Da Teheran, un attivista anarchico testimonia gi attacchi israeliani, il caos quotidiano e il ruolo che gli anarchici cercano di svolgere tra guerra, repressione e sopravvivenza.
Fonte: Version française
Redazione Le père Peinard – 14 giugno 2025
Immagine di copertina: Un pompiere chiama i suoi colleghi sulla scena di un’esplosione in un complesso residenziale nel nord di Teheran, Iran, il 13 giugno 2025. © Vahid Salemi, AP
Una notte di fuoco e confusione
Ieri notte, mentre dormivamo, Israele ha attaccato l’Iran. Gli attacchi hanno preso di mira Teheran, ma anche altre città. Ho sentito brontolii, ho visto lampi: ho pensato fosse un temporale. Niente indicava una guerra, soprattutto con i colloqui tra Iran e Stati Uniti.
Solo al mattino, attraverso il nostro sindacato anarchico (il Fronte Anarchico), abbiamo appreso cosa era realmente accaduto: molteplici attacchi, morti tra i civili. Sono uscito per indagare. La città era transennata. L’esercito e la polizia bloccavano l’accesso alle zone colpite. Bombe inesplose giacevano ancora negli edifici. In ospedale, mi è stato impedito di entrare e la polizia ha cancellato tutte le foto dal mio telefono. Secondo un giornalista presente sul posto, almeno sette bambini sono stati uccisi.
Alcuni piangevano. Altri – prevedibilmente – gioivano per la morte di figure del regime.
Il giorno dopo: l’inferno senza allarmi
Nelle ore successive, ho visto scene apocalittiche. Il cielo era striato di missili. Il fuoco cadeva sulle strade. La gente fuggiva da Teheran: intere famiglie, giovani lavoratori, anziani. La gente aspettava aiuto sui marciapiedi. Feriti, ustionati, due morti davanti ai miei occhi. Nessun allarme. Nessun riparo. Niente.
I maxischermi trasmettono la versione ufficiale: la Repubblica Islamica ha colpito Tel Aviv, Israele promette rappresaglie. Ho compagni lì. Anarchici, pacifisti e coloro che si rifiutano di servire. Non vogliamo questa guerra.
Una popolazione in modalità sopravvivenza
L’aria è inquinata: gli impianti nucleari sono stati colpiti. La gente sta inscatolando, accumulando scorte, fuggendo dalle grandi città… per poi tornare per mancanza di alternative. Le strade sono congestionate. I media statali cantano inni e diffondono menzogne. L’unica fonte affidabile: Telegram e i canali satellitari.
Le manifestazioni sono ancora rare. Troppi poliziotti, troppa paura. Ieri, fuori dagli ospedali, le famiglie hanno cercato i loro cari scomparsi. La gente gridava. Piangeva. Resisteva.
Nessun rifugio, nessuna evacuazione
Gli istituti rimangono aperti come al solito. Non ci sono istruzioni di sicurezza, né sirene, né centri di accoglienza. Ci sono probabili perdite di sostanze chimiche, ma non sono in atto protocolli.
Quindi, la gente sta disertando spontaneamente: i negozi chiudono, gli studenti si rifiutano di sostenere gli esami, i dipendenti pubblici restano a casa. Solo i servizi di emergenza sono ancora in piedi.
A volte mi sento ancora vivo solo perché Israele non sta (ancora) colpendo le zone residenziali. Ma gli incendi, le ricadute radioattive, i colpi vaganti uccidono comunque.
E non c’è aiuto. Niente. Nessun supporto umanitario, nessuna organizzazione esterna, nessuna medicina – e le sanzioni stanno già uccidendo da anni.
Quattro Iran, una sola terra sotto le bombe
È importante capire che il popolo iraniano è frammentato:
1. Una maggioranza silenziosa, che odia il regime ma rifiuta la guerra. Sopravvive, fugge, piange i morti maledicendo i leader
2. Islamisti, fedeli al governo, che parlano di martirio e vogliono contrattaccare.
3. Monarchici e liberali, spesso filo-israeliani, che applaudono gli attacchi contro le Guardie Rivoluzionarie.
4. Anarchici e attivisti di sinistra, come noi: contro la Repubblica Islamica, ma anche contro Israele, contro tutti gli stati. Per la sopravvivenza, l’aiuto reciproco, l’autonomia.
Quale posto per gli anarchici in questa guerra?
Non siamo armati. Non partecipiamo ai combattimenti. Il nostro compito è altrove: informare, soccorrere, creare connessioni, contrastare la propaganda. Aiutiamo come meglio possiamo: pronto soccorso, canali di informazione, sensibilizzazione sui rischi chimici. Ci prendiamo cura di noi stessi e di chi non ha nessuno.

