Come Israele ha mal valutato il suo potere politico in Africa

L’Africa ha impiegato solo sei anni per dimostrare che Netanyahu si sbagliava; che Israele non è tornato in Africa.

Fonte: English version

Di Ramzy Baroud – 20 marzo 2023

La scena in cui la diplomatica israeliana Sharon Bar-Li, insieme ad altri delegati israeliani, è stata scortata fuori dalla cerimonia di apertura del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia, il mese scorso è stata storica. Il momento stesso che avrebbe dovuto coronare 20 anni di diplomazia israeliana in Africa si è trasformato, in pochi secondi, in una rappresentazione del fallimento di Tel Aviv nel continente.

Incapace di comprendere il fallimento dei suoi sforzi diplomatici e politici, Israele ha risposto alla rimozione di Bar-Li lanciando una guerra verbale contro i Paesi africani, accusandoli di guidare una campagna volta a bloccare lo status di osservatore di Israele. Riferendosi a un “piccolo numero di Stati estremisti come il Sudafrica e l’Algeria”, un portavoce del Ministero degli Esteri israeliano ha alluso a un complotto, presumibilmente ordito dall’Iran e portato avanti da governi africani che sono “spinti dall’odio” verso Israele.

La natura poco diplomatica del linguaggio del Ministero degli Esteri israeliano è stato un importante cambiamento rispetto alla retorica ottimista e diplomatica usata dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu quando ha visitato l’Africa per parlare alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale in Liberia nel 2017. “Israele sta tornando in Africa, e l’Africa sta tornando in Israele”, aveva detto Netanyahu, aggiungendo, con linguaggio plateale e molta enfasi su ogni sillaba: “Credo nell’Africa”.

Il riferimento di Netanyahu al “ritorno in Africa” intendeva sottolineare due punti: uno, un ritorno diplomatico e politico in Africa e, due, un ritorno immaginario nel continente come rappresentazione di un’esperienza storica condivisa.

Su quest’ultimo punto, Netanyahu aveva fatto vari riferimenti a qualche lotta anticoloniale condivisa. “Africa e Israele condividono un’affinità naturale”, ha affermato Netanyahu nel suo discorso del 2017. “Abbiamo, per molti versi, storie simili. Le vostre nazioni hanno sofferto sotto il dominio straniero. Avete vissuto guerre e massacri orribili. Questa è davvero la nostra storia”.

Il “ritorno” diplomatico, invece, è più reale di quanto si possa immaginare. Ma i rapporti diplomatici tra Israele e molti Paesi africani, a partire dal Ghana nel 1956, si sono svolti in circostanze storiche uniche, in cui molti Paesi africani erano ancora colonizzati, semi-indipendenti o in gran parte dipendenti dai loro ex colonizzatori. Ad esempio, le relazioni Ghana-Israele sono iniziate quando il Ghana era ancora chiamato Costa d’Oro. Gli accordi diplomatici con Tel Aviv, infatti, furono firmati solo dopo che la Costa d’Oro ebbe ricevuto l’approvazione ufficiale da Londra, essendo il Paese ancora una colonia britannica.

Nel 1973, Israele aveva pieni rapporti diplomatici con 33 Paesi africani. Gran parte di questo è cambiato, tuttavia, nell’ottobre di quell’anno. Quando i Paesi arabi hanno combattuto una guerra contro l’espansione coloniale di Israele, molti Paesi africani hanno rotto i loro legami con Tel Aviv per mantenere i loro veri legami storici, economici e spirituali con i loro fratelli arabi. Non c’è da meravigliarsi che sia stata l’Organizzazione dell’Unità Africana, il precursore dell’Unione Africana, a identificare per prima l’ideologia fondatrice di Israele, il sionismo, come una forma di razzismo nella sua dodicesima sessione ordinaria tenutasi a Kampala, in Uganda, nel 1975.

Il cosiddetto processo di pace e la firma degli Accordi di Oslo tra i vertici palestinesi e Israele hanno presumibilmente indebolito la salda posizione africana nei confronti della Palestina, non per inimicizia verso i palestinesi, ma a causa della pressione occidentale e dell’idea sbagliata che la pace e la giustizia fossero finalmente arrivate nei Territori Occupati. Fu in questo contesto che Netanyahu visitò l’Africa e iniziò la sua campagna di normalizzazione con molti Paesi.

Le motivazioni di Israele in Africa sono chiare: profitti economici e dividendi politici, in particolare voti alle Nazioni Unite. Ma anni dopo il “ritorno” di Israele, né l’Africa ha beneficiato delle nobili promesse fatte da Tel Aviv di rivitalizzare le economie locali e combattere la desertificazione, né l’Africa, come blocco, ha cambiato in modo significativo i suoi voti a favore dei diritti dei palestinesi all’ONU.

Tuttavia, per Netanyahu, i vantaggi superano le delusioni, soprattutto perché Tel Aviv comprende pienamente che l’Africa è diventata ancora una volta, più che mai dalla Conferenza di Berlino del 1884, uno spazio geopolitico significativamente conteso. È lì che è avvenuta la mal valutazione di Israele, quindi l’umiliante episodio di Addis Abeba.

Dopo la rimozione dei delegati israeliani, Tel Aviv ha continuato a sostenere un caso basato su motivi tecnici: che Bar-Li avesse il giusto accreditamento, che Israele fosse ufficialmente un membro osservatore dell’Unione Africana e così via.

Lo status di osservatore di Israele ha causato una spaccatura tra i membri dell’Unione Africana. L’approvazione è stata concessa unilateralmente dal Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, nel luglio 2021. Con la diffusione della notizia della decisione di Mahamat, molti Paesi hanno protestato e lo status è stato congelato, in attesa di una decisione basata su un adeguato processo democratico.

Appena due giorni dopo che la delegazione israeliana è stata rimossa dal vertice di quest’anno, l’Unione Africana, in realtà, lo stesso Mahamat, ha annunciato ai giornalisti che lo status di membro di Israele: “è sospeso fino al momento in cui questo comitato può deliberare”, affermando che: “non abbiamo invitato i funzionari israeliani al nostro vertice”.

La risposta israeliana a tutto ciò rifletteva un generale senso di confusione, se non di disperazione.

Tre settimane dopo la decisione dell’Unione Africana, il Parlamento sudafricano ha votato a favore di una mozione che declassava la sua ambasciata a Tel Aviv a semplice ufficio di collegamento. Quella decisione è stata un “primo passo”, con l’obiettivo di fare pressione su Israele “affinché rispetti i diritti umani, e riconosca i diritti del popolo palestinese e il suo diritto di esistere”.

Man mano che gli spazi geopolitici si aprono per i Paesi del Sud del Mondo a causa delle mutevoli dinamiche di potere globale, sempre più nazioni stanno osando farsi avanti per sfidare l’egemonia delle ex potenze coloniali. Considerando la loro storia di valorose lotte anticoloniali, non sorprende che i Paesi africani stiano guidando questo slancio verso l’indipendenza nazionale e regionale.

Alla fine, l’Africa ha impiegato solo sei anni per dimostrare che Netanyahu si sbagliava; che Israele non è tornato in Africa. È vero, però, che l’Africa stessa sta tornando alle sue radici anticoloniali.

Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Il Dr. Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione di Beniamino Rocchetto  -Invictapalestina.org