e le gettava giù dalla montagna. Per mostrare la complicità occidentale in questi crimini di guerra sono stati usati nel video fucili G3 tedeschi. Mentre tali atrocità erano spesso compiute in segreto negli anni Novanta, la condivisione di immagini sui social media è un nuovo tentativo per scoraggiare la resistenza delle donne e dimostrare il potere dello Stato. Questi metodi sono simili a quelli dell’Isis che avvengono lungo i confini e violano tutte le convenzioni di guerra. Gli abusi sessuali sulle attiviste che osano sfidare l’egemonia maschile mira a spezzare la loro volontà e scoraggiare ulteriori attivismi. Gli attacchi alle donne politiche vanno letti in questo contesto. Molto prima che i media tradizionali fossero sotto il fuoco in Turchia, le reporter di JinHa, la prima agenzia di stampa orientale tutta al femminile, vennero attaccate. Impegnati nel loro lavoro in un’ottica esplicitamente femminista, i lavoratori di JinHa rivelarono i crimini di Stato attraverso una prospettiva di genere. Oggi JinHa è messa al bando e parecchi membri sono in prigione.

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A Kurdish woman protesting the Turkish army in Kerboran last year. Image:Zehra Dogan/JinHa.

L’HDP è l’unico partito progressista di opposizione che resta in Turchia col suo laico ed eterogeneo programma ecologico a favore dei diritti delle donne, delle lesbiche, degli omosessuali, dei trans e dei bisessuali. Possiede di gran lunga la più alta percentuale di donne fra i suoi ranghi. Perfino senza il sistema di co-presidenza, una politica del movimento di liberazione kurdo che assicura una leadership condivisa fra una donna e un uomo, la vasta maggioranza dei sindaci donna si trova nelle regioni kurde. Attraverso una lotta lunga delle decadi, incoraggiata specialmente dal leader Abdullah Öcalan imprigionato, il ruolo attivo delle donne nella politica è una parte normale dell’odierna vita in Kurdistan. Le donne del HDP e del DBP non incarnano gli ideali borghesi della politica rappresentativa e del femminismo corporativo. Quasi tutti i politici attualmente sotto attacco hanno trascorso del tempo in prigione, soggetti alla brutalità della polizia, a torture sessuali, tentati omicidi o qualche forma di trattamento violento da parte dello Stato. Essi si trovano sempre in testa nelle proteste contro lo Stato e l’esercito. Le donne sono state attrici significative nel processo di pace avviato da Abdullah Öcalan con lo Stato turco nel marzo del 2013. Ogni incontro che ebbe luogo nella prigione dell’isola di Imrali includeva le donne. Nel 2014 Öcalan si raccomandava che le donne fossero rappresentate negli incontri come una forza organizzata, piuttosto che come singoli individui.

Così Ceylan Bagriyanik si unì agli incontri in qualità di rappresentante del movimento delle donne. La dichiarazione di Dolmabahce, la prima di giuntura tra i partiti di guerra, incluse la liberazione delle donne come uno dei dieci punti per la giustizia e la pace duratura. Lo Stato e i media furono incapaci di comprendere l’insistenza del movimento kurdo sulla centralità della liberazione delle donne nel processo di pace. Facciamo fronte alla punizione collettiva per aver approvato la più alta soglia di elezione al mondo, essa richiede che un partito politico per vincere abbia bisogno del 10% dei voti. Le nostre città sono rase al suolo, i nostri amati, alcuni uccisi, altri arsi vivi, bombardati o colpiti a morte. Il nostro ambiente e la nostra eredità culturale cancellate per sempre, i nostri deputati trascinati lungo le strade, i sindaci rimpiazzati contro la nostra volontà da persone di fiducia del governo, i nostri media censurati e i social media bloccati. Distruggendo la possibilità di pace, di politiche legali all’interno delle cornici democratiche, la Turchia non ha lasciato ai kurdi nessun’altra scelta che l’autodifesa. Le istituzioni internazionali, fra tutte l’Unione Europea, sono venute meno ai loro doveri nei confronti del nostro popolo rabbonendo Erdoğan. In altre parole i governi occidentali supportano l’eliminazione sistematica di uno dei più forti e radicali movimenti delle donne al mondo. La filosofia del movimento delle donne curde suggerisce che ogni organismo vivente ha i suoi meccanismi di autodifesa, come la rosa con le spine.

Questo concetto non è definito nel senso stretto fisico, ma include la creazione di strutture autonome di autogoverno al fine di organizzare la vita politica e sociale. La protezione dallo Stato della propria identità attraverso l’autodifesa è in parte resa possibile tramite la costruzione di istituzioni politiche che abbiano fiducia in loro stesse. In un’epoca in cui i cadaveri nudi delle donne sono esposti sui social media dall’esercito e i funzionari eletti sono soggetti a torture da parte dello Stato capitalista e patriarcale, le donne tornano a combattere per mostrare che il proprio onore non dipende dagli uomini, perché non giace fra le gambe delle donne; giace nella loro resistenza, la cultura della resistenza stabilita dai pionieri del nostro movimento. I nostri politici prigionieri difendono il nostro onore. Il co-presidente dell’HDP Figen Yüksekdag invia questo messaggio “Malgrado qualsiasi cosa, essi non possono consumare la nostra speranza o spezzare la nostra resistenza. Sia in prigione che non, noi e l’HDP costituiamo in Turchia la sola possibilità di libertà e democrazia. E questo è il motivo per cui hanno così paura di noi. Che nessuno, nessuno di noi permetta a se stesso di scoraggiarsi, di abbassare la guardia, di affievolire la propria resistenza. Non dimenticate che questo odio e questa aggressione hanno le loro radici nella paura. L’amore e il coraggio vinceranno definitivamente”.

 

trad.   Fawzia Calvaresi – Invictapalestina

Fonte: https://www.opendemocracy.net/5050/dilar-dirik/erdogan-s-war-on-women

 

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