Rifiutiamo la retorica semplicistica. Né “tutti gli israeliani devono morire”, né “i sionisti sono i nostri salvatori”. Siamo tra due fuochi: il fondamentalismo religioso da una parte, il militarismo sionista dall’altra.
Il nostro ruolo è quello di essere ponti. Trasmettitori di idee. Aprire brecce nel fatalismo. Rimanere saldi, anche disarmati, anche nella paura.
Lutto per il movimento contro la guerra
Devo ammetterlo: sono triste. Profondamente. Dieci anni fa avevo parlato con i pacifisti israeliani. Con coloro che si erano rifiutati di prestare servizio militare. Curdi, arabi, armeni, anarchici. Insieme, sognavamo un Medio Oriente libero, senza esercito, senza Stato.
Ma abbiamo perso. Non eravamo abbastanza forti da impedire la guerra. Non avevamo abbastanza supporto. Oggi la gente ha paura di parlare di pace. Crede che sarebbe tradimento. Che chiedere la fine degli attacchi significherebbe arrendersi al nemico.
Eppure tutti vogliono la pace. Ma nessuno osa pretenderla.
Una voce nel tumulto
Non so quanto resisteremo. Proprio ieri sera, gli aerei rombavano come un’autostrada nel cielo. Ma so una cosa: finché ci saranno persone che si preoccupano, resistono e si organizzano senza aspettare lo Stato, ci saranno semi di anarchia, anche tra le macerie.
Conclusione: non normalizziamo l’insopportabile
Innanzitutto, vorrei ringraziare sinceramente tutti i compagni che si sono presi il tempo di ascoltarci. In un mondo in cui siamo costantemente schiacciati da forze politiche, economiche e di polizia, è raro che ci venga ancora dato lo spazio per parlare. Anche senza bombe, la violenza ci circonda: si manifesta sotto forma di affitti impagabili, scartoffie infinite, discriminazione, stanchezza e isolamento. Una violenza silenziosa, presentata come “normale”, a cui non dovremmo abituarci.
Ma quando scoppia la guerra, questa violenza irrompe all’improvviso. Ciò che era tollerato diventa insopportabile. E allora, paradossalmente, possiamo parlare. Ho potuto scriverti perché tutto è crollato. Perché, nel caos, le verità più semplici tornano ad essere udibili.
Quello che voglio dirvi è questo: non lasciate che questa parola cada nel silenzio. Non lasciate che il nostro dolore – qui in Iran, come altrove – venga relegato ai margini, come se fosse semplicemente "locale", "specifico", "culturale" o "eccezionale".
Perché in verità, condividiamo la stessa guerra: quella che gli stati stanno combattendo contro le nostre vite. Quindi vi imploro, compagni: non accettate la violenza della vita quotidiana come un dato di fatto. Rifiutate l’idea che dobbiamo aspettare che siano i missili a reagire. Non aspettate che la nostra sofferenza diventi spettacolare prima di meritare la vostra attenzione.
Parliamone ora. Organizziamoci. Creiamo veri spazi di azione e di mutuo soccorso. Perché la guerra qui non diventi un rumore di fondo. Perché non siate ridotti a semplici “salvatori” di fronte alla nostra sofferenza, ma complici della lotta.
Appello alla solidarietà internazionale
Oggi la situazione è instabile, critica, forse sull’orlo di un disastro umanitario. Se l’Iran dovesse essere isolato dal mondo – dalle bombe o dalla censura della Repubblica Islamica – diffondete la nostra parola. Raccontateci cosa sta succedendo. Date voce a chi non ne ha.
Non abbiamo protezione internazionale. Le ONG sono quasi inesistenti. Le sanzioni aggravano le nostre sofferenze.
Se avete contatti, influenza o connessioni in collettivi, sindacati, associazioni o reti sanitarie, mobilitateli. Chiedete assistenza medica urgente, una maggiore vigilanza sulle violazioni e una mediazione internazionale che trascenda la logica statale.
Ma soprattutto, rifiutate le narrazioni semplicistiche. Non siamo né pedine di Israele né pedine del regime islamico. Non crediamo né nelle bombe “liberatorie” né nei mullah “resistenti”. Siamo intrappolati tra due macchine di morte e cerchiamo, ancora e ancora, di costruire qualcosa di diverso.
Non c’è ancora un esodo di massa. Ma se la guerra si estende, le conseguenze saranno spaventose. Quindi, compagni, solleviamoci insieme. Non per sostenere una parte contro l’altra, ma per far sentire un’altra voce: quella della vita, della libertà e della solidarietà, contro tutti gli stati, tutti i confini, tutte le guerre.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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